Da "In verità le dico" di Giorgio Fabbi, Robin Edizioni, 2001

    

Quando gli arrivai davanti pesto e arruffato com'ero, Pilato mi prese in consegna con uno sguardo di disapprovazione per lo stato in cui mi riceveva e chiese burocraticamente che gli venissero formulati i capi d'accusa.
"Pericoloso terrorista" rispose con fare zelante un sacerdote, che poi aggiunse non senza caricare la frase di un effetto malignamente insolente "talmente pericoloso che il Sinedrio lo vuole morto"
Da parte mia cercavo di assumere un atteggiamento il più possibile dignitoso davanti al Procuratore Romano, che non si era ancora degnato di rivolgermi una sola parola, ma che mi aveva soppesato con un'occhiata indagatrice che la diceva lunga sulle sue aspettative non andate deluse circa il nostro incontro, finalmente verificatosi.
"Hai tu ucciso qualcuno?" si decise finalmente a chiedermi.
Feci di no con la testa.
"Si è autonominato Re dei Giudei e confonde il popolo con discorsi sovversivi" aggiunse rispondendo per me il mio accompagnatore.
"Dunque non è un terrorista, è un sovversivo" concluse secco il Procuratore.
"Eccellenza, quest'uomo ha causato disordini al mercato del Tempio, ha sobillato la folla contro i nostri sacerdoti, si è autodefinito Re ed infine ha profferto oscure minacce dicendo che avrebbe fatto crollare i locali adibiti al culto. Per noi tutto ciò è terrorismo.
E per questo, se fossimo liberi di decidere, lo avremmo già giustiziato. Secondo i paragrafi pertinenti del trattato che l'Imperatore Tiberio ha benevolmente concesso alle nostre autonomie locali" e qui venne fuori quell'insopportabile farisaica tendenza a cavillare su tutto ciò che era cavillabile "noi ci rivolgiamo a te perché tu ratifichi le decisioni che abbiamo già preso".
"Io ratifico le decisioni motivate" continuò asciutto il Procuratore, "ed inoltre la procedura non è stata correttamente seguita.
Se ricordo bene i paragrafi pertinenti, esiste un Re di Galilea che deve esprimere un primo giudizio sul caso, in quanto titolare di giurisdizione. Mi sembra" concluse il Procuratore che restituiva volentieri pan per focaccia ai cavillosi funzionari del Tempio "che voi vogliate procedere con una speditezza che non trova riscontro nella vostra abituale saggezza. Inoltre, dato che è qui, vorrei che il prigioniero venisse interrogato."
L'efficentissimo sistema Romano si era nel frattempo attivato da solo; un cancelliere aveva aperto una pratica e si apprestava a prendere nota di quell'interrogatorio fuori ordinanza, dal momento che il Procuratore stesso si premurava di fare ciò che normalmente avrebbe delegato ad un pretore.
"Sei tu colui che pretende di insegnare la verità?"
Pilato si era finalmente rivolto a me direttamente.
"Si, Eccellenza" risposi.
"Potresti farmi una sintesi? Se è davvero la verità, basta poco per enunciarla"
"Siamo tutti uguali, Eccellenza, e siamo tutti fatti per vivere assieme in perfetta letizia" risposi tralasciando di esprimermi per parabole o altro, dato il livello culturale del mio interlocutore.
Lo stress degli ultimi avvenimenti mi aveva indotto una sorta di eccitazione nell'animo che mi portava a giocare a carte scoperte: nella confusione dell'ora tumultuosa per un attimo credetti davvero che la mia rivelazione avrebbe fatto breccia nell'animo del Procuratore Romano, il quale, come già accaduto con Matteo, avrebbe forse gettato le sue insegne per diventare all'istante mio discepolo.
"Anche questi che ti accusano e che ti vogliono morto, desiderano vivere in perfetta letizia assieme a te?" mi rispose interrogativamente Pilato senza apparentemente troppo soppesare la portata della mia esternazione.
