I
E fu proprio allora. Proprio quando sentii dire "stavolta questo qui non ce la fa". Fu proprio allora che girai gli occhi e guardai il "santino" che mi aveva lasciato quel fraticello che girava tutte le mattine per l'ospedale; gli avevo dato mille lire per levarmelo di torno e lui mi aveva lasciato un'immaginetta della Madonna della Fonte di Civitavecchia, una delle tante Madonne piangenti che affollano le campagne dell'Italia. Com'è che diceva? Popolo di santi, eroi, poeti e navigatori … e Madonne aggiungerei. Insomma fu proprio allora, proprio quando sentivo che la vita mi stava lasciando, quando stavo guardando quei tizi con il camice che si agitavano attorno alla mia flebo, quando già avevo abbandonato il mio corpo e galleggiavo verso il soffitto, fu proprio allora che mi girai e guardai quell'immaginetta che qualcuno aveva messo di fianco al mio letto e dissi; "fammi campare e vengo a trovarti. Vengo a piedi fino a Civitavecchia." Si vede che in quel momento non aveva niente da fare. Mi ascoltò.
II
Il giorno dopo non avevo più i decubiti. Dopo due giorni il mio sangue era di nuovo quello di un ragazzo di trent'anni. Dopo tre giorni camminavo e facevo le scale senza il fiatone; mi rifecero tre volte la lastra al torace, sembrava quasi gli dispiacesse che avessi mandato a puttane tutte le loro teorie sulla leucemia. Non volevano neanche farmi uscire dall'ospedale; feci quaranta flessioni sulla sponda del letto poi guardai la grossa pancia del primario e dissi; "provi a farlo lei e poi vediamo chi di noi due è il malato". Arrossì, poi la mise sullo scientifico; "guardi Riccardo, da una forma di leucemia così non è mai guarito nessuno, cioè, volevo dire ci sono delle remissioni ma ..." Scusate; una leucemia cosi come? Così, mi risposero. Credo che abbiano ancora le mie lastre da qualche parte. Quando uscii dal reparto, inspiegabilmente guarito, mi ubriacai di aria. Non tornai a casa; andai in giro per la città due giorni e due notti, seguito da mio fratello con lo spezzatino di mia madre dentro il thermos "dove vai che sei appena uscito dall'ospedale e non dormire sulle panchine come un barbone". Come un barbone? Ma io sono un signore, sono un principe! Io sono vivo! Adesso però, scusatemi tutti, ma ho una promessa da mantenere.
III
Partii la mattina presto con il sacco a pelo, lo zaino da militare sulle spalle ed solito thermos con lo spezzatino che mia madre aveva voluto infilarci a forza. Sentii lo sguardo dei miei genitori sulla nuca fino a che non svoltai l'angolo. Dopo dieci minuti ricevetti la telefonata di mio fratello che mi chiedeva se tutto stesse andando bene. In realtà, seppure pieno di entusiasmo, mi sentivo ancora un po' debole, ma l'andatura sportiva era rimasta e il passo atletico non tradiva; la salita per arrivare fin sull'Aurelia, in mezzo a tutto quello smog, fu dura ma sentivo due centrali nucleari nei polpacci. Lasciai Roma nel primo pomeriggio di una bella giornata di sole di maggio, una brezza non ancora estiva che mi accarezzava la faccia; sgambettavo sulla corsia d'emergenza tenendomi sulla destra, le macchine che mi passavano a un metro di distanza. Avrei dormito in mezzo alla campagna, in qualche cascina, in un fienile, ogni giorno mi avrebbe svegliato la luce del mattino. Una telefonata di mio fratello mi avvertì che zia Amelia mi stava aspettando. Mi ero dimenticato di avere una zia Amelia che abitava poco fuori Roma.
