"Lei respira con me" di Sara Fornisano

Tutte le volte che il mio pensiero va da lei immagino di stringerla tra le mani per sentirne ancora il profumo, condividendo ogni sua più piccola parte.
Mi ha dato la vita, la libertà. Sono andata lontano e ho provato emozioni fantastiche ma lei non l’ho mai tradita, la mia terra viene sempre con me.
E’ passato un bel po’ di tempo da allora ma non bastano anni interi per cancellare i ricordi di un’infanzia, le risate di bambini spensierati che giocano tra loro, l’odore del fieno e dell’erba appena tagliata d’estate e quelle pallonate di neve gelida che riempivano i miei pomeriggi di bambina.
Pareva ieri il giorno in cui i “grandi “ decisero di andar via, e ancora adesso sento quell’amaro in bocca misto all’odio e alla rabbia per non poter dire e fare nulla.
Ai muri di quella casa che mi aveva visto nascere, rivendicavo il semplice diritto di vivere la mia vita lì con lei, disposta perfino a divenire un albero che mette radice da qualche parte pur di rimanere legata a quei luoghi che ogni giorno i miei occhi cercavano con quotidiana famigliarità…ma davanti alla realtà dei fatti tutto quello che potevo fare non era altro che piegarmi ad un vento ostile e più forte di me.
Se avessi avuto la forza di soffiargli contro, se avessi potuto urlare attraverso la finestra del cielo fino ad arrivare a Dio e cambiare il destino delle cose …! Ma il mio era solo un debole respiro di bambina. Il giorno della partenza arrivò sottile e perfido come un serpente che striscia con un movimento sinistro prima di agguantare la preda e gustarsela poi in tutta tranquillit : era un giorno sereno come ce ne erano stati tanti in passato, ma per me non era altro che l’inizio di un addio silente e smarrito.
Il sole era alto nel cielo azzurro di Settembre ed i colori dei prati ancora estivi si confondevano tra le lacrime velate dei miei occhi che si chiedevano per l’ennesima volta il perché di tutto questo senza darsi pace.
Gli odori della campagna parevano più intensi come a volermi regalare un sorriso di più, e “little small” mi abbracciava con lo sguardo innocente di chi è nato libero.
Già, chi è “little small” ? Devo rivangare bene nella memoria di bambina e ricordare a chi attribuire questo nomignolo e mentre sono qui che scrivo ecco che pian piano riemerge il suo ricordo come un tesoro sommerso e ripescato da profondi fondali.
Avrò avuto circa otto anni quando un mattino di primavera piantarono poco distante da casa nostra un bel pioppeto. Era piccolo a vedersi ed i suoi piccoli alberelli erano deboli come fuscelli; pareva quasi dovessero adagiarsi al suolo al primo colpo di vento, ma io l’amai fin dal suo arrivo e da quel giorno divenne mio. Fu come possedere un cane od un gatto, io avevo il mio “little small” e ne ero immensamente felice. Ogni giorno notavo il suo cambiamento; da gracile ed incerto che era, ogni primavera che passava diveniva più forte e vigoroso, dondolandosi tra la pianura nel vento debole di Maggio ed innalzando i suoi rami verso il cielo in una sorta di danza gitana.
Cresceva con me ed io ne ero fiera. Dopo la scuola passavo da lui raccontandogli com’era andata mentre accarezzavo una per una ogni corteccia dei suoi alberi. Spesso lo ammiravo incantata dalla finestra di casa mia fissandolo per ore.
Né mio fratello né mia sorella potevano capire, perfino ai miei genitori tenni sempre nascosto l’amore per lui, poiché si trattava del mio segreto, un patto di quelli che si fanno da bambini e che si custodiscono gelosamente nel cuore senza che nessuno possa interrompere quella perfetta e armoniosa complicità.
