"Volevo bene a Chiara" di Nunzio Fiore



Chiara era una ballerina ed era bravissima. Io l'ho vista danzare e vi assicuro che anche a non capirne nulla di ballo e teatro, lei sapeva sempre trasmetterti qualcosa. Un messaggio, una sensazione nuova, un'emozione strana, come di chi ha risolto un problema complesso, di chi ha trovato le risposte alle domande che si pone da sempre. Spesso non sapevo quali fossero le domande o il problema, avevo solo risposte e soluzioni, ma questo non mi importava e mi cullavo, caldo e bambino, in quella dolce sensazione di sicurezza. Come se il mondo l'avesse creato Chiara con la sua danza. Forse era proprio questo che mi trasmetteva il suo ballo: la sicurezza di essere al mondo e di essere vivo. Era stupenda e non mi spieghero' mai perche' le cose siano andate a finire cosi'. La critica non l'ha mai presa seriamente in considerazione, le ha dato gioia per pochi anni e se n'e' dimenticata come un ricordo in un cassetto. Verso la fine della sua vita teatrale, i suoi spettacoli, cosi' diretti e semplici sono stati giudicati banali, privi di ricerca, impegno e spessore. Io non ne capisco molto di queste cose e, anche se ora sono anziano, non sento che l'eta' mi abbia portato saggezza o un senso critico particolari, pero' so per certo che nel modo di ballare di Chiara c'era qualcosa di bello e coinvolgente, ne sono sicuro. Non credo di saper raccontare bene le storie del mio passato anche perche' non ho quasi nulla da raccontare. Non ricordo piu' niente - mentre ho scritto queste ultime tre parole non sono riuscito a trattenere una lacrima lenta e stupida quasi quanto me. Ecco cosa sono diventato, un piagnisteo. Come mi rimproveravano da bambino, quando piangevo per ogni stupidaggine. Ecco cosa sono ritornato ad essere -. Eppure la storia di Chiara non l'ho dimenticata. Lei non piangeva mai e non ha pianto nemmeno quando si e' trovata disgraziata e infreddolita per le strade. Una volta sola l'ho vista piangere e fu terribile. Non ha mai preteso il successo che meritava e ha continuato ostinata a cogliere le piccole opportunita' che le si presentavano per trasformarle sempre in timidi successi personali. Danzare la faceva sentire in contatto con la parte piu' reale di se' e del mondo; un cordone ombelicale tra lei e la Terra. La natura stessa di ogni gesto le sgorgava da dentro come acqua sul letto di un fiume. Io volevo un gran bene a Chiara per quello che mi dava, ma non gliel'ho mai detto. Mi faceva felice vederla e, se sorrideva, allora ero contento come un bambino a Natale. Non desideravo altro che vederla danzare. Il cognome da signorina di Chiara era Narciso, cambiato poi in Dipersinci; un cognome orribile affibbiatole con il matrimonio da un uomo altrettanto orribile: Taddeo Dipersinci. Tutt'ora, anche se e' trascorso molto tempo, lo odio, sia lui che il suo dannatissimo cognome. Lei lo chiamava Tad, e lo difendeva dagli attacchi di chiunque. Vi assicuro che era difficile resistere dall'attaccare Taddeo. Faceva saltare i nervi a un santo. Era viscido, indisponente, ostile, egoista, cattivo, borioso e grasso. Non sto esagerando e una volta stavo per picchiarlo; se non siamo venuti alle mani quel giorno e' stato solo grazie a Chiara e alla sua dolcezza. Lei lo amava e lo difendeva perche' non lo vedeva come gli altri; solo qualche anno dopo quell'episodio compresi meglio questo concetto. Non sono mai riuscito a capire perche' si sia innamorata di un essere simile, non c'entravano nulla l'uno con l'altra. Erano la caricatura della bella e la bestia; lei piu' bella di Bella e lui piu' bestia di Bestia. Taddeo, che per amor di Chiara da ora in poi chiamero' Tad, era sempre stato grasso e sudicio da che ho memoria di lui. Si erano sposati qualche anno prima che