IV
Zia Amelia aveva sempre avuto un debole per me. La trovai ad aspettarmi davanti alla porta di casa con quell'ignobile Yorkshire che era la sua unica compagnia da anni e che solo per questo non avevo ancora strangolato. Nonostante i quasi sessantacinque anni era ancora una donna bellissima; mi tenne abbracciato stretto stretto sulla porta di casa per quasi cinque minuti continuando a piangere, spettacolo imbarazzante davanti alla gente che passava; quando già sembravamo il remake di "Harold e Maude" si decise a farmi entrare in casa. Aveva preparato una cena che sarebbe stata abbondante per quindici persone ed ero da solo. -"Devi mangiare per rimetterti in sesto."
-"E' tutto buonissimo". Non toccò cibo; rimase a guardarmi mentre mangiavo, tenendo in braccio quell'aborto di cane che mi guardava con gli occhi sgranati.
-"Volevi dormire per strada? Sei matto?"
-"Voglio stare all'aria aperta. Voglio vedere le stelle. Sono stato troppo tempo al chiuso."
-"Le puttane avresti visto. La notte su questa strada è pieno di puttane negre, altro che stelle."
-"Beh, anche quelle non mi farebbero male." Riuscii ad evitare per un pelo un grosso mestolo di legno; mi scansai ridacchiando. -"Maiale! Vuoi prenderti una di quelle malattie lì? Di una brava ragazza avresti bisogno adesso!"
-"Con quello che ho passato non mi ammazza più niente, ma forse una moglie potrebbe farcela." Rimase ancora a guardarmi in silenzio con l'aria preoccupata. -"Ma è vero quello che dicono, che ti ha salvato la Madonna della Fonte di Civitavecchia?"
-"Ti pare che mi farei questa scarpinata per niente?"
-"Sono balle. Io per mio marito ho pregato giorno e notte, per sei mesi ho pregato tutti i giorni. E non è successo niente. Se vuoi farti una passeggiata fai pure. Ma non credere a quelle balle."
-"Io credo a quello che vedo. E quello che vedo è che sono vivo zia. Io ci vado."
-"E quello che vedo io è un fesso. Comunque meglio un nipote fesso vivo …"
-"Sono d'accordissimo."
-"Lo sai che Fabiana ha preso casa vicino a Fregene?"
V
Perché la zia mi aveva detto che Fabiana aveva preso casa vicino a Fregene? Perché è sorella di mia madre. E quando avevo lasciato Fabiana ci aveva sofferto quasi più lei che la Fabiana medesima, che a quel tempo era la mia fidanzata e non volevo passasse i suoi vent'anni a farmi da infermiera. Io sono di quelli che quando sta male non vuole gente tra i piedi; era giovane e carina, si trovasse un altro, pensavo, mica può stare dietro a uno che non si sa bene come finisce. Anzi; come finisce lo si sa benissimo. Così quando avevo saputo che si era sposata, ero stato contento; in tutto questo casino almeno ne ho fatta una giusta. Camminavo lungo l'Aurelia, erano quasi le undici e avevo salutato zia Amelia ormai da due ore; sentii un clacson e istintivamente di spostai di lato, ma già sapevo chi era. Mi aprì lo sportello e mi fece cenno di salire; "ti do un passaggio."
-"Non posso Fabiana ho fatto un voto. Ma grazie lo stesso."
-"Allora vieni a casa mia. Ti faccio un caffè e poi ti riporto qui."
Abitava in una casa bellissima, tipo quelle ville all'americana che si vedono nei film; grande giardino, grande salone, tutto grande, tutto bellissimo. Si mise a sedere su un immenso divano bianco, facendo bene attenzione a farmi vedere le gambe abbronzate e snelle. Era molto più bella e giovane di quando l'avevo lasciata. Una cornice d'argento mostrava la foto del giorno del matrimonio. La osservai attentamente. "Hai sposato un bell'uomo. Complimenti." Non c'era né invidia né malizia in quello che dicevo; capii dalla sua espressione che ne era rimasta delusa. "E' molto ricco. E mi lascia da sola molto spesso." Si alzò, mi venne vicino e mi dette un lungo bacio; "Dimmi cosa devo fare."
