Da "Etica dell'omicidio" di Roberto Ferraresi, Montedit, 2002

Già in strada, fuori dalla porta del salone di barbiere, si sentiva un lieve odore di decomposizione.
Entrai.
Buongiorno, dissi.
Buongiorno, rispose un ometto con gli occhiali e calvizie incipienti in una faccia abbastanza simpatica. Era il barbiere.
Su tre poltrone erano sistemati i cadaveri. Due uomini e una donna.
Gli uomini avevano la gola tagliata all'altezza della carotide, la donna aveva la testa spaccata, gli occhi fuori dalle orbite e il sangue secco misto a pezzi di cervello sui capelli di un bel biondo miele, un bel corpo, seno prosperoso e gambe lunghe. Bella donna, peccato che fosse morta. Da un giorno?
Col caldo di agosto erano già abbastanza in decomposizione.
Già, la decomposizione. All'improvviso l'odore mi prese alla gola e sentii salire un urto di vomito.
Cercai di uscire ma non ce la feci e vomitai nel lavandino.
Mi scusi, dissi.
Niente, niente, fece lui mentre faceva scorrere l'acqua nel lavandino lordato dalla mia cena della sera precedente.
Piuttosto, cosa posso fare per lei?
Mi serviva la sua opera professionale, gli risposi, sa il mio barbiere è morto.
Cancro?
No, si è impiccato, credo per una delusione d'amore, mi sembra il suo assistente, non corrispondeva le sue attenzione, appena scantonavano dall'ambito professionale, sa, era un tirocinante serio, e lui, il barbiere, stava lì che faceva la barba a un cliente quando gli dice: vado a prendere una lozione appena arrivata che tengo nel retro per i clienti migliori, come lei.
All'improvviso il cliente sente un tonfo, si alza, va a vedere e lo trova penzoloni ad una trave, la lingua in fuori e i calzoni macchiati di sperma. Lo sapeva lei che quando uno si impicca raggiunge l'orgasmo?
Quindi, continuai, adesso cerco un nuovo barbiere. Ormai erano vent'anni che andavo da Amedeo, mi ci ero affezionato.
Non si preoccupi, fece l'ometto, io sono un barbiere vecchio stile, niente capelli verdi, gialli o rossi, niente permanenti o creste e poi io uso ancora il vero rasoio, niente lamette, prendo la coramella e lo affilo. Sono un esperto e mano ferma.
Guardi, fece lui sollevando delicatamente il mento di un cadavere, guardi che taglio, che precisione neanche una slabbratura e guardi quello grosso che collo fibroso.
Lei mi è stato segnalato da un amico suo cliente, che mi ha assicurato la sua bravura.
Ah, fece lui, e chi è?
Ah, ah, si dice il peccato non il peccatore.
Ma io, ripresi, sono come san Tommaso, che ci vuole fare, non credo se non ci ficco il naso.
Giusto, sacrosanto, giustissimo.
Poi mi ricordai dei cadaveri.
Certo che quei signori non sono un'ottima referenza.
Ah quelli, non si preoccupi non sono pazzo, poi le spiego.
Intanto si accomodi, credo che la prova migliore sia una bella barba. Non crede?
Sì, ma mi raccomando, niente contropelo, dissi indicando i corpi.
Ah, ah, non si preoccupi, la sua gola è sacra per me.
Così si mise all'opera, fece una bella insaponata e affilò il rasoio alla coramella.
Devo ammettere che quando vidi il luccichio di quel rasoio sapientemente affilato e, più tardi, quando sentii il freddo dell'acciaio accarezzarmi la gola, provai un certo timore, ma solo un attimo e poi, credo sia normale quando si cambia barbiere e non bisogna discriminare solo perché una persona ha ucciso tre tizi.
Avrà avuto i suoi buoni motivi.
Allora, quei corpi, sa sono curioso.
Già, già, mi creda non sono pazzo. Non mi ha dato di volta il cervello. lo ho commesso tre omicidi, ma, calcolati e in piena lucidità.
Vada avanti.
Quella signora, vede.
Bella donna.
Sì, quella è, o forse è meglio dire era, mia moglie. Brava donna, ma con un difetto.
Una belva, era una belva a letto.
Insaziabile.
E anche io, non per vantarmi, ci so fare, magari mi vede così e non mi dà due lire. Ma io a letto...
E quello, vede quel signore distinto alla prima sedia?
Quello è uno dei miei più cari amici, un avvocato di quelli grossi, un caro vecchio amico.
Dicevo, mia moglie era una donna assetata di sesso, una vera ninfomane e non le bastava mai.
Così, quando ero a bottega, si faceva aiutare dal mio caro amico, il quale, diciamo, mi dava una mano ottemperando in mia vece dei miei doveri coniugali, quando non potevo, essendo impegnato a guadagnare il pane e un po' di companatico.
