Folla
di taxi, gialli, identici. Nuvole su Financial District. Monossido su
Queens. Notte di fuoco nel Bronx. Limousine all'uscita dei teatri in
Times Square. Insegne al neon e schermi digitali. Una cena con pochi
amici si è appena conclusa al Village.
Gli invitati indossano abiti di un'eleganza discreta, sorridono al
momento giusto, sbadigliano senza farsene accorgere, sono aggiornati su
ogni argomento. Ballerini di break dance mandano in acido il pubblico in
un club ad Harlem. Down Town, al Knitting Factory, inizia l'ultimo
concerto della notte. Jazzisti dall'aria intellettuale bevono birra e
suonano ad occhi chiusi…
Piove da sei giorni. L'acqua ha mandato in tilt un condotto nella
metropolitana. I treni attraversano il West Side a singhiozzo. Un uomo
violenta sua figlia ad Astoria. La bambina trascorre il resto della
notte con la madre al comando di polizia. Al Metropolitan Museum tecnici
e curatori lavorano fino all'alba per allestire una retrospettiva
sull'arte del novecento. Per l'occasione sarà esposto un Picasso
introvabile, periodo azzurro, proprietà di una miliardaria giapponese.
Poliziotti nel Bronx massacrano un negro accusato di spacciare crack. In
realtà il pusher non è lui bensì suo fratello. I due non si
assomigliano affatto. Sempre nel Bronx, questa volta allo zoo, la
leonessa Ira mette al mondo tre cuccioli.
Il parto è seguito da un'équipe di zoologi. L'evento è di particolare
interesse poiché i neonati, Ken, Mamba e Kitty, sono stati selezionati
geneticamente. Mamma leonessa e i leoncini godono di ottima salute. Una
ricca coppia del New Jersey ha appena lasciato il Raimbow Room.
L'ascensore si blocca al trentatreesimo piano e lì rimane fino alle
sette del mattino.
Quando i vigili del fuoco aprono le porte, trovano Mr. e Mrs. Atchley
misteriosamente ipnotizzati. Tuttora permangono in questo stato. Una
nuvola sembra scontrarsi con la guglia dell'Empire State Building. In
realtà l'attraversa sorniona, sfilacciandosi in quattro o cinque
batuffoli, colorati dai neon di Mid Town. Un salvadoregno tenta una
rapina al Duane Reade della Cinquantaquattresima. La cassiera fa
scattare l'allarme. Il tizio spara. Sangue e materia grigia imbrattano
il bancone delle vitamine. Tra le dodici e le sei del mattino nascono a
New York centododici bambini, solo due non riusciranno a vedere il nuovo
giorno. Durante la stessa notte si contano trentacinque decessi per
morte naturale, quattro accidentali e dodici assassini. Una pompa di
benzina esplode a Brooklyn. Paulo Sanchez, ribattezzato Papito Sanchez,
muore al Tunnel per un extasy sbagliata. Nessuno se ne accorge. Alle
cinque del mattino, Papito capisce che qualcosa è andato storto, gli si
alterano le percezioni, non riconosce più i colori, è come un film in
videocassetta quando il nastro è tropo consumato. Si fa strada tra la
folla. Dentro e intorno a lui musica e laser. La notte ha raggiunto
l'orgasmo, suona Danny Tenaglia.
Papito si lascia cadere su un divano, ha i brividi. Chiama Virginia, la
sua ragazza, poi si piega in due per i crampi. Danny spara house alla
grande. Virginia è da qualche parte a godersi il suo extasy. Papito non
sente e non vede, il film è finito. Poi finalmente una languida alba si
fa strada tra le pieghe della perturbazione… luce opaca in East
Village, bagliori su Broadway, lampi in Central Park.
Le immense avenue sono fiumi di fango. La pioggia è una cortina così
densa che la luce diventa pulviscolo. New York si lascia alle spalle
l'ennesima notte da incubo.
Dalla corrispondenza elettronica di Fiona Stein e René Darriau.
15/4/199…
"Carissimo René, Questa città è un disastro, non fa altro che
piovere. Ieri l'acqua ha invaso i binari e tre linee di metropolitana
sono fuori servizio. Stamattina per raggiungere Up Town ho dovuto
prendere un taxi e ho detto addio ai primi venti dollari della giornata.
L'autista puzzava di sudore. Per disperazione ho tenuto il finestrino
aperto e la pioggia mi ha rovinato il montone. Erano tre anni che
mancavo da New York; è tutto cambiato.
A proposito… lo sai che quasi tutte le gallerie hanno lasciato Soho e
si sono spostate a Chelsea? Cose da non credere, uno schifo. A Chelsea
ci sono ancora gli stoccaggi del pesce. Le strade puzzano da far
spavento e in giro bazzicano un mucchio di facce poco raccomandabili.
Invece a Soho spadroneggia la moda. Armani e Prada ovunque, sembra di
stare al centro di una passerella. Ma l'arte ha bisogno di sentirsi
all'avanguardia, di colonizzare nuovi spazi ecco perché da bravi snob i
galleristi hanno preferito Chelsea.