-"Fammi quel caffè." Non era la risposta giusta, ma già lo sapevo.
-"Mi hai buttato via come una scarpa vecchia …"
-"La scarpa vecchia ero io non tu."
-"Sei sempre stato uno stronzo. Lo eri quando eri ammalato e lo sei ancora adesso che sei guarito. Anche questa idea di andare a piedi a quella Madonna di Civitavecchia ..."
-"Non ho bisogno della tua approvazione."
-"Il mio parere non conta lo so. Non me l'hai chiesto neanche quando mi hai cacciato via, vero?"
-"L'ho fatto perché ti volevo bene."
-"Sei sempre così sicuro di fare la cosa giusta! Anche adesso. Lo sai quanti colleghi di mio marito vorrebbero essere al posto tuo? C'è la fila!"
-"Potresti mettere il bigliettino con il numero, come dal salumiere." Mi diede uno schiaffo. Giusto. Ripresi lo zaino e mi avviai verso l'uscita; "scusami, sono stato scortese."
La vidi prendere il soprabito e le chiavi della macchina; "aspetta, ti riaccompagno." Percorremmo la strada in silenzio, poi mi lasciò dove mi aveva trovato. "Ti sono saltata addosso. Forse ho sbagliato."
-"Nessuno ha sbagliato. Nessuno di noi ha colpa di quello che è successo. E' stato un incidente."
"Tra quindici giorni presento un mio libro alla biblioteca comunale. Verrai a trovarmi?"
-"Si. Certo." Mi lasciò il suo numero di telefono ed un barattolo di vetro con del caffè ancora caldo.
VI
Erano quasi le nove di sera e decisi di fermarmi anche perché cominciavo a sentire la stanchezza. Misi il sacco a pelo sotto ad un albero a qualche decina di metri dalla strada e rimasi a guardare le luci delle macchine che passavano. Mi accorsi che molte auto si fermavano davanti ad uno spiazzo; alla luce dei fari capii che doveva esserci un giro di prostitute. In ospedale ogni tanto mi veniva l'idea del sesso, ma quando uno pesa trenta chili per un metro e ottanta in genere non ha molta voglia di scopare. Ecco; una bella scopata! Senza pensare se a lei piace o no, senza farsi tanti problemi; ti è piaciuto, come è stato eccetera. Lasciai il sacco a pelo e lo zaino, presi il portafogli e mi avvicinai. Erano due ragazze di colore, piuttosto bellocce. Appena mi videro rimasero a guardarmi mentre mi facevo avanti, poi d'improvviso una scappò via urlando in una lingua che non conoscevo. L'altra, più giovane, rimase immobile a fissarmi con gli occhioni neri e profondi, molto belli. Mi avvicinai ancora di più, non si mosse; "Trenta euro. Nella macchina."
-"Non ce l'ho la macchina. Andiamo nel campo." Mi seguì fino al sacco a pelo sempre guardandomi in un modo strano. Se vi dicessi che fare sesso fu una cosa facile vi racconterei una bugia. E infatti non fu facilissimo, ma la signorina era molto ben disposta ed alla fine arrivammo in porto. Le diedi il doppio di quello che mi aveva chiesto, ringraziò. Ma prima di mandarla via c'era una cosa che dovevo sapere. "Perché la tua amica è scappata?" Mi parlò mentre si rivestiva, senza girarsi.
-"Dice che tu sei morto. Dice che vieni dall'altro mondo."
-"Come fa a dirlo? Neanche mi conosce."
-"Lo sente. E' una strega. E' per questo che io sono venuta con te."
-"E tu non hai paura?"
-"Io no. Voglio sapere cosa hai visto. Voglio sapere se hai visto mio fratello. Lui è morto due mesi fa. L'hai visto?"
-"No. No, sono rimasto di la molto poco, non ho incontrato nessuno."
-"E cosa hai visto? C'è l'inferno, il paradiso, hai visto i morti?"