Neppure ora che inizia a comparire qualche filo d’argento tra i capelli neri riesco ad infrangere quel segreto e mi pare quasi di vederlo il mio “little small” mentre con i suoi rami si lascia ancora una volta andare libero nel vento di primavera, incurante del tempo che se ne va.
Il giorno prima della partenza andai ad abbracciarlo per l’ultima volta.
Quel pomeriggio era uno dei tanti giorni “ senza espressione “ come amavo definirli, poiché il cielo si fondeva con i colori della terra assumendo anche lui una sfumatura bruna senza esaltare nessun colore in particolare. In giorni così mi ero sempre stata lasciata trascinare da una malinconia senza alcun apparente motivo e non vedevo l’ora che arrivasse l’indomani nella speranza di rivedere il mio sole adorato. Ma quel giorno tutto era particolare.
Sapevo che sarebbe arrivato anche se fino all’ultimo avevo sperato con tutte le mie forze che non giungesse mai.
Anche Little Small sapeva il perché della mia presenza, e perfino il ruscello poco distante pareva malinconico, immobile e paralizzato com’era, pareva come sotto l’effetto di un incantesimo.
Guardavo tutt’intorno la natura che aveva fermato per un attimo il suo corso naturale quasi a volermi ascoltare in segno di rispetto e quando fui sul punto di dire qualcosa, gli occhi mi si velarono di lacrime e piegandomi su me stessa mi liberai in un pianto convulso, da troppo tempo soffocato nell’anima.
Ero una ragazzina ormai ma non provai la minima vergogna che qualcuno potesse vedermi. Non mi importava nulla, quello era il mio addio a ciò che avevo di più caro , sentendo nella parte più remota del cuore che non l’avrei mai più rivisto se non nei miei ricordi.
Accarezzai uno ad uno ogni tronco senza emettere alcun suono, lasciando la mia mano rigata di lacrime scivolare piano sulla corteccia giovane e profumata .
Non dicevo nulla, erano troppe le emozioni nel cuore. Avrei voluto stare lì e fondermi con le sue radici raggiungendo l’acqua del ruscello e dissetarmi proprio come faceva lui: e con questi pensieri un nodo di dolore all’improvviso mi afferrò la gola senza darmi tregua tanto che per in istante pensai addirittura di non riuscire più a respirare.
Il giorno seguente lo lasciavo per sempre.
Il sussurro del vento custodiva fedelmente tutti i segreti di quegli anni, mentre il ritmo armonioso di una qualunque giornata di settembre lo cullava teneramente come fosse un neonato.
Quando ad un certo punto della vita aspetti che il tuo passato ritorni con i suoi giorni più belli per regalarti le emozioni di un tempo mentre dai un’occhiata nel baule dei ricordi, tiri fuori inaspettatamente ricordi impolverati dal tempo che quasi non ricordavi più di avere.
Si susseguono uno dopo l’altro come in una sequenza di un film d’epoca, dove ogni pellicola logorata dal tempo appare con un fascino travolgente ed immediato, ed ogni più piccolo particolare ha un significato preciso che ti prende per mano fino a condurti nel punto più delicato del cuore.
Ancora adesso in certi momenti della mia vita cerco il calore della sua corteccia ed il profumo di un’essenza pulita come la sua .
Chi ha ammirato la luna specchiarsi in un mare di neve candida non lo dimenticherà mai più; rimarrà inciso nell’anima come un sorriso sincero di un amico vero che non ti abbandonerà mai, un’emozione unica e speciale come il sapore di una notte di natale.
Quell’emozione scivola nel sangue come un fiume in piena , e mi pare quasi di avere tra le mani un pugno di quella neve mentre la respiro avida e ingorda fino a divenire anch’io un cristallo trasparente e purissimo mentre fluttua leggero nell’aria gelida e frizzante.
Su quei prati candidi dove le mille lune di notte si specchiavano, divenivano dopo la scuola veri e propri campi di battaglia. In quelle piccole orme c’era la storia di ognuno di noi; bambini con l’innocenza di chi crede nella bontà della vita, bambini che amavano rincorrersi felici tra loro senza pensieri come era giusto che fosse.