Ed erano tanto, tanto premurosi da non farmi dispetto facendomelo sapere, sa, magari, l'avrei potuta prendere male.
Delle persone squisite, feci io.
Già, già. Molto sensibili.
Sa, ogni tanto l'avvocato un po' ci scherzava, faceva qualche giochetto tipo: "Giovanni, mi chiamo Giovanni, tutto bene? Tutto bene. E allora facciamo le corna" e poi insisteva per offrirmi un bel cornetto. Scherzi innocenti.
Una mosca fece capolino, ronzò un po' intorno nell'aria afosa e poi andò a posarsi sulla gola dell'avvocato per nutrirsi e riposare le ali.
L'afa di agosto si faceva sentire in tutto il suo splendore e ottundeva i sensi. Nel caldo di quel giorno in un negozio di barbiere cinque persone, tre morte, un barbiere assassino e un cliente. Il barbiere radeva il cliente e raccontava dei suoi omicidi, una mosca ronzava attorno ai corpi in decomposizione, un ventilatore combatteva la sua battaglia inutile contro il caldo e una radio raccontava idiozie e vomitava musica da hit parade. Una tranquilla giornata estiva.
Così, due giorni fa, riprese il barbiere, stavo qui in bottega e, mi creda, neanche un cliente. E allora che faccio, chiudo prima e mi avvio a casa.
Apro la porta e la sento gemere. Penso: sta male, il caldo le avrà fatto venire qualcosa poi l'ho sentita urlare e come urlava. Mi precipito in stanza e li vedo. Nudi sul letto a darci dentro, osceni, sudati, col caldo di questi giorni. Poteva fargli male.
Me ne esco quatto quatto e vado via, una bella passeggiata per il centro non me la facevo da tanto tempo, prendo una bella bibita in un bar e, al solito orario, torno a casa.
Mia moglie era di umore celestiale, canticchiava. Aveva preparato il mio piatto preferito. Pranziamo, tutto normale. Mentre stava sparecchiando mi avvicino e le porgo un bel bacio sulla fronte. A quel punto mi coglie un attimo di disgusto. lo sono una persona raziocinante, pondero sempre bene le cose, mai un colpo di testa, ma, il contatto di quella pelle, che un attimo prima sudava sotto le spinte dell'altro, mi fece schifo e allora prendo una padella, bella grossa, di quelle antiaderenti e gliela calo con tutta la mia forza sulla testa. Quella, mia moglie, grida e io giù, ancora giù e ancora e ancora finché non mi ritrovo con il solo manico della padella in mano. Spaccato. E pensare che me l'avevano garantita a vita. Ladri.
Ah, dissi io, lei mi aveva assicurato di non essere pazzo.
Ma che c'entra è stato un attimo e poi era vendetta e, mi scusi, ero a casa mia. Posso permettermi un atteggiamento un po' più rilassato a casa. Sul lavoro no, non transigo, sul lavoro sono la precisione assoluta. Guardi l'avvocato, guardi l'altro, guardi che tagli, perfetti, precisi.
Ne convengo, dissi io, ne convengo. Ma, la prego, continui.
Allora getto la padella rotta, pensando ancora un po' alla fregatura che mi avevano rifilato, e pulisco tutto. Il sangue e quei pezzettini fastidiosi di cervello. Un lavoraccio, ma alla fine la casa era uno specchio, sa, mia moglie ci tiene molto alla pulizia.
Vado in bottega e la giornata passa tranquillamente, pochi clienti ma, cosa vuole, siamo in agosto. Torno a casa, mi preparo la cena, e devo ammettere di aver sentito un po' di nostalgia di mia moglie mentre stavo ai fornelli ma, come si scaccia una mosca che ronza intorno al nostro naso, ho scacciato quel pensiero molesto, mi faccio una birra davanti alla televisione e poi a letto per essere pronto ad affrontare un'altra giornata di noia e lavoro.
Ieri mi sveglio, vado per farmi un caffè e la trovo lì, distesa in cucina. All'inizio resto un po' sorpreso, anzi, più che sorpreso disorientato, come chi va in vacanza e il primo giorno che si sveglia in albergo non riesce a rendersi conto di dove si trova.
Poi resto un po' indispettito perché dalla sua testa rotta era colato un po' di sangue e materia grigia lordandomi di nuovo il pavimento e diffondendo un odorino non proprio appetibile. Comunque mi faccio il caffè e pulisco di nuovo.
Pulendo pulendo noto che mia moglie anche da cadavere è scomposta, come dire le gambe in fuori la gonna le era salita fino alla vita, esibiva quelle mutandine di pizzo un po', come dire, eccitanti, gliele avevo regalate io, le regalavo sempre biancheria sexy, reggicalze e cose così, allora, non so come dirglielo, mi fa un po' effetto la vista di quelle gambe, delle cosce e comincio a carezzargliele, è un po' fredda, ma il fatto di vederla così inerme, impassibile, mi eccita ancora di più. Allora le caccio fuori un seno e comincia a succhiarglielo, la morte le aveva irrigidito i capezzoli, le bacio quella bocca carnosa, sensuale. Allora preso dalla passione, non mi vergogno a dirlo, ho iniziato a leccarle il sesso e poi l'ho presa così, per terra, morta e fredda, uno dei miei migliori orgasmi, peccato che non fosse accompagnato dai suoi gemiti. Spero che non mi consideri riprovevole.