-"No. Solo una grande luce. Stavo bene."
-"Niente diavoli? Niente angeli?"
-"No. Io almeno non ho visto niente di quello che dici. E non ho visto tuo fratello."
VII
Dormii un sonno molto profondo e mi svegliai con il sole. Presi un caffè in un bar lungo la strada, poi ricominciai a camminare. D'un tratto sentii un forte rumore, uno stridio di gomme e una frenata; un'automobile mi sfiorò sbandando ad alta velocità. Dopo aver fatto un paio di giri su se stessa, la vidi finire fuori strada andando ad urtare contro un albero. Mi girai; un camion si stava accostando sulla corsia d'emergenza, una donna era distesa in mezzo alla strada. Corsi a soccorrerla, miracolosamente non era ferita in modo grave; appena la presi tra le braccia trovò la forza di dirmi; "la macchina, mio marito". Seguii il suo sguardo; l'auto aveva preso fuoco. Senza pensare mi misi a correre verso il rottame. Proteggendomi il viso con il giaccone sfondai il vetro del finestrino e aprii lo sportello; le fiamme stavano arrivando alla faccia di un uomo riverso sul volante. Riuscii ad estrarlo dal posto di guida, lo caricai sulle spalle e presi a camminare faticosamente verso la strada. Dopo una quindicina di metri un'esplosione mi mandò a finire a terra. Venni sollevato da mani robuste; era il camionista coinvolto nell'incidente; "giuro, mi ha sorpassato a destra, non potevo vederlo."
-"In queste cose c'è sempre qualcuno che non vede qualcun altro. Mettiamolo sdraiato."
Mi aiutò a fare gli ultimi metri, quindi adagiammo il corpo dell'uomo sul sedile di una macchina. Dopo qualche minuto arrivarono la polizia e poi l'ambulanza; quel tizio aveva preso una bella botta, ma era ancora vivo. Un agente della Stradale mi si avvicinò; "gli ha salvato la vita. E' stato un gesto generoso, ma poteva costarle caro"
-"Non ci ho neanche pensato. L'ho fatto e basta. E' stato un istinto."
Sentii una mano sulla spalla; mi girai, era mio fratello. Sottobraccio portava il solito thermos di mia madre.
-"Ancora spezzatino?"
-"Brasato."
-"Un altro miracolo allora."
-"Torna a casa. Una vita l'hai salvata, adesso sei pari."
-"Non è matematica. E' una promessa. E' diverso."
VIII
Nel pomeriggio feci una deviazione ed arrivai al mare. Decisi che avrei dormito lì quella notte. Nel mese di maggio il mare qui è splendido, non ti sembra neanche di stare vicino a Roma potresti essere, che ne so, in California o da qualunque altra parte, diventa un posto senza tempo. Ci venivo spesso con Fabiana, preferivamo il pomeriggio dei giorni feriali. Passavamo ore a parlare di quello che avremmo fatto quando lei si sarebbe laureata, quando io avrei trovato un posto di lavoro. Nessuno poteva immaginare che sarebbe arrivato il drago e che avrei passato quattro anni a dare battaglia. La battaglia l'avevo vinta, ma avevo perso tutto il resto. Cercai un bel riquadro di sole e cominciai a prendermi un anticipo di abbronzatura; ci sarebbe stato bene anche un bagno, ma francamente avevo paura di beccarmi una polmonite. E poi stava venendo sera ed avevo fame; lasciai il sacco a pelo e lo zaino e mi diressi verso un piccolo ristorante che avevo notato lì vicino in riva al mare. Appena entrato andai verso quello che mi sembrava il proprietario; come si accorse della mia presenza cambiò immediatamente espressione. Chiesi un tavolo e lo vidi come paralizzarsi; mandò via un cameriere che si era fatto avanti e mi accompagnò verso un angolo del locale. Tentai una debole reazione; "veramente qui mi sembra un po' buio." Non disse una parola; mise un tovagliolo al mio posto e mi fece accomodare. Tornò dopo pochi minuti con un grosso piatto di pasta e si sedette di fronte a me. Nella penombra quel volto cominciò a dirmi qualcosa, ma era ancora troppo poco. Ci pensò lui a levarmi dall'imbarazzo. "Così ce l'ha fatta signor Riccardo."
