Da "Ready made" di Davide Gallo, Edizioni Clandestine, 2003


Folla di taxi, gialli, identici. Nuvole su Financial District. Monossido su Queens. Notte di fuoco nel Bronx. Limousine all'uscita dei teatri in Times Square. Insegne al neon e schermi digitali. Una cena con pochi amici si è appena conclusa al Village.
Gli invitati indossano abiti di un'eleganza discreta, sorridono al momento giusto, sbadigliano senza farsene accorgere, sono aggiornati su ogni argomento. Ballerini di break dance mandano in acido il pubblico in un club ad Harlem. Down Town, al Knitting Factory, inizia l'ultimo concerto della notte. Jazzisti dall'aria intellettuale bevono birra e suonano ad occhi chiusi…
Piove da sei giorni. L'acqua ha mandato in tilt un condotto nella metropolitana. I treni attraversano il West Side a singhiozzo. Un uomo violenta sua figlia ad Astoria. La bambina trascorre il resto della notte con la madre al comando di polizia. Al Metropolitan Museum tecnici e curatori lavorano fino all'alba per allestire una retrospettiva sull'arte del novecento. Per l'occasione sarà esposto un Picasso introvabile, periodo azzurro, proprietà di una miliardaria giapponese. Poliziotti nel Bronx massacrano un negro accusato di spacciare crack. In realtà il pusher non è lui bensì suo fratello. I due non si assomigliano affatto. Sempre nel Bronx, questa volta allo zoo, la leonessa Ira mette al mondo tre cuccioli.
Il parto è seguito da un'équipe di zoologi. L'evento è di particolare interesse poiché i neonati, Ken, Mamba e Kitty, sono stati selezionati geneticamente. Mamma leonessa e i leoncini godono di ottima salute. Una ricca coppia del New Jersey ha appena lasciato il Raimbow Room. L'ascensore si blocca al trentatreesimo piano e lì rimane fino alle sette del mattino.
Quando i vigili del fuoco aprono le porte, trovano Mr. e Mrs. Atchley misteriosamente ipnotizzati. Tuttora permangono in questo stato. Una nuvola sembra scontrarsi con la guglia dell'Empire State Building. In realtà l'attraversa sorniona, sfilacciandosi in quattro o cinque batuffoli, colorati dai neon di Mid Town. Un salvadoregno tenta una rapina al Duane Reade della Cinquantaquattresima. La cassiera fa scattare l'allarme. Il tizio spara. Sangue e materia grigia imbrattano il bancone delle vitamine. Tra le dodici e le sei del mattino nascono a New York centododici bambini, solo due non riusciranno a vedere il nuovo giorno. Durante la stessa notte si contano trentacinque decessi per morte naturale, quattro accidentali e dodici assassini. Una pompa di benzina esplode a Brooklyn. Paulo Sanchez, ribattezzato Papito Sanchez, muore al Tunnel per un extasy sbagliata. Nessuno se ne accorge. Alle cinque del mattino, Papito capisce che qualcosa è andato storto, gli si alterano le percezioni, non riconosce più i colori, è come un film in videocassetta quando il nastro è tropo consumato. Si fa strada tra la folla. Dentro e intorno a lui musica e laser. La notte ha raggiunto l'orgasmo, suona Danny Tenaglia.
Papito si lascia cadere su un divano, ha i brividi. Chiama Virginia, la sua ragazza, poi si piega in due per i crampi. Danny spara house alla grande. Virginia è da qualche parte a godersi il suo extasy. Papito non sente e non vede, il film è finito. Poi finalmente una languida alba si fa strada tra le pieghe della perturbazione… luce opaca in East Village, bagliori su Broadway, lampi in Central Park.
Le immense avenue sono fiumi di fango. La pioggia è una cortina così densa che la luce diventa pulviscolo. New York si lascia alle spalle l'ennesima notte da incubo.