Ho affittato un monolocale in East Village, temo che ci siano gli
scarafaggi perché ho visto trappole in bagno. Ieri notte, sotto la mia
finestra, un gruppo di percussionisti ha improvvisato un concerto che è
iniziato alle undici ed è finito all'alba. Ancora non riesco a
lasciarmi andare, ignoro cosa sia, forse è qualcosa nell'aria,
nell'energia che emana la gente, qualcosa che ha a che vedere con i
pensieri che affollano le teste dei newyorchesi e che tutti insieme
formano l'anima della città.
Mi sento un'estranea, mi pento quasi di essere venuta. Però io so che
New York è un posto dalle grandi occasioni, per questo mi sono imposta
di resistere. Inoltre con Art World ho iniziato un dialogo molto
interessante. Pare si siano decisi a prendermi sotto contratto e non più
come freelance. Ma prima vogliono da me un articolo sensazionale…
hanno bisogno di gente capace di far scoppiare bombe. Così ho iniziato
subito a lavorare. Ho ventotto anni, sono una giornalista in carriera e
questa è la volta buona per mandare affanculo la militanza.
Basta con la critica del dissenso, ne ho piene le scatole. Io ambisco ad
essere la portavoce delle gallerie più importanti, collaborare con i
musei, sedere al tavolo dei grandi nomi. Non ne posso più delle mostre
di periferia e dei giovani artisti. Tutto questo andava bene fino a
ieri, oggi è un altro giorno: il giorno del successo che so di meritare
e che sono pronta a strappare con le unghie. Voglio arrivare a curare il
padiglione Italia della Biennale di Venezia, organizzare Kassel, e perché
no? Una grande retrospettiva al Guggenheim.
Mi reputi schifosamente arrivista? Lo sono, che male c'è? Ahimè rimane
il problema di un articolo che sia mozzafiato. Tu che sei il mio padre
spirituale, che cosa consigli? Fino a stamattina ero decisa per qualcosa
di glamour: "è la moda che copia l'arte o viceversa?" Insomma
guardiamoci intorno. Vanessa Beecroft spoglia le modelle di Gucci e
s'inventa una performance minimale che la porta in vetta alle
classifiche. Mariko Mori unisce zen, tecnologia e fotografia patinata
tipo Vogue e diventa la nuova pupilla di Jeffry Deitch. Detto ciò io mi
chiedo: in che cazzo di mondo viviamo? Dove sono andati a finire i
sacrosanti confini tra le discipline? Yamamoto disegna vestiti che però
sono sculture. Ecco perché questa roba dell'arte e della moda mi era
sembrata l'intuizione vincente. Poi ci ho riflettuto e mi sono accorta
che avrei corso il rischio del solito pappardone noioso. Sono piombata
nella paranoia.
Dopo una mezz'ora di sana tivvù ho avuto l'illuminazione: considerando
che sono sempre le interviste ad avere la meglio sull'opinione pubblica,
ne ho dedotto che il mio articolo dovrebbe essere un'intervista. Voglio
dire, se un giornalista vuole imporsi, deve spremere un pezzo grosso e
costringerlo a confessarsi. Ecco quello che ci vuole. Il problema è
trovare il pollo da spennare. Quindi, pensa che ripensa, le mie labbra
hanno svelato l'oracolo e io stessa, stupita da tanta imprudenza, ho
quasi temuto nel ripeterlo ad alta voce; poi l'entusiasmo ha preso il
sopravvento e ho urlato come un'ossessa il diabolico nome di Anastasio
Theodoropulos. Ti si accappona la pelle? E' un rischio, lo so.
Al suo passaggio tremano le fondamenta dei musei, i grandi collezionisti
spalancano le porte delle ville in California. Egli è l'anima oscura,
l'eminenza grigia dell'arte contemporanea. Se voglio sfondare, devo
arrivare alla mente che disegna l'intera scacchiera. Il verbo che
infiamma l'opinione. Al di là della creazione io voglio il creatore
della creazione, colui che s'inventa gli artisti, i critici, il mercato,
il fenomeno e lo scandalo. Io voglio il Dio di questo corrotto e
scintillante mondo dell'arte. Solo la sua benedizione mi farà schizzare
al top. E' un progetto ai limiti dell'immaginabile, perché in giro lo
si vede poco, ha una vita molto riservata e quasi mai rilascia
interviste.
Dicono che sia sfuggente, ambiguo, spietato. Un'autentica leggenda.
Possiede ben cinque gallerie sparse per il mondo e si chiamano tutte
White Bird. Lavora con i più grandi artisti, li strappa alle altre
gallerie e ne fa carne per il proprio mercato. Senza dubbio è l'uomo più
potente del mondo dell'arte. Domani si inaugura la mostra di Victor
Ruesh a White Bird, ci sarò. Spero di riuscire a incastrare il
direttore della galleria… un certo Jeremy Cohen e attraverso lui
aprirmi la strada per Anastasio. Come prima mossa mi sembra eccellente.
Per il momento è tutto, tornerò a Milano tra un mese esatto, scrivi
presto.
Ti abbraccio, tua ambiziosa Fiona.".
© Davide
Gallo - 2003
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