-"Lei mi conosce?"
-"Sono il papà di Alfredo. Si ricorda, quel bambino che le stava di fianco, il letto accanto al suo al reparto di ematologia? Giocavate sempre insieme con la playstation, si ricorda vero?" Sapevo quale era la domanda che avrei dovuto fare, ma la risposta gliela stavo leggendo in faccia. Stava a braccia conserte a guardarmi mentre prendevo la prima forchettata di quegli spaghetti ai frutti di mare per cercare di togliermi dall'imbarazzo.
-"Sa cosa dicevano di lei signor Riccardo? Cosa dicevano di lei come paziente intendo?"
-"Che ero un caso disperato."
-"No. Dicevano che era morto e non lo sapeva. Li sentivo discutere tra loro ogni tanto tra loro e questo dicevano!" Parlava a bassa voce sottolineando e scandendo tutte le parole. Misi giù la forchetta. "La ringrazio molto per il tavolo e per questi spaghetti. Mi dispiace di averle fatto tornare alla mente dei ricordi dolorosi. Le mie condoglianze per suo figlio. Se mi dice quanto le devo."
-"Offre la casa."
Mi alzai e mi avviai verso l'uscita; aprii la porta e feci per imboccare il vialetto, ma una spinta violenta alle spalle mi fece cadere per terra. Non ero ancora abbastanza forte per sostenere una colluttazione, cercai di difendermi ma era impossibile in quelle condizioni. Mi stava tenendo per il bavero, sibilava le parole a pochi centimetri dalla mia faccia; "Perché tu si e mio figlio no? Avanti brutto figlio di puttana e non venirmi a raccontare quella storia del miracolo …"
-"Perché non me l'ha chiesto subito?"
-"La dentro c'è mia moglie …capisci stronzo … mia moglie. Glielo vai a spiegare tu perché sei vivo e mio figlio no? Se ti avesse visto … se solo ti avesse visto …"
-"Questo mondo non l'ho fatto io. E non posso cambiarlo. Se potessi riportare in vita sua figlio lo farei."
-"No, non è vero. Tu sei guarito e non lui. Te ne freghi come tutti gli altri. Io gli ho detto che sei morto, gli ho detto che sei uscito dall'ospedale, che ti hanno detto un sacco di bugie, che ti hanno fatto delle lastre false, ma che poi sei morto a casa. E quindi mi fai il santo favore di sparire subito." Sempre tenendomi per collo mi spinse vicino ad una finestra del locale, facendomi abbassare per non essere visto;" guardala! Guardala bene. E' morta anche lei e tu sei vivo! Come cazzo ti permetti tu e la tua Madonna di Civitavecchia con le lacrime che gli escono dagli occhi! Non ti rendi conto che il solo fatto di esistere è un insulto a noi due è un insulto a mio figlio. Sparisci subito. Se ti rivedo ancora non ci sarà bisogno di scomodare la leucemia per ammazzarti." Mi spintonò fuori dal cancelletto del locale; finii per terra, mi rialzai e ripresi lentamente la strada per il mio piccolo accampamento. Mi infilai nel sacco a pelo e rimasi ad occhi aperti per non so quanto tempo. Non riuscivo ad addormentarmi così, dopo tanti anni, accesi una sigaretta. Me n'ero portato un pacchetto per una grande occasione; non c'era niente da festeggiare, ma sentii che in quel momento ne avevo proprio bisogno. D'un tratto sentii un rumore dietro alle siepi; mi girai e lo vidi, era ancora lui. Istintivamente afferrai un grosso bastone con del filo spinato attorcigliato che mi ero tenuto vicino. Alzò le mani; "mi perdoni signor Riccardo. Sono venuto a scusarmi. Non so cosa mi ha preso poco fa. "
-"Io si e la capisco. Non deve scusarsi." Si sedette vicino a me e mi porse un contenitore avvolto nella carta d'argento; i miei spaghetti ai frutti di mare, ancora caldi. "Adesso no, grazie."
