|
E
così, la sera si fece sempre più piccola. Stretta. Esmeralda mise le mani in tasca e cominciò a scivolare verso casa. Prima di tutti gli altri. Alla stessa maniera del buio che era sopraggiunto, ad ingrossare la voglia di stare senza sonno. Si era appena allontanata dal resto degli amici, che già si era messa a pensare a tutt’ altro. In realtà, da quando era con loro non aveva fatto che questo. Ovviamente, non aveva nessuna intenzione di accendere la scatoletta parlante. Le notizie lette dai giornali e quelle riprodotte in modo personalistico dalla gente, le bastavano. Oltre a quello, a qualsiasi ora ci poteva essere poco o nulla di buono sullo schermo irreale. Allora, fece caso alle parole che rimbalzavano in mente e rifletteva su quello che aveva visto negli occhi delle persone. Ogni sera, si allontanava da tutti con i suoi abiti poco vistosi e coloratissimi. Ricordava Roberto con Silvia Michele ed Angela Sara e Cristina Federico. Le loro immagini piombavano improvvisamente nella sua testa. Cercava di capire, sempre, come può essere il rapporto di coppia che odia. Come può si può rimanere a parlare di niente senza essere consapevoli che il niente è bello. Che il niente è positivo. Senza accorgersi che fare una patina di piacere, sulla velocità dell’attimo è l’atto più importante che si possa compiere. In certi casi pensava ai baci più lunghi. Quella sera, per poco tempo si ricordò di Federico. E del suo modo confortevole di parlare. E del suo ego cha copriva i secondi condivisi con lei e del modo in cui questo non le dispiaceva affatto. Quella sera, quella notte, anzi, ormai. Leggeva le poesie di Luzi e con veemenza scaraventò il libro lontano. Aveva deciso di stare più tranquillamente in pace con l’alcool, che le riempiva le idee. Quindi, cambiò lettura: dopo aver aperto per poco un romanzo di Rea perse un po’ di tempo con Ginsberg. Spense i libri, per continuare a rimanere immobilizzata a sperimentare la continuazione del tempo. Rivestiva velocemente, uscì di casa per andare fra gli alberi. Stette lì molto. Finché l’invadenza dell’alba, la costrinse a tornare a letto. Il ciclo ricominciò drasticamente. Questa volta, non riusciva a dormire. I suoi occhi non si chiudevano neppure con l’aiuto della stanchezza. Si era accorta che qualcosa stava cambiando. Si rendeva conto di quello che stava succedendo su di lei. La giornata fu lunga e nessuno in casa si accorgeva di nulla. Ma arrivò un’altra notte ed un’altra ed un’altra ancora. E niente cambiava. Nessuna sublime modifica delle cose si presentava. Dopo i primi giorni si abituò a questo stato di cose, dopo quasi una settimana nella quale non aveva dormito. Nello stesso momento in cui si era innamorata di questo. Si addormentò.
|