Da "I colori accesi del desiderio" di Caterina Falconi, Edizioni Clandestine 2004


Frugò sotto una pila di documenti e sfilò il racconto.
Si guardò intorno furtivo, la porta era chiusa, nello studio non era rimasto nessuno. Sospirò di sollievo, posò quegli otto fogli dattiloscritti sulle pratiche incomplete e si immerse nella lettura. Gli arredi della stanza scomparvero e tutto quello che fino ad un momento prima lo aveva riguardato, come la foto delle bambine sul ripiano della scrivania o l'odore delle mani della moglie sulle sue guance, persino il fastidio per i propri abiti inariditi dal ferro da stiro, scialbi nel loro conformismo, scivolò in un limbo di indifferenza.
Restarono le pulsazioni ronzanti del suo cuore e il ricordo accorato di Silvia che si confondeva colla storia d'amore inventata e scritta da lui per un concorso letterario. Da qualche tempo non riusciva a far altro che tirar fuori quel racconto tutto spiegazzato e rileggerlo, non perchè fosse particolarmente ben scritto, ma perchè condensava ed esprimeva così bene i suoi sentimenti più accesi e segreti da farli in qualche modo avverare nelle vicende raccontate. Luc lo leggeva e si sentiva infiammare, si eccitava, avvampava di timidezza.
Gli sembrava di avere veramente Silvia accanto, i polpastrelli bagnati del suo sudore. Il racconto incominciava in un bar dove lui e Silvia si incontravano casualmente e finivano per confessare il loro amore reciproco, e si concludeva in una camera d'albergo con loro due nudi ed avvinghiati su un letto. -...era seduto ad un tavolino, aspettava che gli portassero il caffè ed era di malumore.
Un barman dalla faccia lucida armeggiava con l'armadietto dei liquori. Il bancone aveva degli innesti in ottone. Metallo, cristallo e legno rossiccio si mescolavano stridendo nei mobiletti, nei tavolini, nelle mensole. La tenda di anelli di plastica dell'ingresso frusciò e Silvia ne emerse chiara come il mattino. I capelli mesciati quasi bianchi sulle spalle, il pullover a coste écru teso sulle mammelle prigioniere di un reggiseno duro. Il cuore di Luc perse dei colpi, e quando riprese a pulsare i suoi battiti erano affondi profondi.
Guardò Silvia, che lo aveva scorto, e per un lungo momento indugiò sul contorno del suo ovale sottile, intenerito e turbato dalla lucentezza dei due grandi occhi castani che sfavillavano ai margini del suo campo visivo.
- "Avvocato?" Un risucchio e un atterraggio disastroso. Era tornato. Miss Petulanza gli stava davanti, gli pendeva addosso nel completino fucsia perfetto per la segretaria saccente che era, il muso ovino prognato dall'apprensione.
"Ha citofonato la signora...sua moglie. Dice che l'aspetta davanti al palazzo, in macchina..." mitragliò, lanciandogli uno sguardo un po' perplesso. "Se può scendere" concluse.
"Va bene, tanto qua avevo finito" rispose Luc, sbuffò e si alzò in piedi.
Recuperò il fascio delle pratiche e il racconto e stringendoli al petto attraversò lo studio con la sensazione strana che le tende si sollevassero un po' al suo passaggio e che tutta la stanza palpitasse pervasa dall'accoramento del suo racconto. La gabbia delle scale lo accolse benevola. Corrimano verdi, vetrate rettangolari che si aprivano su un cortile interno.
Pianerottoli minuscoli, tesi come tappeti tra portoncini di legno chiaro. Luc scese di corsa ignorando gli ammiccamenti delle vecchie e scrostate porte dell'ascensore. In quel contesto anonimo, che si riproponeva identico ogni due rampe, scaricava la tensione e intanto prendeva tempo.
Aveva bisogno di liberarsi delle suggestioni delle pagine lette, ma per quanto facesse continuava ad affondare in quella melma.
Provava un profondo rammarico per non aver potuto invitare Silvia a sedere accanto a sè, com'era previsto dal racconto, la sensazione di aver interrotto materialmente un incontro, una situazione, il flusso piacevolissimo delle emozioni.


 

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