Dalla corrispondenza elettronica di Fiona Stein e René Darriau. 15/4/199…
"Carissimo René, Questa città è un disastro, non fa altro che piovere. Ieri l'acqua ha invaso i binari e tre linee di metropolitana sono fuori servizio. Stamattina per raggiungere Up Town ho dovuto prendere un taxi e ho detto addio ai primi venti dollari della giornata. L'autista puzzava di sudore. Per disperazione ho tenuto il finestrino aperto e la pioggia mi ha rovinato il montone. Erano tre anni che mancavo da New York; è tutto cambiato.
A proposito… lo sai che quasi tutte le gallerie hanno lasciato Soho e si sono spostate a Chelsea? Cose da non credere, uno schifo. A Chelsea ci sono ancora gli stoccaggi del pesce. Le strade puzzano da far spavento e in giro bazzicano un mucchio di facce poco raccomandabili. Invece a Soho spadroneggia la moda. Armani e Prada ovunque, sembra di stare al centro di una passerella. Ma l'arte ha bisogno di sentirsi all'avanguardia, di colonizzare nuovi spazi ecco perché da bravi snob i galleristi hanno preferito Chelsea.
Ho affittato un monolocale in East Village, temo che ci siano gli scarafaggi perché ho visto trappole in bagno. Ieri notte, sotto la mia finestra, un gruppo di percussionisti ha improvvisato un concerto che è iniziato alle undici ed è finito all'alba. Ancora non riesco a lasciarmi andare, ignoro cosa sia, forse è qualcosa nell'aria, nell'energia che emana la gente, qualcosa che ha a che vedere con i pensieri che affollano le teste dei newyorchesi e che tutti insieme formano l'anima della città.
Mi sento un'estranea, mi pento quasi di essere venuta. Però io so che New York è un posto dalle grandi occasioni, per questo mi sono imposta di resistere. Inoltre con Art World ho iniziato un dialogo molto interessante. Pare si siano decisi a prendermi sotto contratto e non più come freelance. Ma prima vogliono da me un articolo sensazionale… hanno bisogno di gente capace di far scoppiare bombe. Così ho iniziato subito a lavorare. Ho ventotto anni, sono una giornalista in carriera e questa è la volta buona per mandare affanculo la militanza.
Basta con la critica del dissenso, ne ho piene le scatole. Io ambisco ad essere la portavoce delle gallerie più importanti, collaborare con i musei, sedere al tavolo dei grandi nomi. Non ne posso più delle mostre di periferia e dei giovani artisti. Tutto questo andava bene fino a ieri, oggi è un altro giorno: il giorno del successo che so di meritare e che sono pronta a strappare con le unghie. Voglio arrivare a curare il padiglione Italia della Biennale di Venezia, organizzare Kassel, e perché no? Una grande retrospettiva al Guggenheim.
Mi reputi schifosamente arrivista? Lo sono, che male c'è? Ahimè rimane il problema di un articolo che sia mozzafiato. Tu che sei il mio padre spirituale, che cosa consigli? Fino a stamattina ero decisa per qualcosa di glamour: "è la moda che copia l'arte o viceversa?" Insomma guardiamoci intorno. Vanessa Beecroft spoglia le modelle di Gucci e s'inventa una performance minimale che la porta in vetta alle classifiche. Mariko Mori unisce zen, tecnologia e fotografia patinata tipo Vogue e diventa la nuova pupilla di Jeffry Deitch. Detto ciò io mi chiedo: in che cazzo di mondo viviamo? Dove sono andati a finire i sacrosanti confini tra le discipline? Yamamoto disegna vestiti che però sono sculture. Ecco perché questa roba dell'arte e della moda mi era sembrata l'intuizione vincente. Poi ci ho riflettuto e mi sono accorta che avrei corso il rischio del solito pappardone noioso. Sono piombata nella paranoia.
Dopo una mezz'ora di sana tivvù ho avuto l'illuminazione: considerando che sono sempre le interviste ad avere la meglio sull'opinione pubblica, ne ho dedotto che il mio articolo dovrebbe essere un'intervista. Voglio dire, se un giornalista vuole imporsi, deve spremere un pezzo grosso e costringerlo a confessarsi. Ecco quello che ci vuole. Il problema è trovare il pollo da spennare. Quindi, pensa che ripensa, le mie labbra hanno svelato l'oracolo e io stessa, stupita da tanta imprudenza, ho quasi temuto nel ripeterlo ad alta voce; poi l'entusiasmo ha preso il sopravvento e ho urlato come un'ossessa il diabolico nome di Anastasio Theodoropulos. Ti si accappona la pelle? E' un rischio, lo so.
Al suo passaggio tremano le fondamenta dei musei, i grandi collezionisti spalancano le porte delle ville in California. Egli è l'anima oscura, l'eminenza grigia dell'arte contemporanea. Se voglio sfondare, devo arrivare alla mente che disegna l'intera scacchiera. Il verbo che infiamma l'opinione. Al di là della creazione io voglio il creatore della creazione, colui che s'inventa gli artisti, i critici, il mercato, il fenomeno e lo scandalo. Io voglio il Dio di questo corrotto e scintillante mondo dell'arte. Solo la sua benedizione mi farà schizzare al top. E' un progetto ai limiti dell'immaginabile, perché in giro lo si vede poco, ha una vita molto riservata e quasi mai rilascia interviste.
Dicono che sia sfuggente, ambiguo, spietato. Un'autentica leggenda. Possiede ben cinque gallerie sparse per il mondo e si chiamano tutte White Bird. Lavora con i più grandi artisti, li strappa alle altre gallerie e ne fa carne per il proprio mercato. Senza dubbio è l'uomo più potente del mondo dell'arte. Domani si inaugura la mostra di Victor Ruesh a White Bird, ci sarò. Spero di riuscire a incastrare il direttore della galleria… un certo Jeremy Cohen e attraverso lui aprirmi la strada per Anastasio. Come prima mossa mi sembra eccellente. Per il momento è tutto, tornerò a Milano tra un mese esatto, scrivi presto.
Ti abbraccio, tua ambiziosa Fiona."
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© 
Davide Gallo - 2003 


 

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