L'inizio è tragico. Primo piano: mi vedi dietro il
banco, con gli occhi sbarrati e le mani sgranate, come
se ogni dito fosse l'acino perso del mio rosario.
Dietro le spalle ho una bestia più feroce di me che mi
lecca. Mi prende le orecchie con l' attenzione esasperante di piccoli morsi congiunti dalla lingua.
Naturalmente bagnata e impressiva.
Questa bestia mi conosce e sa gli effetti della sua
tenacia.
Io continuo a guardare avanti. Non voglio girarmi.
Costi quel che costi, ma la testa è scioccata: non vedo
niente.
Avrei voluto un uomo, semplicemente un uomo, di
quelli che spaccano la legna sul ginocchio e portano
in casa l'albero tagliato per accendere il camino. Di
quelli che possiedono un unico albero conosciuto da
cima a fondo e sono disposti a trasformarlo in fuoco
per te. Mi rassegno. Non sono le mani di un uomo
che hanno trovato i miei seni. Non è pelle umana
quella che continua a spalmarmi saliva sul collo. Mi
fruga come una ventosa rotatoria corrente. Non sono
mani quelle che tirano leggermente i miei capezzoli, li
stringono con un calore da farmi scoppiare e contemporaneamente s'infilano tra i miei capelli: sono le
zampe tentacolari della bestia. È il fiato della bestia
che sta battendo contro la mia nuca. È il suo respiro
sempre più frenetico che s'insinua dentro il labirinto
del mio orecchio e mi contamina. Al punto che non
riesco più a stare ferma.
Potrebbe sbranarmi qui in un secondo. Il mio petto
ha una scansione fortissima, si alza e si abbassa, si
alza e si abbassa, per trattenere in qualche modo
cuore e aria interiore, entrambi impazziti.
Ho i pori della pelle intossicati e dilatati. Dilatati e
bagnati. Bagnati e disposti all'attraversamento.
Con pari ritmo, segnato da un urlo appagato e riaffamato di nuovo, accolgo la durezza del suo pene. Che
si allunga e si allunga e si allunga dentro di me dentro
di me dentro.
Quindi mi si ricordi come femmina traversata da una
bestia sorella, sorella morte, che per sua natura quando può, quando vuole, quando mi trova, con desiderio furente, mi scopa.
©
Anna Maria Farabbi
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