entrassi nelle loro vite, dopo essersi frequentati per un paio di mesi soltanto. Si erano conosciuti durante uno spettacolo diretto da Tad in un grande teatro di cui non ricordo il nome. Come vi ho detto poche righe fa, io non so raccontare bene le storie e mi sono dimenticato di dirvi che Tad era un regista teatrale. Aveva diretto una ventina di spettacoli in diversi teatrini di provincia e non aveva mai conosciuto un vero successo o un dirompente applauso. Il motivo per cui non era mai piaciuto non lo conosco veramente, a me le sue opere facevano schifo perche' in realta' mi faceva schifo lui, pero' credo che nascosto da qualche parte avesse del talento. Una sera, io avro' avuto vent'anni al massimo, mi ritrovai a casa di Chiara. Piangeva a dirotto (era quella l'unica volta che la vidi piangere, e fu molto doloroso per me). Tad l'aveva lasciata e lei sapeva che con lui se n'era andata la parte migliore di lei, la sua anima artistica. Io le ripetevo di non dire stupidaggini, che era stupenda e la sua arte non poteva rubargliela nessuno. Tad era un uomo orribile e averlo perso era una fortuna, sia per lei che per me. A queste mie parole spalanco' gli occhi e fu quella sera che mi racconto' di Tad e del suo "talento". "Una volta terminato lo spettacolo", disse riferendosi alla sera in cui conobbe Taddeo Dipersinci, "mi alzai in piedi e cominciai ad applaudire e mi accadde una cosa che reputai stranissima. Ero l'unica che applaudiva in tutto il teatro. Il pubblico era seduto immobile e sentivo gli occhi inebetiti della gente su di me. Io non ho voluto dare nessuna importanza ai loro sguardi perche' sentivo che lo spettacolo di Tad mi aveva coinvolto in un modo incredibile. Mi aveva spiegato per quale motivo danzavo, e aveva gridato cosi' forte dentro la mia testa che non potevo far a meno di battere le mani e urlare il mio entusiasmo verso il palco. Subito dopo sono uscita ad attenderlo. Era logico che mi avrebbe raggiunta, me l'aveva detto con la sua rappresentazione. Infatti lo vidi attraversare la soglia del teatro nel suo lungo cappotto nero, con un cappello anch'esso nero, anacronisticamente stupendo. Aveva un viso perfettamente curato, un pizzetto nero come la notte, uno sguardo che ti squarciava e ti esplorava nell'anima. Ne fui stregata immediatamente." Non riuscivo a credere che stessimo parlando della persona che avevo conosciuto per vent'anni. Tad affascinante? Non era possibile e glielo dissi. "E' sempre stato bello, da che l'ho conosciuto ad ora che mi ha lasciata. Nessuno ha mai potuto vedere la sua bellezza e io stessa ho impiegato parecchio tempo per comprendere che io sola lo vedevo cosi'. Io sola vedevo i suoi abiti eleganti e la sua gentilezza nei gesti. Tutti, anche tu, avete sempre visto un uomo orribile e sentito delle parole cattive, mentre io ne catturavo sempre un aspetto positivo. Non so come fosse possibile. Sentivo le stesse parole che sentivate voi eppure ne vedevo una luce nascosta, sentivo qualcosa in piu', travisavo e trasformavo lui e i suoi discorsi nella mia mente. Si era impossessato di me, questo era il suo talento. L'ho compreso troppo tardi, questo lo so. L'ho capito troppo tardi." Cosi' dicendo riprese a piangere e singhiozzare. Sembrava che i pianti che aveva trattenuto per anni fossero esplosi tutti insieme in quell'istante. Le dissi di non fare cosi', che mi straziava vederla piangere, che mi sentivo in colpa anch'io, che avrei dovuto starle piu' vicino. Capirla. "Tu non c'entri", mi rispose, "tu sei l'unica cosa buona, realmente buona, che mi sia capitata in questi anni". Mi sentii sanguinare il cuore, il sangue bollire, un nodo in gola mi stava strozzando. Avrei voluto schioccarle un grosso bacio sulla guancia ma ancora non riuscivo a dirlo. Maledizione, e