Frugò
sotto una pila di documenti e sfilò il racconto.
Si guardò intorno furtivo, la porta era chiusa, nello studio non era
rimasto nessuno. Sospirò di sollievo, posò quegli otto fogli
dattiloscritti sulle pratiche incomplete e si immerse nella lettura. Gli
arredi della stanza scomparvero e tutto quello che fino ad un momento
prima lo aveva riguardato, come la foto delle bambine sul ripiano della
scrivania o l'odore delle mani della moglie sulle sue guance, persino il
fastidio per i propri abiti inariditi dal ferro da stiro, scialbi nel
loro conformismo, scivolò in un limbo di indifferenza.
Restarono le pulsazioni ronzanti del suo cuore e il ricordo accorato di
Silvia che si confondeva colla storia d'amore inventata e scritta da lui
per un concorso letterario. Da qualche tempo non riusciva a far altro
che tirar fuori quel racconto tutto spiegazzato e rileggerlo, non perchè
fosse particolarmente ben scritto, ma perchè condensava ed esprimeva
così bene i suoi sentimenti più accesi e segreti da farli in qualche
modo avverare nelle vicende raccontate. Luc lo leggeva e si sentiva
infiammare, si eccitava, avvampava di timidezza.
Gli sembrava di avere veramente Silvia accanto, i polpastrelli bagnati
del suo sudore. Il racconto incominciava in un bar dove lui e Silvia si
incontravano casualmente e finivano per confessare il loro amore
reciproco, e si concludeva in una camera d'albergo con loro due nudi ed
avvinghiati su un letto. -...era seduto ad un tavolino, aspettava che
gli portassero il caffè ed era di malumore.
Un barman dalla faccia lucida armeggiava con l'armadietto dei liquori.
Il bancone aveva degli innesti in ottone. Metallo, cristallo e legno
rossiccio si mescolavano stridendo nei mobiletti, nei tavolini, nelle
mensole. La tenda di anelli di plastica dell'ingresso frusciò e Silvia
ne emerse chiara come il mattino. I capelli mesciati quasi bianchi sulle
spalle, il pullover a coste écru teso sulle mammelle prigioniere di un
reggiseno duro. Il cuore di Luc perse dei colpi, e quando riprese a
pulsare i suoi battiti erano affondi profondi.
Guardò Silvia, che lo aveva scorto, e per un lungo momento indugiò sul
contorno del suo ovale sottile, intenerito e turbato dalla lucentezza
dei due grandi occhi castani che sfavillavano ai margini del suo campo
visivo.
- "Avvocato?" Un risucchio e un atterraggio disastroso. Era
tornato. Miss Petulanza gli stava davanti, gli pendeva addosso nel
completino fucsia perfetto per la segretaria saccente che era, il muso
ovino prognato dall'apprensione.
"Ha citofonato la signora...sua moglie. Dice che l'aspetta davanti
al palazzo, in macchina..." mitragliò, lanciandogli uno sguardo un
po' perplesso. "Se può scendere" concluse.
"Va bene, tanto qua avevo finito" rispose Luc, sbuffò e si
alzò in piedi.
Recuperò il fascio delle pratiche e il racconto e stringendoli al petto
attraversò lo studio con la sensazione strana che le tende si
sollevassero un po' al suo passaggio e che tutta la stanza palpitasse
pervasa dall'accoramento del suo racconto. La gabbia delle scale lo
accolse benevola. Corrimano verdi, vetrate rettangolari che si aprivano
su un cortile interno.
Pianerottoli minuscoli, tesi come tappeti tra portoncini di legno
chiaro. Luc scese di corsa ignorando gli ammiccamenti delle vecchie e
scrostate porte dell'ascensore. In quel contesto anonimo, che si
riproponeva identico ogni due rampe, scaricava la tensione e intanto
prendeva tempo.
Aveva bisogno di liberarsi delle suggestioni delle pagine lette, ma per
quanto facesse continuava ad affondare in quella melma.
Provava un profondo rammarico per non aver potuto invitare Silvia a
sedere accanto a sè, com'era previsto dal racconto, la sensazione di
aver interrotto materialmente un incontro, una situazione, il flusso
piacevolissimo delle emozioni.
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