Ora che i suoi capelli cominciavano a spuntare qua e là argentati sotto l'henné che conferiva un inconfondibile colore rosso alla sua chioma folta e ricciuta, si ritrovava spesso a pensare a come fosse diversa dalla ragazzina che era stata, e si chiedeva quando fosse avvenuto quel mutamento radicale e profondo di cui sembrava rendersi conto solo da poco tempo. Quando, quando era stata ferita a morte l'adolescente petulante e un po' viziata? E dove, dove si annidavano le ferite che l'avevano straziata? Cercava tra la ragnatela banale di ferite piccole e grandi del suo corpo, regolari perché tracciate dalla mano sapiente di un chirurgo o irregolari perché provocate da un caso accidentale, ma non ne trovava alcuna cui attribuire quella responsabilità.
Né poteva, trattandosi di ferite invisibili che, a differenza delle altre, non si erano completamente cicatrizzate e tali erano destinate a rimanere.
Aveva sperimentato che di ferite al cuore ne basta una per cambiare la vita, sono infatti quelle che danno la piena cognizione del dolore per cui niente sarà più come prima, quelle che rendono diversi da tutti coloro che non hanno mai avuto inferta una ferita al cuore, ma spesso anche da coloro che l'hanno subìta, quelle che fanno percepire le cose secondo una gerarchia e una graduatoria diversa rispetto a prima, quelle che lasciano per sempre un senso dell'assoluta precarietà e della repentina mutevolezza dell'esistere che fa guardare con ironica comprensione verso coloro che, nutrendo un senso dell'eternità del loro vivere, non fanno che progetti a lunga e lunghissima scadenza, fiduciosi che nella loro vita non debba mai irrompere il dolore.
Aveva inoltre sperimentato che le ferite del cuore possono essere avvertite come delle stimmate che diventano segno superbo di un carisma, ragion per cui la religione cattolica ripone particolare venerazione nel culto del cuore sanguinante di Gesù e del cuore trafitto dell'Addolorata. Oppure come un marchio indelebile e vergognoso che giustifica ogni viltà, pusillanimità o debolezza. Può chiudere un occhio la coscienza se si è stati così sfortunati e provati dalla sorte... Il dolore autorizza e dà l'imprimatur ad una sorta di diritto alla amoralità, pone al di sopra della morale corrente.
Era stato per lei come per tutti: quando nella vita irrompe il dolore,
cambia la dimensione del tempo nella storia personale, si guarda con occhi nuovi al presente, si reinterpreta il passato, si bandisce il futuro come prospettiva incerta e inaffidabile, tanto irrazionale quanto improbabile.
Non c'era che misurarsi col dolore, mettersi in gioco tutta, dare fondo a ogni risorsa, capire quanto si vale e quanto si è in grado di valere, qual è il rispetto che si ha per sé e quanto ne è dovuto dagli altri.
Gli altri?… Il dolore, si sa, si vive in piena solitudine, nessuno può esser d'aiuto a vincere la battaglia di resistenza che si oppone all'onda d'urto devastante; infastidisce la solidarietà, l'affetto, la pietà; non ci può essere condivisione.
Come sempre capita e com'è ovvio perché al dolore non si fa l' abitudine né ci si prepara mai al suo arrivo, l'impatto col dolore la trovò impreparata: quando mai aveva sofferto quella ragazzina abituata a primeggiare, adulata e corteggiata? Aveva vissuto come se dicesse a tutto
il mondo: "Mi degno di concedervi il bene della mia persona, fate tutto voi però, alleviatemi gli affanni e i bisogni del vivere, zavorra del mio spirito!". Vivendo tra gli altri, sempre attorniata di un'infinità di persone che la cercavano per il suo estro e la sua capacità di organizzare casini, quel che proteggeva nascostamente e a tutti i costi era la sua solitaria interiorità. A nessuno mai faceva trapelare che lei era tutto il contrario di come appariva, né qualcuno avrebbe potuto mai sospettarlo. Non voleva far altro che dedicarsi alle sue passioni da cui il suo spirito traeva esclusivo godimento: la lettura e la scrittura, spazi solo suoi nei quali nessuno poteva entrare, i viaggi, anche fatti in compagnia, dai quali acquisiva esperienze capaci di arricchire il suo bagaglio culturale, la caccia ai libri fuori serie e antichi, alle foto, alle stampe e alle cose vecchie nei mercatini d'antiquariato e dai robivecchi delle capitali straniere e delle piccole e grandi città italiane, le mostre d'arte, le ultime novità librarie, i film d'essai.
