Da "Senza un domani" di Marco Fava, Edizioni Clandestine 2004

 

Difficile. Maledettamente difficile. Cercare di mettere ordine nei pensieri, trovando la soluzione migliore. O anche solo trovando Una soluzione, qualunque essa sia. Qualcosa che possa permettermi di dare un senso a questo vuoto. Nell'immediato, qualcosa che mi permetta di non andare al lavoro oggi. E domani. E nei prossimi giorni. Certo mi sono accorto da tempo che non e' quello il problema principale.
Voglio dire, se fosse tutto ok, non avrebbe importanza il lavoro che faccio. Ma andare a spostare delle casse di frutta mentre tutto il mondo va a rotoli, non ha molto senso. Piu' senso hanno, invece, le telefonate della banca, nell'incessante richiesta di saldare i debiti, o le decine di bollette arretrate che tengo sul comodino davanti alla porta di casa. Il martello dei pensieri e della voglia di fare, si abbatte senza senso sull'incudine delle necessita' mondane. Necessita'. Ma lo erano poi davvero? So di certo che e' necessario mangiare, ogni tanto.
Bere spesso. Andare in bagno. Essere in buona salute. Parlare ogni tanto con qualcuno. Il dubbio e' su quelle necessita' come fare la spesa in un supermercato, guidare la macchina, possedere un letto e una casa, i pub serali, il mio inseparabile portatile (..si, quello e' necessario), le sigarette, la birra, il vino, la motocicletta ancora da pagare, i vestiti. Penso per un attimo a fare a meno di tutto. Mandare a cacare le banche, il lavoro, e tutti quelli che mi cercano in questa giornata. Ci penso mentre prendo le chiavi della macchina e comincio ad avviarmi verso la tangenziale. Uscita numero 6. Quella dell'ipermercato nel quale lavoro. La radio suona il mervaglioso violino di Paganini, in una performance di una bravissima violinista tedesca di cui non ricordo il nome. La mia mente martella domande da una parte, e si lascia stregare dalle note dall'altra.
Nessuna vince. Perdonoo tutte e due davanti alla macchina timbra cartellini elettronica. Ora lo chiamano "badge" il cartellino. E l'orologio e' un display al quarzo con una tastiera computerizzata davanti. Il progresso non ha ancora fatto uscire nessun uomo da questo incubo. Ora e' solo piu' sofisticato. In alcuni momenti ti danno l'impressione che sei tu il fortunato vincitore del bingo che ha come premio un lavoro 'felice'. Poi, quando entri dentro, e' troppo tardi per rendersi conto che il concorso e' truccato. In quell'attimo, rimpiango le coperte calde, la radio con Paganini, e la giornata che sto per perdere ancora una volta. Mi immagino il sorriso del banchiere alla consegna dello stipendio : - Bravo signor Fava, lei e' un uomo morigerato che nonostante i problemi riesce piano piano ad uscire dalla merda in cui si trova, mi dia il suo assegno e torni pure beato a lavorare…. Grazie mille.
Sono proprio un brav'uomo. Uno di mondo, che non fa troppi casini se non nella sua testa. L'immagine dopo, solo una particella di secondo, in cui il cassiere della banca rotola a terra, grondante di sangue, e il mio viso trionfatore, con un ascia in mano che esce dalla porta principale portando con se una ciocca di capelli e una grossa borsa piena di banconote. Sono proprio un brav'uomo. Penso ancora. Mentre la voce del capo reparto mi sollecita ad iniziare i lavori. E mentre centinaia di persone si accalcano sui banconi della frutta, come belve assatanate alla ricerca di cibo. Forse hanno mangiato da pochi minuti, ma sembra non lo facciano da secoli.
Gli occhi fissi a cercare la frutta migliore, al prezzo migliore, del colore migliore. Quella che e' stata messa li' solo in attesa che la loro mano potesse coglierla, come aveva fatto poco prima un extra comunitario dall'albero, entrambi in interminabili file di allevamento. Quando ero piccolo, avevo raccolto mille volte la frutta dagli alberi di mio zio in campagna, e a volte anche da quelli non suoi. Quando avevo fame lo facevo. Quando avevo voglia lo facevo. E mi piaceva un sacco fermarmi su un ramo ad assaporare il gusto delle ciliegie. Una volta quelle beccate dagli uccellini erano di certo le piu' buone, nonostante il loro look trasandato. Oggi quelle che ho appena portato fuori sono tutte uguali, di un rosso scuro, stessa grandezza, stesso colore, stesso sapore scialbo. Guai se ce ne fosse una diversa. Guardandosi intorno non c'e' molta differenza.