Solo dopo il lungo silenzio invernale sulla terra nuda e fredda comparivano i primi segni di una resa lasciando così spazio ad una splendida primavera.
E con l’arrivo della primavera accadeva un fatto insolito. Quasi come un rituale sacrosanto, le massaie del quartiere si riversavano in quei prati ancora un po’ assopiti dal rigido inverno, estirpando con una cura indecifrabile delle erbette saporite per poi metterle in padella e trasformarle in pietanze gustose!
Anche noi bambini eravamo coinvolti nella spietata ricerca, divenendo molto spesso una vera e propria gara. Dalle case non si faceva altro che osservare natiche all’aria e teste chine al suolo per gran parte della giornata mentre qualcuno si divertiva a fare commenti rivolti a questa o quella massaia. E quando finalmente avevano terminato il loro lavoro e tutte paonazze in viso dalla fatica ritornavano a casa, sui loro visi vi era dipinta la grande soddisfazione per aver compiuto qualcosa di buono.
D’estate fra i tramonti accesi e gli ultimi bagliori di un sole rovente, i grilli e le cicale si esibivano in gare canore e chi tra di noi era più discolo si divertiva a metterli in fuga
Ma il destino più angusto spettava sicuramente alle lucciole.
Erano la passione di tutti noi; passavamo serate intere a catturarle riponendole in vasetti con piccoli fori per poi portarle a casa e da lì le fissavamo attentamente fino a che non crollavamo sfiniti a notte fonda. Non volevamo mai addormentarci perché sapevamo che l’indomani mattina le avremmo trovate morte stecchite : qualcuno tra i bambini più grandi diceva che morivano perché addormentandoci smettevamo di guardarle e loro dal dispiacere erano destinate a spegnersi per sempre. Ricordo di aver preso tante sberle dai miei genitori per questo!
Ma durante quel periodo dell’anno la gente del quartiere assumeva un’aria diversa dal solito.
Li chiamavano quelli dei “ palazzi del sole” , perché nei loro occhi avevano il colore del mare e del sole, le speranze di una vita migliore riposte in una valigia e tanta voglia di ricominciare proprio da lì, in quella terra ricca di nebbia e di freddo ma fertile e che dava il pane a chiunque glielo chiedesse .
Era gente appena arrivata dal Sud e sapeva solo parlare il dialetto. Pareva di vivere nel cuore di una patria lontana dove il sangue ti ricordava chi eri, ed io sapevo che quella era anche la mia gente.
Talvolta aveva il sapore dell’amaro in bocca, il pianto era forte e la rabbia per l’ingiustizia era tanta.
Non c’erano più lacrime perché ognuno aveva fatto i conti con la ricchezza che aveva dentro ed anche se a volte la vita era stata crudele. di una crudeltà unica e subdola , si cercava di arrivare in cima alla vetta cocciutamente. Poi come un lampo improvviso si scopriva durante il tragitto che si era cambiati: qualcosa ti aveva trafitto, e l’anima non era più innocente e pura come in partenza. Non ci si badava e si andava avanti lo stesso, nella speranza di trovare un sorriso e soprattutto nella disperata ricerca di calore umano,ma ahimè niente da fare. Anche stavolta la stessa scena: l’ipocrisia dipinta sul volto di qualcuno e nel cuore tanta spudorata indifferenza che col passar del tempo diveniva insofferenza.
Ci si accorgeva di essere esattamente al punto di partenza, perché dopo le tante umiliazioni subite e le ennesime stupide promesse, in realtà non si era mai partiti. Vorresti essere morto ma quell’animale antico che c’è nel proprio essere ribellandosi, lascia posto ad un caparbio attaccamento alla vita e seppure esista la rabbia e l’odio, presto tutto questo si trasforma in una forza prepotente che rivendica a tutti i costi la propria dignità.