Sposarsi significò dividere con qualcun altro questa interiorità, ma lui era così fiducioso che sarebbe stata la persona giusta per alleviarle la zavorra del vivere, così rispettoso e desideroso di garantirle quel bozzolo nel quale potesse continuare a covare il suo mondo, così sicuro di potere mantenere senza mai pentirsi le aspettative che le disse: "Fìdati", e lei
ebbe ragione di fidarsi.
Anche quella mattina tornavano dall'ospedale verso casa in auto: da diverse mattine ormai, una decina, facevano quel tragitto, da quando, cioè era nato il loro primo figlio, che lei aveva fortemente voluto, destinato a restare l'unico per loro scelta. Avevano nelle orecchie le parole inequivocabili del pediatra addetto al reparto immaturi: "Non è detto che ce la faccia, specie per i problemi respiratori, ma se ce la farà potrebbe avere problemi per sempre. Stiamo aspettando l'esito del cariotipo, riteniamo sia un problema genetico…". L'auto percorreva uno dei tratti più belli della costa siciliana a strapiombo sulla scogliera di antiche lave e macchia mediterranea della Timpa di Aci Reale. Ad un tornante i loro occhi si incontrarono: " Che bel mare! Un bagno?…" le ridacchiò cupo suo marito con l'humor noir che esibisce nelle occasioni in cui è disperato e pronto a tutto. Fece un cenno di sì col capo, ma non fu abbastanza pronta, perché volle prima tornare a misurare con gli occhi il baratro laggiù dove il mare si infrangeva tra gli scogli di nera lava, e perse l'attimo fatale perché tutto potesse compiersi. L'indomani erano di nuovo su quel percorso che li avrebbe condotti ancora davanti a quella scatola di vetro che simula il grembo materno, dove un esserino troppo piccolo cercava di rinascere ad una vita nella quale non avrebbe mai combattuto ad armi pari.
Accanto a lui, in una scatola simile, il figlio di alcuni conoscenti con i quali avevano condiviso le ansie dell'attesa. Neanche lui sarebbe stato fortunato e più tardi, divenuto adolescente, sarebbe stato miracolosamente salvato dalla guardia forestale in uno chalet sui boschi dell'Etna, dove era stato sequestrato a scopo di riscatto e segregato in catene per diversi giorni da parte di alcuni malviventi, allo scopo di estorcere denaro ai facoltosi genitori.
Fu così che entrò via via in relazione con un genere di umanità varia che non aveva preventivato, persone a cui l'accomunava la speciale natura e condizione di un figlio. E fu così che conobbe Giovanni.
Giovanni abitava in una casa al centro di una ridente località collinare alle pendici dell'Etna. Biondo, occhi azzurri, carnagione chiara e imberbe,
era figlio di onesti lavoratori che avevano fatta enorme fatica a convivere con la sua rara malattia sin da quando, dopo i primi mesi di vita, gli avevano diagnosticato una sindrome malformativa multipla a carattere genetico. I genitori, disperati perché, dopo la incapacità di alimentarsi da solo dei primi anni, a causa della diffusa ipotonia, il bambino era diventato tanto vorace da rubare il cibo nottetempo anche dal bidone della spazzatura, con conseguente grave obesità, cominciarono a fare il giro degli ospedali italiani, dove infine gli fu diagnosticata una sindrome molto rara, chiamata con i nomi dei suoi scopritori svizzeri "Sindrome di Prader - Willi". Ma era certo un po' tardi in quanto certe abitudini alimentari si erano ormai radicate, non solo nel ragazzo, ma anche presso la famiglia che considerava sulle prime la sua mania per il cibo la cosa meno grave di tutte le sue disgrazie, dal ritardo mentale, alla bassa statura, agli scatti irrefrenabili di nervosismo, alla difficoltà di socializzare.
Non si era mai visto in paese uno che mangiasse tanto e ogni giorno in quel bar sulla piazza che Giovanni, divenuto adolescente, frequentava di ritorno dal centro di rieducazione per disabili dove cercava di imparare a parlare e a scrivere, era uno spasso per tutti vedergli mangiare enormi guantiere di pasticcini offerti dagli avventori tra le scommesse: "Vediamo quando si sazierà e dirà basta!". Ogni nuovo gruppetto di avventori era una nuova scommessa a colpi di bignè alla panna, cannoli di ricotta, paste di mandorla. Vinceva chi alzava di più la posta.
Giovanni non avvertiva il senso della sazietà e la bulimia ipotalamica, che era l'aspetto più grave della malattia, comportava una progressiva obesità che in poco tempo provocò seri danni a tutto l'apparato scheletrico, ai denti, ai reni e al cuore.