Tutte le persone erano uguali. Di un rosa scuro, stessa grandezza, stesso colore, stesso sapore scialbo. Adesso non voglio piu' nemmeno scappare, so che sono in trappola non meno di loro. Quello che non so e' perche' cazzo continuano ad avere quell'espressione ebete sul viso, quel senso di contentezza platonica che aggroviglia le loro menti. Hanno qualche soldo in tasca, possono permettersi chili di frutta asettica. Alcuni stanno gia' lavorando, altri lo faranno da qua a breve. Magari una famiglia, magari un amante, magari stanno anche bene di salute.
Cos'altro chiedere alla vita. Provo a mangiare una ciliegia, li' davanti a tutti. Il sacrilego gesto (una ciliegia, gratis…), attira lo sguardo secco di un mio collega. Invidioso. - Le regole non lo permettono, smettila subito!!!! - Fanculo… Pensiamo reciprocamente a distanza. Poco dopo, meta' dei clienti che passano da qui hanno una ciliegia in bocca. Vedi, basta dare il via e tutti ti seguono. Voglio provare a dire una frase intelligente e vedere in quanti mi seguono. Ma non mi viene in mente niente. E tutti mi seguono. Con in mente niente. Da quando ho smesso di bere qualche settimana fa (non vorrei che pensaste che sono poche, sono quindici anni che non faccioo passare giorno senza una sbornia, e qualche settimana e' veramente un eternita'…), sapevo che ci sarebbero stati momenti di nullita' cosi' totale, che forse l'unico senso era davvero quello di prendere una bottiglia in mano e finirla.
E poi aprirne un'altra e finirla. E poi ancora. E poi alla mattina non avrebbe avuto piu' molto senso l'alzarsi o meno… Per questo ho smesso. Perche' adesso e' il senso che vorrei trovare. E la mente annebbiata continua a tradirmi proprio sul piu' bello. Certo nelle nottate passate fuori e' tutto cosi' emozionante, cosi' distante dal grigiore giornaliero. Ma c'era purtroppo il giorno dopo. Tutte le volte. Con il solito banchiere che mi sveglia alla mattina presto per sapere se sono finalmente riuscito a trovare come fare, per quella piccola rata da tre milioni che ancora non ho pagato. Era comunque un buon modo per placare la nausea che avevo ogni giorno.
Vomitare sul telefono della persona piu' rompicazzo della giornata…. Mi trovo, come per incanto, con il pancale di banane in mezzo alla corsia, e una fila di persone intorno che aspettano solo che lo collochi nella giusta posizione. Metto una banana e subito una mano veloce la ripone in un sacchetto in attesa della prossima. Cosi' per tutte le altre. Mai a nessuno che venga in mente di prenderla direttamente dalle scatole, così , giusto per non farmi fare della fatica inutile. Forse e' un po' troppo non convenzionale per loro. E via una, poi un'altra. E' passata solo un ora. Delle sette in programma oggi. Sembra sia passata tutta una vita. Tra quei pensieri continui, quegli attimi di smarrimento. Quando mi addormento la sera, mi si riempie la testa di tante di quelle cose da fare il giorno dopo, che non riesco a prendere sonno fino a notte fonda.
A volte mattina presto. Faccio una rapida lista mentale di tutti i progetti, le persone da contattare, le lettere da spedire, e per ogni passo, un mare di fantasticherie dietro. Su come può finire una cosa, sui risvolti che ha avuto, sulle possibilità di coinvolgere qualche amico o qualche altra persona. Di sogni in verità ce ne sono davvero tanti. E la sveglia in agguato dopo poche ore, rende ancora più amaro l'alzarsi. Perché so che appena appoggerò il piede fuori dal letto, la metà delle "cose da fare" saranno già sbiadite. Mentre alle restanti non rimane altro che vagare nella mente per tutta la giornata, cercando un modo di tornare alla luce. Ed io sarò troppo occupato al lavoro, o al cesso, inventandomi sempre una scusa per rimandare ancora a più tardi. Un bel programma non c'e' che dire. Mollo per un attimo le banane in corsia centrale, e mi dirigo verso l'unico posto che mi e' familiare in qualunque momento. Il bagno. Non per esigenze impellenti, ma solo per accendere una sigaretta, e lasciar passare semplicemente il tempo, scandito da un respiro alla nicotina all'altro. Una clessidra mortale di infinito piacere masochista. Fuori era confusione.
Dentro pure. Ma in questi istanti fuori e dentro sono così lontani, posso pensare che il tempo si sia fermato. Invece prosegue. Lento o veloce dipende solo da me. Finita la sigaretta, girata la clessidra, riprendo il mio muletto nella corsia di vendita e sposto ancora una volta tutte le banane da una parte all'altra. Dopo e' la volta delle mele, delle pere, del cocco, delle ananas, l'uva, il mango, altre quattro qualità di mele, le arance i limoni, i clementini.
Mi fumo un'altra sigaretta e ricomincio da capo.

© Marco Fava 

 

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