Me
l'ero immaginata diversa. A undici anni capii cosa volevo fare da
grande. Il professor Cecconi aveva da poco tracciato una linea
orizzontale sulla lavagna e l'aveva chiamata "linea
dell'orizzonte". Aveva calcato col gesso due piccoli segni
verticali ai suoi estremi e aveva sparso altrettanti puntini qualche
centimetro più sotto, apparentemente senza nessuna logica. Due rette
leggermente tremanti erano partite da ognuno dei segni in alto, passando
attraverso i puntini e creando quattro vertici. Era stato sufficiente
decidere l'altezza, tracciare altre otto linee, quattro verticali e
quattro dall'orizzonte, cancellare i segni di troppo e, magicamente, era
sorto un parallelepipedo nella più corretta prospettiva. Avevo passato
le due ore successive a cercare di far fruttare quanto appena appreso
disegnando un vecchio macinacaffè.
Ne avevo visto uno qualche giorno prima a casa della nonna. Era
quadrato, in legno, con una leva che si ergeva come il becco di un
vecchio falco, imponente, ma ormai imbruttito dalle rughe degli anni.
Non riuscivo a immaginare il numero di volte che la nonna l'aveva
ruotata con tutta la sua energia durante gli anni precedenti. Avevo
preso in mano un foglio e una matita e, per gioco e per noia, avevo
provato a disegnarlo.
Ma non gli somigliava per niente. Era troppo piatto, perché cercavo di
riprodurlo di fronte. Ora il professore mi aveva fatto venire l'idea di
girarlo, guardandolo non più come un quadrato, ma il vertice di un
parallelepipedo. Impiegai quasi due ore per farlo esattamente come lo
ricordavo, con le stesse imperfezioni, le stesse ombre, le stesse
macchie. I colori furono la parte più difficile: cominciai a usare il
pennarello marrone, quello che si usa per dipingere il tronco degli
alberi, ma il macinacaffè della nonna non era così scuro, almeno non
su tutta la sua superficie.
Allora mi ricordai di quando il professore ci aveva spiegato che i
colori primari sono tre e, cambiando la loro percentuale di incidenza
sulla carta, il colore di partenza diventa più o meno chiaro. Fu come
una caccia al tesoro. Ogni segno aggiunto sulla carta alterava il colore
ed era un indizio per raggiungere la meta, il colore perfetto, quello
che nella mia mente era il color "macinacaffè della nonna".
Alla fine fui talmente soddisfatto della mia creatura che la firmai come
i pittori: iniziale del nome, punto, cognome, apostrofo, anno corrente.
Allora credevo che fosse una convenzione ufficiale firmare le opere
così, una specie di regola a cui tutti gli artisti dovevano sottostare.
E in quel momento era quello che mi sentivo, un artista. Ma la scoperta
più importante doveva ancora arrivare. Stavo ammirando la mia opera
quando suonò la campanella dell'ultima ora. Tornai a casa, trangugiai
il pranzo e senza neanche guardare i cartoni animati delle due corsi
dalla nonna. Fu una delusione enorme. Mi resi conto di quanto nei
ricordi spesso la fantasia prevalga sulla memoria.
Non erano poi così uguali.
Però più fissavo il mio disegno e più mi piaceva, mi faceva sentire
potente: avevo creato dal nulla qualcosa di nuovo. Tornai a casa, presi
foglio, matita, gomma e pennarelli e cercai di immaginare il mio
macinacaffè. Aveva la forma di un uovo, ma per uno di quei fenomeni che
avvengono solo nella fantasia, stava perfettamente ritto sul tavolo. Il
vecchio becco del falco non c'era più, al suo posto era sorta una
piccola zampa di gallina con cinque dita. Per farlo funzionare non
bisognava afferrarlo e chiudere il pugno, ma incastrare la mano con
dolcezza, come il segno di pace in chiesa, durante la Messa. Nessuno
capì cos'era. Mia mamma pensò fosse qualche strano soprammobile visto
a casa di mia cugina Adele. Del resto lei di oggetti strani ha sempre
fatto la collezione. Aveva un telefono a forma di balena, una libreria a
muro con la forma di una conchiglia e sulla porta di ingresso della sua
casa aveva scolpito alcuni versi di Baudelaire. Comunque, anche lei non
capì cosa fosse quel misterioso oggetto che avevo disegnato. Però mi
chiese dove l'avessi visto, perché l'avrebbe volentieri comprato. Mio
papà, almeno, colse che doveva essere qualcosa frutto della mia
fantasia, ma pensò che fosse ispirato alle uova di Alien. Qualche anno
dopo vidi il film e pensai che, effettivamente, il mio macinacaffè,
almeno nella forma, le poteva ricordare.