"Loro non lo sanno, ma sono fuorviati. L'unica differenza che esiste fra gli uomini è che qualcuno capisce prima e qualcuno capisce dopo; se si da il tempo, il risultato non può tardare. Intendevo dire questo parlando del crollo dell'antico Tempio della menzogna. Parlavo per parabole. Costoro che mi vogliono morto non hanno avuto il tempo di capire. Basterebbe darglielo, e diventerebbero uguali a me."
Mi ero infervorato nella risposta ed avevo accennato ad un gesto in direzione del Procuratore per sottolineare le mie ultime frasi, gesto che causò l'immediato intervento di una guardia che mi stava accanto immobile sull'attenti apparentemente senza guardare, e che invece si rivelò attentissima.
Erano davvero molto efficienti questi Romani, pensai mentre riprendevo la mia posizione eretta e rispettosa davanti al procuratore anche lui dritto sulla schiena, ma più comodamente di me assiso su di uno scranno di ordinanza.
"Ho capito" concluse Pilato, e con la mano destra fece un cenno verso un ufficiale delle guardie cui si rivolse in latino pensando di non essere compreso.
Io ne masticavo un po', grazie agli studi che mia madre mi aveva fatto intraprendere in gioventù, e colsi il senso della disposizione. "Prendete questo fanatico e scortatelo da Erode. Inviate una staffetta, a quest'ora il grassone starà certamente ancora dormendo, tiratelo giù dal letto, se del caso. Vorrei che l'imputato tornasse da me in giornata, con un parere consultivo in tre copie, per emettere la sentenza che sembra stare tanto a cuore ai nostri amici del Sinedrio. Scortatelo, e fate sì che nessuno gli torca più un capello."
Durante il tragitto capii che i sacerdoti non avevano perso il loro tempo e si erano dati un bel daffare per screditarmi agli occhi del popolo.
Sentivo un'ostilità crescente aldilà alla scorta che marciava a passo cadenzato proteggendomi dalle offese fisiche, ma non da quelle verbali.
Il popolo cambia parere secondo dinamiche semplici, basta fargli fargli credere di essere stato ingannato.
Ci vuole poco per farlo. Il popolo soffre di atavici complessi di persecuzione; è un nervo scoperto, che se viene toccato ad arte, fornisce risultati rapidi e devastanti.
I miei avversari avevano compiuto un bel lavoro rigirandomi contro in pari misura il favore che mi ero costruito, trasformandolo in odio: altroché Messia! Un ciarlatano che si era fatto beffe delle legittime aspettative popolari, un impostore pronto a dare a Cesare anche ciò che a Cesare non apparteneva, un traditore meritevole di morte!
Erode mi accolse come si accoglie una nuvola in una radiosa giornata di sole, e cioè sperando che me ne andassi presto.
Sapeva bene che il suo potere era fittizio, ed inoltre la storia del Battista non era troppo piaciuta ai Romani che vi avevano intravisto una sorta di tracimazione dall'area dell'autorità concessagli, che non doveva oltrepassare la porta dei saloni dei suoi banchetti.
Tuttavia la vita facile che il Re dei Galilei conduceva gli aveva indotto una vena di costante umorismo cui non volle neppure in quella circostanza rinuciare. Mi chiamò caro collega, mi pregò di fargli vedere dei miracoli, ma siccome io non reagivo alle sue provocazioni, concluse che l'unica cosa da farsi era rimandarmi a Pilato in condizioni migliori di quelle in cui gli ero pervenuto; se proprio insistevo a dire che ero io il vero Re dei Giudei, ebbene che almeno ne avessi l'aspetto!
Mi fece rivestire con uno dei suoi mantelli, nel quale mi sentii un po' più comodo che nelle vesti lacere ed insozzate che mi erano rimaste addosso.
Poi si dedicò al lato burocratico dell'affare, dichiarando che non avendo il suo interrogatorio avuto esito, non poteva trarne conclusione alcuna.
Firmò le tre copie del verbale ed uscì per sempre dalla mia giornata e dalla mia vita, che in quell'occasione stavano per diventare una cosa sola.


© Giorgio Fabbi, 2001  -  Tutti i diritti riservati


 
 

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