"22" di Francesca Felicini

 

Era quel bel caldo tiepido limpido di luglio. Quelle mattine di luglio.
Lo dicevo prima, lo dico oggi, lo dirò dopo, vorrei vivere solo per una sera di maggio, o per una mattina d'estate.
Sempre, inesorabilmente, la stessa me stessa, prima oggi dopo, a sentire dentro quella gioia panica dell'estate, del sole, della vita, della luce della mattina. Delle mattine di luglio.
Sempre, inesorabilmente, la stessa me stessa era stata indecisa sino all'ultimo, se tornare da Roma la domenica sera o fermarsi anche il lunedì, e magari non tornare proprio da una breve immensa vacanza, ma, sì lo so, è stato lo strazio successivo a regalare a quelle ultime ore la dimensione dorata che solo il ricordo può avere.
Sempre, inesorabilmente, la stessa me stessa non avrebbe potuto decidere altrimenti. Solo dopo si sa che nulla si decide, in realtà. Forse si sceglie.
Ma c'era mia madre. Ma, comunque, era un giorno di ferie, da godermi, almeno a metà. Perché si vive una volta sola. Ma perché era estate.
Mi sono svegliata senza orologio, nella mia casa tutta gialla calda caldissima, prima, oggi, dopo.
Il lunedì, prima, oggi, dopo, c'è il mercato, in piazzale Susa. Sono uscita, nella luce della mattina bella da commuovere, perché di solito filtrata dal fumè dei vetri di via Mecenate.
Ho messo il casco. E con i miei bermuda e il mio zainetto e il mio scooter sono andata al mercato. E ho chiaccherato, con un'amica incontrata, della mia vita che non mi aspettava.
E poi sono andata in palestra, nelle ore di solito proibite della tarda mattinata.Vado sempre in palestra, ieri, oggi, dopo. E ho chiaccherato, con Alessandro, della mia vita che non mi aspettava. Alessandro, quando mi ha rivista, il 12 gennaio, mi ha solo detto "ti aspettavo".
E poi ho fatto la doccia. L’ultima. Prima. Oggi, dopo.
E poi ho messo i miei pantaloni a quadrettini, i miei preferiti. Li ho visti, che me li tagliavano. E ho messo la camicia blu appena comprata, un affare, bellissima, stava così bene con la mia abbronzatura, da far vedere alla mamma. Non so, quando me l'hanno tolta.
E avevo il mio Swatch, blu. Quello, ce l'ho ancora, anche lui, non ha smesso di battere. E ho messo i miei sandali di Missoni. Li ho buttati a novembre, per le macchie troppo scure.
Era caldo, all'una, in via Negroli, ma era estate.
E ho messo il casco, ne ricordo l'odore il peso la sensazione di ebbrezza che mi dava portarmelo in giro ciondoloni al braccio. Ho guidato piano, cercando di non pensare ai miei e al pomeriggio che, non, mi aspettava, ma solo alla luce gialla al tepore che avvolgeva le mie braccia nude al sapore di Roma e all'estate mia e solo mia che, non, mi aspettava.
Avevo la mia meta. intermedia. Quel barettino sui campi, dove facevano prima, non so oggi e dopo, i panini con il francesino caldo e croccante. Il panino, l’ultimo. La birra, l’ultima. Il caffé freddo, l'ultimo. La sigaretta, l’ultima. Il giornale, l’ultimo. Prima, oggi, dopo.
Ho atteso, ho indugiato, no, era ancora troppo presto, troppo era estate per entrare in una casa di malati.
Ho trovato un bell'aforisma arabo, mesi dopo. ‘Il destino ti attende sulla strada che hai fatto per evitarlo’
Era troppo presto, mi sentivo piena di me stessa. Non ho deciso. Ho scelto di fare inversione e di tornare sulla strada più lunga, tra i campi di granturco che mi avevano celebrato, in una stessa estate, quando mi avevano assunto. Prima, avevo lo stesso casco e il vento correva con me, con la mia vittoria e la mia soddisfazione.
Ma oggi c’è il camioncino rosso. O forse, prima, non lo avevo visto.

Per un istante immenso ho dimenticato il mio nome.
Il mio nome, è rimasto lo stesso.
Oggi, dopo.


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