Comunque nessuno capì, a nessuno spiegai e da allora nessuno ha mai
capito e a nessuno ho mai spiegato. Conservo ancora quel disegno. Forse
un giorno qualcuno, vedendolo, esclamerà: un macinacaffè! Avevo
pensato di esporlo alla mostra, ma ho rinunciato. Ha per me un grosso
valore affettivo, ma non ha niente a che fare con ciò che dipingo ora.
Avrei potuto appenderlo sopra la scritta "il mio primo
disegno", ma sarebbe stato un patetico tentativo di
autocelebrazione. Anche su questi piccoli dettagli la mia prima mostra
me l'ero immaginata diversa. I sogni a occhi aperti sono come le
tartarughe. Si muovono lenti. E sono longevi, a volte possono durare
anche l'intera vita di una persona. Più si avvicinano a realizzarsi,
più si trasformano, amplificano, ingigantiscono. Nella fase in cui
identificavo ancora la famiglia come unico referente affettivo,
immaginavo la mamma, il papà e i parenti più cari, nella taverna dei
nonni. Nessun rinfresco, nessun pubblico, nessun critico.
Niente di più di un gioco ingenuo e infantile. Poi i nonni morirono
entrambi, a distanza di pochi mesi uno dall'altro, e il rapporto con mia
madre cominciò a essere molto burrascoso. Cominciai lentamente a
conoscere il mondo e così la taverna diventò una vera galleria, nel
centro città, e la mostra un crocicchio di critici entusiasti e
pubblico curioso. I quadri erano tutti perfettamente incorniciati e per
ognuno di essi c'era un faretto laterale che irradiava la luce più
adatta per l'occasione. Immaginavo anche i momenti dell'allestimento,
con le mie lamentele per i riflessi che alteravano i colori o per
qualche inesattezza nelle targhette bianche dei titoli. Io ero
giovanissimo e tutti parlavano di me come di un ragazzo prodigio. La
realtà è stata ben diversa. Ora ho ventinove anni. Alla mia età i
veri ragazzi prodigio hanno già sfornato i loro capolavori. Io sono
solo un minatore. Indosso un elmetto che mi protegge dalla mia onestà
intellettuale, non permettendo all'autoanalisi sulla mia creatività di
essere cinicamente impietosa. E con la flebile luce emessa dalla lampada
proietto sulla tela la rappresentazione imperfetta dei miei occhi
chiusi. I risultati sono settantaquattro dipinti, fino a ieri appesi
alle algide pareti di un ex cinema senza acquirenti, affittato ad
artisti squattrinati, in attesa di qualcosa di più redditizio.
Oggi sono settantatre, ammassati in un angolo del mio salotto, come
profughi su un gommone. Per dieci anni ho lavorato in un'azienda e, a
tempo perso, ho pensato alla mia vita. Un anno fa ho deciso di vaccinare
la mia vecchiaia contro i rimpianti dedicandomi, fino alla fine dei miei
risparmi, solo alla pittura. Inseguimento di un sogno o infantile
capriccio? Mentre me lo chiedo sono rannicchiato sotto le coperte come
un feto, cercando di ricordare l'incubo che mi ha svegliato. La mamma
teneva in mano un serpente rigido e imbalsamato.
Lo agitava contro di me, come un'arma. Io la prendevo in giro, le dicevo
che non mi faceva paura perché sapevo che l'animale era morto e non mi
poteva fare del male. Lei rideva, il suo ghigno era satanico, sembrava
veramente una strega. Diceva che anche da morto il serpente poteva
ugualmente colpirmi, bastava schiacciarlo. E così faceva per
spaventarmi. Premeva sul dorso del rettile e usciva la lingua infetta di
veleno. Più forte era la pressione e più la lingua si allungava. Aveva
quasi raggiunto la mia guancia quando la valvola di sicurezza collegata
all'ormone del sonno è scattata puntuale e gli occhi, da immobili
gendarmi a riposo si sono trasformanti immediatamente in disciplinati
soldati ritti sull'attenti. Non ho ancora guardato l'orologio, ma dal
silenzio sulla strada e dal buio che intravedo nelle fessure delle
tapparelle è notte fonda. Ho la tentazione di accendere la luce, ma ho
sperimentato, in medesime situazioni, che non sarebbe una buona idea. In
questi momenti prevale quel senso di irrealtà che permette di
estrapolare dalla notte ancora qualche grammo di riposo, anche da
sveglio.