No, non mi faccio mai nessun problema per quanto riguarda la vita e i gusti sessuali della gente, omosessualità o necrofilia per me sono scelte sue e in quanto tali sacrosante. Non mi sento da giudicare da buon borghese.
Comunque, tornando a noi, anzi a me, a quel punto penso che dovrei informare l'avvocato dell'accaduto, almeno per dirgli di organizzarsi in modo diverso, di trovare qualche altro amico da accudire, al quale riservare le sue premure. Doveva giusto venire in bottega.
Allora carico il corpo in macchina e lo porto in bottega, nel retro, non so, magari al mio caro amico poteva venire voglia di farsi un ultimo amplesso con quella che fu una cara moglie e un'eccellente amante.
Per fortuna non c'era nessuno in giro, sa la gente com'è, parla, fa commenti e poi, poteva esserci qualcuno impressionabile e magari sveniva. No, non potevo permetterlo.
Dopo un po' arriva l'avvocato, tutto cordiale.
Lo faccio accomodare egli insapono il viso. Nel frattempo arriva un altro cliente, quel signore lì, fece lui indicando l'altro cadavere, barba e capelli. Faccio accomodare anche lui.
A questo punto l'avvocato mi chiede: da quanto tempo siamo amici Giovanni? Trent'anni, eravamo alle elementari insieme.
Già, già, trent'anni. E' bello avere un'amicizia che dura da tanto e anche con tua moglie. Di solito le mogli non sopportano gli amici, dicono che distraggono i mariti, li allontanano da loro, dai loro doveri coniugali, dal talamo nuziale. Ma tua moglie no, sono molto legato a lei.
Sì, è bello, bellissimo. Poi, successe. Pensai all'amicizia o a quello che avrebbe dovuto significare e tra i tanti significati non ci trovai lo scopare la moglie altrui, pensai al tradimento, non quello banale di una donna qualsiasi, con quella figa sempre umida pronta ad aprirsi a qualsiasi cazzo che venga su un po' duro, ma al tradimento dell'amico. Il tradimento dell'amico, quello sì che è grave, mi sentii disgustato, umiliato, mi colse una lieve vertigine e la mia mano si strinse al rasoio e allora capii la vendetta. Premetti il rasoio sul collo e un colpo secco da destra a sinistra. Un taglio netto, preciso, la carotide recisa, il sangue che schizza dovunque, sugli specchi, sulle poltrone. Che spettacolo.
L'altro cliente caccia un grido e inizia a dire: "polizia, polizia, aiuto, aiuto un pazzo".
Un isterico! Nel frattempo mia moglie, che rigida com'era stava ben bene per i fatti suoi adagiata al muro del retrobottega, cade e atterra proprio vicino al cliente trascinandosi la tenda che fa da divisore dei locali. Quello inizia a gridare come un pazzo distraendosi ogni tanto a guardare le cosce di quella troia che non perde occasione di mostrarle al primo che capita. Allora si gira interdetto verso di me e io subito gli taglio la gola. Altro sangue, tutto il negozio sporco. Allora chiudo, sistemo i tre sulla poltrona e pulisco. E questo è tutto.
Come le avevo detto i due omicidi commessi qui in negozio non sono stati atti di follia, tutto calcolato. Uno per vendetta e l'altro per non avere guai con uno scomodo testimone.
E intanto abbiamo finito anche con la barba.
Mi passò un velo di lozione per la pelle e mi fece ammirare negli specchi.
Perfetto, dissi, perfetto.
Spero di aver guadagnato la sua fiducia, disse il barbiere.
Intanto lei deve fare qualcosa per quei corpi, attirano troppo l'attenzione e poi non è che dispensino proprio un profumino.
Sa cosa faccio, chiudo e li sotterro da qualche parte, o, magari, li faccio a pezzi e li dissolvo nell'acido, la gente penserà che mia moglie e l'avvocato siano fuggiti insieme e l'altro, chi lo ha visto mai.
Buona idea, però aspetti il buio, così ha meno possibilità di essere visto.
Bravo, lei è un ottimo barbiere. Sì, deciso, verrò da lei, è bravo ed è anche un amabile conversatore.
Grazie, grazie, troppo buono.
Mi raccomando, veda di non farsi scoprire, magari la impiccano e due barbieri impiccati in un mese sono troppi.
Pagai e andai via.
Adesso vi ho raccontato come ho trovato un nuovo barbiere.


© 
Roberto Ferraresi - 2002
 


 

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