ancora maledizione. Non so per quanto tempo ancora mi maledirò per non averglielo detto allora. "Dopo il matrimonio, Tad ha iniziato a poco a poco a sdoppiarsi nella mia mente. Ero come ipnotizzata da lui, dai suoi spettacoli, dal suo modo di parlarmi e insegnarmi le cose. Mi chiedeva di danzare nelle sue opere e io lo facevo, seguendo, sempre, le sue indicazioni. Mi fidavo ciecamente di lui. La notte però era diverso. La notte vedevo in sogno un uomo terrificante, un uomo spaventoso che ho riconosciuto dopo molto tempo. Era l'uomo che tutti voi vedevate. Era lui che mi veniva a far visita la notte e che scavava nella mia anima, portandomi via ogni volta un ricordo, una conoscenza, un desiderio. In questi anni Tad mi ha svuotata." Non capivo cosa stesse dicendo. Stava farneticando o forse il dolore l'aveva distrutta e non riusciva a vedere bene la realtà dei fatti. "Dopo i primi spettacoli condotti insieme, la mia voglia di danzare davanti a un pubblico e di ballare per me stessa sono svanite per lasciare il posto al desiderio di ballare esclusivamente per lui. Ma non proprio per l'uomo che mi amava e che vedevo durante il giorno, ma per quello che mi appariva in sogno, quello che tu hai sempre visto. Ogni giorno, dopo ogni esibizione, dopo ogni sfrenata danza, sentivo qualcosa scivolarmi via dalle dita senza che io potessi far nulla per impedirlo. Tad e' un essere cattivo. Mi ha rubato tutta l'arte, l'anima, il gusto di fare cose belle, di vivere le mie danze; e io ho lasciato che mi facesse questo perché in cambio mi dava tutto quello che un'artista ricerca con le sue opere, la totale soddisfazione-rotonda. Il pozzo profondo che sentiamo dentro e che possiamo colmare manifestando ciò che siamo, vediamo e proviamo. Non piango Tad, ma l'anima che mi ha rubato, la mia arte." E anche dopo quelle parole non ebbi la forza di dirglielo. Non riuscivo a far uscire quelle parole che mi sono tenuto dentro per una vita intera. Successivamente l'inverno ha vestito Chiara per la sua ultima stagione. Il vento le ha donato una nuova pelle, più sottile e debole. Il gelo le ha pettinato i capelli corvini, decorandoli di nastri celesti e stelle di neve sottili sottili. Una costellazione minuscola e così luccicante da farle brillare il viso come certamente aveva brillato un giorno lontano, tanto, troppo tempo fa. Ora lei portava il proprio dolore per le strade. Dove si e' nascosto il sole, Chiara? Dimmi, ti prego, dove si e' nascosto il sole? Il nostro sole, dove si trova ora? I capelli azzurri da fata le invadevano il viso dopo ogni colpo di tosse, mentre la sua carnagione diveniva piu' bianca dell'abito che indossava. Le strade l'hanno inghiottita così come ha fatto la mia memoria per troppo tempo. Perché non sono mai riuscito a dirglielo? Perché non le ho detto semplicemente: ti voglio bene mamma. Non era così complesso, ti-voglio-bene-mamma. Solo questo avrei dovuto dire, e non ci sono riuscito. Poco prima di svanire, il calore di un liquido alcolico le ha regalato qualche istante di sollievo. Una folata gelata l'ha fatta rabbrividire. La sua mente non era piu' li', non sentiva piu' alcun dolore. Nessuno poteva piu' farle male, non piu'. Un altro colpo di tosse, molto violento, e il torace di mia madre sembro' aprirsi come uno scrigno. Chi la vide disse che il dolore che provo' le inumidi' leggermente gli occhi, pero' non fu cosi'. Le si erano inumiditi per la commozione. Non era un pianto il suo, non stava piangendo, ne sono sicuro. Stava sognando, sognava di danzare. La' dove era quel giorno si trova anche adesso e danza, vive, sogna e crea mondi meravigliosi per se' stessa e per chi ha la fortuna di vederla ballare.


© 
Nunzio Fiore 


 

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