L'insonnia è come un dolore muscolare, si combatte con la pazienza.
Occhi chiusi, corpo immobile e mente dirottata verso binari morti. Per
conciliare il sonno è utile ripensare ai momenti più rilassanti degli
ultimi giorni. Alla partita di calcio vista in televisione, alle
chiacchiere sentite al bar o all'ultimo romanzo letto. Ciò che si deve
assolutamente allontanare è l'istintiva tendenza a riflettere su quanto
sta accadendo. Chiedersi che ore sono, quanto si è dormito o fra quanto
tempo suonerà la sveglia.
La consapevolezza è un gorgo pericoloso, può trascinare verso un
meccanismo perverso che permette ai germi dell'insonnia di autonutrirsi.
Non si dorme perché si è nervosi e si è nervosi perché non si dorme.
Inconsapevolmente, si perde quel senso di irrealtà che è l'unico
alleato su cui può puntare l'ormone del sonno per vincere la sua
battaglia. Alcune volte immagino di parlare con le persone che non vedo
da tanto tempo. E così facendo spariscono tutte le inibizioni che
reprimono il desiderio di comunicare. Viene naturale trovare i termini
ideali anche per esprimere quei concetti che, normalmente, a parole, non
si riescono a spiegare. Forse la mente è sveglia, ma le sovrastrutture
che la inquinano dormono ancora. Per qualche ora il cervello è come un
dente ripulito dalla placca. Può non bastare a renderlo bianco, però
al tatto della lingua appare comunque più leggero. Il buio e il
silenzio diventano la cassa di risonanza di desideri repressi, vecchi
rancori apparentemente cicatrizzati o paure abilmente esorcizzate dal
quieto vivere quotidiano. Un flebile frastuono proveniente dall'alto
disturba le mie riflessioni. Decido di cedere alla tentazione e accendo
la luce.
Un ombra alata comincia a compiere una forsennata orbita ellittica
attorno al lampadario. Dalle dimensioni non potrebbe essere qualcosa di
più piccolo di un calabrone, ma la debolezza del ronzio esclude questa
ipotesi. Spengo l'interruttore e accendo l'abat-jour sul comodino a
fianco del letto. In un attimo l'insetto si dirige sulla lampadina, come
attirato dal canto di una sirena.
La minore intensità della luce probabilmente lo tranquillizza, perché
anziché ricominciare con il movimento di rivoluzione attorno al suo
personalissimo sole, si posa dolcemente sul paralume di stoffa. Basta
un'occhiata per capire che si tratta di una comune farfalla,
inspiegabilmente sopravvissuta ai rigori invernali. Ali, torace e addome
sono rossi, con esili punti neri sparsi disordinatamente per il corpo,
come vescicole generate dalla varicella. Trenta secondi nella sua vita
equivalgono a più di una settimana in quella di un uomo. Eppure se ne
sta lì, serenamente immobile come un ubriaco durante le prime ore di
sonno. Lentamente mi alzo e apro la finestra. In un attimo è già
volata via, senza neppure ringraziare. Chiudo e mi dirigo verso lo
stereo. Non ricordo quale cd c'e' nel lettore, ma non importa. Imposto
il volume quel tanto che basta per eliminare il nauseante silenzio che
è tornato a impregnare la stanza e ritorno a rannicchiarmi sotto le
coperte. Qualcuno ha mai contato le note che il nostro udito recepisce
in pochi minuti di musica? Centinaia, anzi probabilmente migliaia.
Vorrei possedere il raro dono dell'orecchio assoluto per concentrare i
miei timpani su un solo strumento e iniziare a declamare come un poeta:
- Re, si minore, sol, la settima….
Ma forse è meglio così. Farlo toglierebbe impatto poetico ai suoni
sommessi che stanno abilmente sgretolando la corazza delle mie angosce.
Finalmente provo la piacevole sensazione della dicotomia fra mente e
corpo. Con la coda dell'occhio intravedo qualche raggio di luce
ostentato da un'alba prepotente e narcisista. Ma le palpebre decidono
che è il momento migliore per tentare il golpe. Dolcemente, si chiudono.
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