| E non pensare che non t'abbia riconosciuta di M. Faraone |
Tra tutta quella gente, io ti ho notata come se sapessi che tu fossi qui. Ti ho ritrovata nei tuoi gesti abituali, gesti che avrai ripetuto chissà quante volte, ma che per me erano sempre una nuova scoperta. Il ciuffo rosso che ti scendeva sull'occhio destro, e che tu, come seccata, sbattevi su con un forte soffio, facendo sporgere il labbro
inferiore.
Eri proprio tu, sempre la stessa. Tentai di spingermi tra la folla che aspettava l'autobus, forse per farmi riconoscere... forse per salire per primo sul mio autobus... forse chissà, per guardarti ancora meglio. Tu eri proprio davanti a me, anche tu aspettavi l'autobus. Oppure eri lì per caso in quella tua continua ricerca del mistero della vita, per la tua eterna voglia di stare in mezzo alla gente per carpirne il segreto.
Non mi notasti. Oppure non mi riconoscesti, tanto ero cambiato. Tu, invece, per niente. Tanti anni passati avevano
lasciato immutati i tuoi occhi limpidi, il tuo naso, i tuoi soliti vestiti, i tuoi
capelli rossi, la tua magrezza da mannequin ed anche l'espressione di scorato inappagamento. Poco a poco ricordai tutto, i recessi s'aprirono, facendo salire il magma dei ricordi che la notte mi da
bruciore allo stomaco. Ricordai che ci trovammo sullo stesso treno per chissà dove e ci dicemmo "Ciao" contemporaneamente, come se ci conoscessimo da sempre.
Poi tutta l'estate passata ad inseguire i sogni, o il sogno della vita che passavamo in due. Sembrò che il tempo non finisse mai, avvolti nello stesso sacco a pelo sulle colline, quasi un unica persona.Chitarra e joint, disperazione e zucchero marrone.
Si è alzato un po' di vento che ti ha riabbassato il ciuffo. Hai ripetuto la stessa mossa come sempre e come sempre hai fai uno sguardo quasi rassegnato. Forse mi hai visto! Volevo farti un cenno, ma non ebbi il coraggio né, forse, la forza di farlo. Cosa
avrei potuto dire? Che sono sposato, lavoro, ho perso tutti i capelli, e fumo solo la pipa? Non t'avrebbe affatto interessato. Eppure eravamo capaci di parlare intere notti, nudi, uno di fronte all'altra. Che cosa ci dicevamo? Ricordo solo che un giorno mi sussurrasti "Non perdere la poesia, non perdere il sogno altrimenti diverrai nessuno". Ma io credevo tu giocassi, facessi il mio stesso gioco di figlio del vento, gioco che poteva durare un' estate, ma che non era eterno. Cretino! Tu invece non giocavi, ma ci credevi e ci credi.
Chi sono adesso? Io che ti sto a guardare qui sul marciapiede di fronte, chi diavolo sono? Forse credo solo di essere. Ma adesso inseguo la vanità della vita, la sicurezza di una famiglia, e del lavoro giorno dopo giorno, tenendo i miei vecchi
sogni sotto la suola delle scarpe, quasi fossero un cane pronto a mordermi ed a farmi correre. Difatti non corro più, fluttuo su inutili parole dissipate quasi per noia.
Senza accorgermene, ero salito sul mio autobus, ma ti fissavo ancora. Il tuo autobus stava arrivando ma il mio non era ancora partito, mi sembrò quasi che mi guardassi, forse mi avevi visto. Feci un cenno di saluto sfoggiando un sorriso idiota: come al solito tu guardavi oltre, e mi sei passata attraverso.
Alla fine, ricordai le promesse non mantenute: nessuna lettera, nessuna
telefonata; ma chi doveva farlo per primo? Io, credo, ma ai primi sospiri mia madre mi avrà detto " E' un amore per l'estate scordalo, è effimero, pensa a studiare" e mi avrà carezzato la testa. Ma adesso volevo piangere le lacrime che allora non versai. Ma continuavo a dissimulare.
Ero partito intanto, ma anche il tuo autobus era partito, tu ti eri distratta a raccogliere da terra l'accendino che ti era caduto ed eri rimasta lì sul marciapiede, sola, sbattendo i tuoi lunghi capelli rossi. Ma subito, tirando forti colpi con le tue piccole mani sul lato dell'autobus, gli correvi dietro vociante.
Cause the tramp like us, baby, we will born to run. Addio amore, tanto non ricordo neanche il tuo nome.
© Massimiliano Faraone - 2002