E così come quando si incontrano la luna ed il sole nasce l’amore, ecco che siamo nati noi, figli di quel sole mentre bacia le terre lontane del Sud e di quella luna mentre dona il proprio chiarore sulle pianure del nord. E nel mio sangue ci sono loro, che si fondono ai battiti vitali della terra
Rivedo ancora i papaveri ed i fiordalisi con i loro colori accesi mentre si distinguono spavaldi in mezzo al grano dorato di gente che lavora duro, la stessa gente che dopo il letargo invernale sapeva accoglierlo e tenerlo tra le mani come un figlio desiderato da tempo e finalmente arrivato. E tra le spighe si leggevano gli eventi : il candore innocente della neve d’inverno, le prime piogge di primavera ed il calore rassicurante di un sole estivo che lo conduceva sereno fino alla mietitura.
Sotto il sole cocente i contadini parevano impassibili mentre lavoravano, abituati com’erano a convivere con una terra fertile che donava i suoi frutti generosamente, arrivando perfino a confondersi con gli odori delle pietanze od al chiasso delle tv accese .
Nelle serate estive quando la gente usciva e chiacchierava per ore intere mentre i bambini scorrazzavano per la strada, ascoltavo con passione e curiosità il respiro lento e cadenzato dei campi .
Pareva un gigante buono addormentato che regna sovrano su ogni destino e mentre dormiva ne udivo con le corde dell’anima, il sonno riposato e sereno. Mi sentivo tranquilla, sapendo che una volta rientrata a casa lui sarebbe rimasto là ad attendermi per darmi il buongiorno il mattino seguente.
I bambini non dimenticano queste cose, al contrario, rimangono incise nella mente per sempre e nel cuore si sa di possedere un tesoro di più.
Il cuore di un bambino può contenere tesori di differenti tipi poiché c’è tanto spazio da poter riempire, ma è certo che i tesori che resistono al logorìo del tempo sono quelli di maggior valore, come un evento, un profumo che trasmette un’emozione particolare o addirittura un personaggio singolare come poteva essere Vincent.
Nessuno in realtà conosceva il suo vero nome ma noi bambini lo avevamo battezzato così , forse perché ci ricordava uno straniero olandese o giù di lì da come vestiva e dal viso sempre paonazzo di buon vino ma con un sorriso altrettanto innocente da coinvolgere chiunque al pensar bene di lui.
Compariva solo nelle domeniche mattina di fine primavera mentre con un’agilità sorprendente sfiorava i tasti della sua fisarmonica, facendone uscire delle melodie serene e divertenti. Non si sarebbe detto che sotto quella mole corpulenta e massiccia dai grandi baffi all’insù si nascondesse un barbone stravagante dal cuore buono.
E tutte le domeniche ci affacciavamo dalle finestre ansiosi di aspettare il suo arrivo giù nel cortile, osservando ogni più piccolo particolare mentre lui con aria spensierata continuava a sorriderci e ad abbozzare un inchino.
Era inevitabile l’ applauso finale seguito poi dal consueto lancio di monetine.
Quell’uomo dall’apparente età di 60 anni sapeva solo sorridere e ringraziare, lasciandoci il gusto del mistero assoluto e tanta curiosità Tutti gli anni lo rivedevamo comparire puntuale fino a che una primavera non ricomparve più e con lui sprofondò nel silenzio anche il suo mistero.
Questa è la mia terra, adagiata silenziosa nella parte più profonda del cuore, ed io l’amo come una figlia lontana.
Nelle sere di primavera sento nell’aria il suo profumo che arriva dolcemente e quasi inaspettato con il vento del nord fino ad essere sempre più insistente . Il mio pensiero si abbandona e la vedo ancora là, con le sue mille lune specchiate sui prati imbiancati d’inverno ed il mare di ciuffi d’erba fine piegati al vento di Maggio…ed io so, semplicemente, che sto respirando con lei.


 

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