Da "Busnùnc" di Antonio Ferrero, Edizioni Clandestine 2004


Ecco, uno come Giona mi piace perché ci capiamo e non c'è bisogno di balletti formali.
Edoardo era amico di entrambi e al suo funerale eravamo comunque commossi. Ma non potevamo condividere con nessuno che all'ingresso in chiesa avevamo guardato l'ora e ci eravamo fatti un rapido calcolo per controllare se saremmo riusciti a vedere la partita dell'Italia.
Ripeto, Edoardo era un amico tra quelli che frequentavamo e morire suicidi a ventisei anni è una di quelle tragedie che danno brividi di eccitazione ai cronisti locali e ai professori di Italiano, Filosofia e Religione perché possono proporre ai ragazzi temi e riflessioni precotti in cui ci si interroga sul senso della vita e sulla crisi dei valori. E non è che non fossi triste, un paio di domandine me le ero fatte anch'io.
Però, ritenuta giusta e scontata la mia presenza per l'estremo saluto (estremo? chi ha inventato questa espressione? Fa sembrare che partecipare ad un funerale abbia lo stesso livello di rischio di fare parapendio! O estremo nel senso di ultimo? Forse mi era impedito salutarlo ancora dopo il funerale? Era tanto morto al funerale quanto lo sarebbe stato dopo, al cimitero), perché avrei dovuto vergognarmi nel desiderare di essere a casa in tempo per la partita?
Edoardo era morto e l'Italia in semifinale, vestire un lutto che nessuno avrebbe visto e rinunciare all'incontro di calcio non avrebbe giovato ad alcuno e mi avrebbe costretto ad inseguire tutti i telegiornali serali per vedere le azioni più significative.
Con Giona invece c'era questa intesa: "estremo" saluto all'amico che "troppo presto ci ha lasciati" e, senza correre finché eravamo in vista (il buongusto lo conosco anch'io), mesto allontanamento, con la testa bassa e ciondolante per fare credere di essere troppo distrutti a qualche inopportuno amico o similare che vo-lesse coinvolgerci in un commento o in un ricordo sul giovane "volato in cielo".
Per quelle cose ci sono i memorial party, che però qui da noi non si fanno. Ammetto che nell'intervallo della partita ebbi persino la forza di trascinare il mio stanco corpo intorpidito dalla mollezza della poltrona e dalla potenza soporifera della pochezza tecnica dei calciatori fino al frigo per ritemprarmi con una birrozza dozzinale. E non avevo mica pensato che stavo facendo una specie di sacrilegio.
Lo scopersi solo il sabato, quando con i soliti amici, compagni generazionali accomunati dallo scarsissimo peso che le nostre attività rivestivano nella società, la fulgida Barbara, modello di amica vera (espressione che manifesta una inequivocabile propensione alla bruttezza e pertanto a prova di seduzione), ci rivelò che lei, per lo shock di Edoardo, non aveva mangiato per tre giorni.
Cavolo, io mi sono sparato nel gargarozzo un'Adelscott il pomeriggio stesso del funerale e la sera ho pure cenato... sono un mostro. Si dice che la morte sia un argomento tabù nella nostra opulenta società dei consumi, altra espressione ridicola perché trovatemi un solo sano di mente che usi la parola "opulenta" in una conversazione normale.
Non è vero, la morte è un argomento che piace perché scatena la profondità recondita dei pensieri umani, di fronte alle tragedie esce fuori il filosofo che è in noi, esplode il maestro di vita che sappiamo essere e nessuno ha ancora riconosciuto.


 

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