Ecco, uno
come Giona mi piace perché ci capiamo e non c'è bisogno di balletti
formali.
Edoardo era amico di entrambi e al suo funerale eravamo comunque
commossi. Ma non potevamo condividere con nessuno che all'ingresso in
chiesa avevamo guardato l'ora e ci eravamo fatti un rapido calcolo per
controllare se saremmo riusciti a vedere la partita dell'Italia.
Ripeto, Edoardo era un amico tra quelli che frequentavamo e morire
suicidi a ventisei anni è una di quelle tragedie che danno brividi di
eccitazione ai cronisti locali e ai professori di Italiano, Filosofia e
Religione perché possono proporre ai ragazzi temi e riflessioni
precotti in cui ci si interroga sul senso della vita e sulla crisi dei
valori. E non è che non fossi triste, un paio di domandine me le ero
fatte anch'io.
Però, ritenuta giusta e scontata la mia presenza per l'estremo saluto
(estremo? chi ha inventato questa espressione? Fa sembrare che
partecipare ad un funerale abbia lo stesso livello di rischio di fare
parapendio! O estremo nel senso di ultimo? Forse mi era impedito
salutarlo ancora dopo il funerale? Era tanto morto al funerale quanto lo
sarebbe stato dopo, al cimitero), perché avrei dovuto vergognarmi nel
desiderare di essere a casa in tempo per la partita?
Edoardo era morto e l'Italia in semifinale, vestire un lutto che nessuno
avrebbe visto e rinunciare all'incontro di calcio non avrebbe giovato ad
alcuno e mi avrebbe costretto ad inseguire tutti i telegiornali serali
per vedere le azioni più significative.
Con Giona invece c'era questa intesa: "estremo" saluto
all'amico che "troppo presto ci ha lasciati" e, senza correre
finché eravamo in vista (il buongusto lo conosco anch'io), mesto
allontanamento, con la testa bassa e ciondolante per fare credere di
essere troppo distrutti a qualche inopportuno amico o similare che
vo-lesse coinvolgerci in un commento o in un ricordo sul giovane
"volato in cielo".
Per quelle cose ci sono i memorial party, che però qui da noi non si
fanno. Ammetto che nell'intervallo della partita ebbi persino la forza
di trascinare il mio stanco corpo intorpidito dalla mollezza della
poltrona e dalla potenza soporifera della pochezza tecnica dei
calciatori fino al frigo per ritemprarmi con una birrozza dozzinale. E
non avevo mica pensato che stavo facendo una specie di sacrilegio.
Lo scopersi solo il sabato, quando con i soliti amici, compagni
generazionali accomunati dallo scarsissimo peso che le nostre attività
rivestivano nella società, la fulgida Barbara, modello di amica vera
(espressione che manifesta una inequivocabile propensione alla bruttezza
e pertanto a prova di seduzione), ci rivelò che lei, per lo shock di
Edoardo, non aveva mangiato per tre giorni.
Cavolo, io mi sono sparato nel gargarozzo un'Adelscott il pomeriggio
stesso del funerale e la sera ho pure cenato... sono un mostro. Si dice
che la morte sia un argomento tabù nella nostra opulenta società dei
consumi, altra espressione ridicola perché trovatemi un solo sano di
mente che usi la parola "opulenta" in una conversazione
normale.
Non è vero, la morte è un argomento che piace perché scatena la
profondità recondita dei pensieri umani, di fronte alle tragedie esce
fuori il filosofo che è in noi, esplode il maestro di vita che sappiamo
essere e nessuno ha ancora riconosciuto.
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