Rimanemmo in silenzio per qualche minuto. L'aria si era fatta più fresca, ma lui sembrava non accorgersene.
-"Perché lei si e mio figlio no?"
-"Non lo so, ma non ho intenzione di passare la vita a farmi tante domande; da ex morto le garantisco che non ne vale la pena. Non mi chieda però di sentirmi colpevole del fatto di essere vivo." Tirai alcune profonde boccate dalla mia sigaretta. Forse era veramente venuto per uccidermi, forse stava pensando a come farlo nella maniera migliore. Mi addormentai pensando che probabilmente non mi sarei più svegliato. Il mio corpo sarebbe stato trovato in un fosso o in una discarica, un delitto così, senza movente, senza un perché. Ucciso perché si era permesso di continuare a vivere. Che fregatura.
IX
Quando mi svegliai lo trovai addormentato appoggiato al tronco di un albero. Mi accompagnò fino all'Aurelia, bevemmo insieme un cappuccino e poi ripresi il mio cammino. Era una mattina bellissima e mi sentivo in gran forma; quando oramai stavo per arrivare alle periferia di Civitavecchia mi fermai ad una stazione di servizio per riempire d'acqua la mia borraccia. Mentre entravo nel bar incrociai una famiglia, madre e padre giovani, due figli piccoli; mi scostai per lasciarli uscire e così mi accorsi che quel giovane papà aveva cominciato a fissarmi. Quando uscii me lo ritrovai davanti all'ingresso che mi aspettava. Lo anticipai; "non dirmi che anche tu non ti aspettavi di incontrarmi."
-"Volevo salutarti. Mi fa piacere di rivederti …"
-"Vivo volevi dire no?"
Mi presentò la sua famiglia; stavano tutti su di una grossa jeep da turismo, una moglie giovane e graziosa, due bambini vivaci. "Andiamo a Civitavecchia e da lì ci imbarchiamo per la Sardegna. Stiamo fuori una settimana, andiamo a casa dei miei suoceri." Aveva la cortesia un po' falsa del professionista, i modi forse esageratamente gentili del bravo ragazzo. Chiese ai suoi di aspettarlo un momento e mi accompagnò mentre riprendevo il mio cammino verso la città. "Non sono mai venuto a trovarti. Non mi sono più fatto sentire. Non mi sono comportato bene."
-"La malattia fa paura a tutti. Non ero un bello spettacolo."
-"Almeno una volta però avrei dovuto venirti a trovare."
-"Forse si. Si, probabilmente avresti dovuto farlo, ma anch'io mi sono comportato male nei confronti di qualcuno, senza volerlo, senza intenzione di fare del male."
-"Non siamo più amici?"
-"No. Ma adesso non importa più; tu ti sei sposato, ha una bella famiglia, hai molte altre cose da fare e francamente anch'io."
Lo salutai e ripresi la strada; mi guardò mentre mi allontanavo, poi non ce la fece più. "E' vero che è successo un miracolo?" Mi girai e finalmente mi venne da ridere; "Si … non hai più l'alito cattivo."
X
Arrivai alla piccola chiesa nel pomeriggio tardi. Bussai alla sacrestia; mi aprì un pretino vicino ai settant'anni, dall'aria incredibilmente vispa. "Buonasera. Io sono qui per la Madonna della Fonte. Vorrei vederla un attimo."
-"Mi dispiace. Qui non c'è più nessuna Madonna e nessun miracolo."
-"Come sarebbe a dire? Sa … io vengo per un voto che ho fatto. Stavo quasi per morire e …"
-"E Dio l'ha salvata caro signore. Dio, non quel pezzo di gesso in cui un contadino aveva fatto due piccoli buchi con il trapano per fargli uscire acqua distillata dagli occhi."