La conseguenza più immediata fu il diabete che insorse prestissimo, sicché fu necessario sottoporsi a una terapia insulinica con tre punture sottocutanee al giorno; inoltre erano necessari continui ricoveri ospedalieri per disintossicare il suo fegato e fargli perdere i liquidi che lo gonfiavano tendendo la sua rosea pelle come un pallone in procinto di scoppiare.
Le famiglie con soggetti così sono per forza di cose impossibilitate a continuare a vivere la solita vita di relazioni sociali. È incredibile, infatti, come la vita di relazione nella specie umana si imperni tutta interamente
sui cibi consumati o da consumare insieme: "Signora, mandi pure il bambino da me oggi, faranno i compiti insieme e, dopo, la merenda…" - come se la cosa più importante non fosse studiare -, "Stasera si va tutti in pizzeria a farci una pizza e una birra alla spina…" - come se la cosa più importante non fosse stare insieme tra amici a far baldoria - , "Parliamone, magari da soli io e te, nel nostro solito tavolo di quel delizioso caffè fuori mano, sorbendo una cioccolata calda…"- come se la cosa più importante non fosse chiarire i rapporti un po' incrinati tra due persone -, "A Natale sempre in famiglia con il cappone, le anguille e il panettone…"-, come se la cosa più importante non fosse rinsaldare i rapporti di affettuosa unità all'interno della famiglia -, "Vieni alla mia festa di compleanno? Patatine e coca cola, non solo… ma quest'anno anche hamburger e ketchup e… naturalmente una torta principesca!"- come se la cosa più importante non fosse condividere con gli amici la gioia o la responsabilità per l'anno in più che ci attende- . E così via di seguito!
Malgrado le famiglie si premuniscano anche chiudendo a chiave i cibi in un vecchio armadio della cucina (neanche a pagarlo a peso d'oro se ne trova in commercio uno nuovo!) ed imparino a mangiare quando non sono spiati da occhi indiscreti e golosi, i ragazzi, divenuti autonomi, trovano sempre modo di sfuggire al controllo, innanzitutto con continui furtarelli in casa fatti con la destrezza di Arsenio Lupin, e poi approfittando dell'altrui buona fede - qualcosa da mangiare non si nega a nessuno, specie a un ragazzo così indifeso e affamato! - o, nella maggior parte dei casi, dell'ignoranza o, con una casistica inverosimilmente alta, della gratuita cattiveria altrui.
Le litigate dei loro genitori con i nonni sono proverbiali, perché questi ultimi difficilmente sono in grado di capire che una caramella data a questi nipoti è un sottile veleno che accorcerà di un giorno la loro vita.
Nessuno specchio, nessuna bilancia, niente e nessuno può convincerli della dannosità di questo loro mangiare da morire, i più dotati negano spudoratamente l'evidenza che i vestiti stanno loro stretti di mese in mese, attribuendone la causa ai cattivi tessuti… affermano che le bilance sbagliano sempre e si rifiutano di andare da quel deficiente del dietologo.
Non provano invidia per la linea degli altri loro parenti o conoscenti e
pensano di essere abbastanza desiderabili, anzi cercano un fidanzato o una fidanzata, che per lo più è l'ultima persona che si è mostrata paziente e gentile con loro, l'educatore, l'istruttore di palestra, il logopedista, perché hanno un grande bisogno d'affetto, di una vita normale, di una famiglia e di bambini propri.
Non so quanti di loro siano in grado di percepire la loro diversità, credo però che i più ne siano capaci misurandola sul terreno dei comportamenti riguardanti il cibo: Giovanni si chiedeva sempre perché lui fosse l'unico a cui non si chiedeva mai a tavola: "Ne vuoi un altro po'?" e ogni tanto piagnucolava perché il pranzo che gli era stato dato non era riuscito a saziare lui mentre si rendeva conto che aveva saziato suo fratello.
Ora è un angelo di Botero nell'ingrandimento appeso alla parete del salotto. Se avesse mangiato di meno sarebbe vissuto di più. Quanto? Come?
Lei era solita pensare: "Chi di noi non darebbe la vita per una Saint Honoré o una cassata siciliana!?…". Che sia una portatrice sana?…
E mentre un sorriso rasserenato le illumina il viso, si ritrova chissà come a canticchiare pochi versi di una stupida canzonetta di Luca Carboni, sentita per caso alla radio e stranamente non più dimenticata: "… ma ogni persona lo sai ha le sue ferite, lo sai, grandi o piccole, poi, a volte sanguinano, e la ragione non può, l'intelligenza non può, neanche coi soldi si può curarle nemmeno un po'… se non c'è amore, più amore, più amore intorno a te…"
© Marinella Fiume
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