-"Sta scherzando? Quella Madonna mi ha salvato la vita."
-"Figliolo caro, crede che porti questa tonaca perché vado a una festa mascherata? Le pare che scherzerei su di una cosa del genere? Quella statua è stata esaminata dagli esperti della Curia e del Vaticano. Non è gente che scherza.. Era un trucco e fatto anche piuttosto male."
-"E adesso dov'è? Voglio dire, dov'è la statua?"
-"Se l'è ripresa quella famiglia di contadini. Ma non possono farla vedere né tantomeno …"
-"Dove abitano?"
XI
Riuscii ad entrare solo dopo molte insistenze e dovetti giurare che non ero un giornalista. Gente povera; la casa era una cascina poco fuori della città, in cima ad una salita, vicino ad una vecchia fontana di pietra. L'intera famiglia stava radunata a tavola per la cena, chiesi scusa per l'ora e per la mia insistenza; mi guardarono con diffidenza mentre entravo nel soggiorno. La padrona di casa stava servendo la minestra per tutti e cinque i figli, piccole facce intelligenti e pulite. La cercai girando lo sguardo per la stanza e la trovai subito; era lì ad aspettarmi, appoggiata sopra ad un cassettone come un soprammobile, accanto ad una gondola di plastica con la lucetta rossa accesa. La fissai per qualche minuto, in silenzio; d'un tratto mi accorsi che ero al centro dell'attenzione. La signora mi si fece vicina con la pentola della minestra "se si vuole sedere con noi … forse è stanco se ha fatto tutta questa strada a piedi." Ringraziai, mi sedetti e rimasi a guardare quella piccola faccia di gesso, il velo azzurro che le incorniciava il volto, il verde del piccolo serpente che le stava sotto il piede. Mi risvegliai come da un sogno; chiesi scusa a tutti per aver interrotto la cena;" sapete, mi ha salvato la vita …"
-"Non è il solo. Dicono che gli ho fatto i buchi per far scendere le lacrime, ma non è vero e…"
-"Non mi importa. Però se non vi dispiace io … insomma io la vorrei."
Uno dei bambini mi venne vicino; "guarda signore che il vescovo ha detto che questa Madonna non funziona e che non la possiamo far vedere a nessuno."
-"A me di quello che dicono non mi importa nulla. Voi la tenete come soprammobile, la gente non ci crede più ... datela a me." Rimasero a discutere un po' tra di loro, in disparte da un lato della stanza. Dopo qualche minuto il padre si fece avanti;" beh … i ragazzi vorrebbero una playstation … quella per giocare. Io gliel'avevo promessa a Natale, ma …" Tirai fuori in fretta il portafogli e ne levai un po' di biglietti da cento; "con questi gliene compra almeno un paio. Mi aiuti a svuotare il mio zaino; è grande, la metterò dentro."
XII
E' mezzanotte e sto camminando lungo l'Aurelia, sto tornando a Roma. Le macchine mi passano vicino, sento forte lo spostamento d'aria, il peso della statua sulla schiena mi fa un po' male, ma non importa. E' religione o superstizione la mia? Ci credo o no? Sono matto a camminare al buio con una Madonna di dieci chili sulle spalle, una Madonnina che tutti hanno detto che "non funziona"? Ma poi chi è che l'ha detto che non funziona? Io stavo dentro quel letto, io sono andato avanti e indietro dall'aldilà e sono sempre io che adesso sto camminando tutto allegro nella notte dopo quattro anni che neanche mi alzavo in piedi. No, mi dispiace; non saranno gli altri a decidere per me, a decidere quello in cui devo credere. Sono vivo ragazzi, sono vivo e sto camminando nella notte portando sulle spalle una piccola Madonna di gesso che mi ha salvato la vita. Non me ne frega niente se ci credete o no. Sono ancora vivo. Mi dispiace per
voi.
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