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Stefania Di
Pietro nasce a Siracusa, l’8 Aprile 1977. Biologa, amante dei viaggi, della natura e dell’archeologia, cerca nei suoi racconti di mettere in risalto la cultura della sua città, le tradizioni e i miti che le appartengono. E’ appassionata di cinema e fotografia. Attualmente collabora per il sito Rete Sicilia e per alcune riviste letterarie, nei suoi racconti, descrive le tradizioni di un’isola meravigliosa, la cultura siciliana e del Mediterraneo, le sue riflessioni esprimono l’immenso amore per la sua gente.
L’Isola di Smeraldo, con i suoi paesaggi leggendari, lasciava senza fiato, quasi che visitandola, pareva che si sfogliasse un libro di fiabe per bambini, storie di giganti e folletti, d’incantevoli colline verdeggianti, popolate da gnomi birbanti e da leggiadre fatine che lanciano quella strana polverina magica dal potere soporifero, che si dilettano a danzare in cerchio nei boschi, contorcendosi in salti e piroette.
L’Irlanda è la terra di Santi, scrittori, musicisti e artisti, ricca di storia e miti, così, nell’estate del 1972, decidemmo di andarla a visitare.
Ci recammo a Leitrim, contea del Connaught, a nord ovest del Paese, il cui nome deriva dal termine Liatroim, ovvero cresta grigia, una striscia di terra stretta, lunga e scarsamente popolosa, divisa al centro dal grande fiume Shannon, ma ricca di laghi, paludi e colline, dotata insomma di una bellezza tutta personale.
Per alcune settimane non ci spostammo dalla città di Carrick e credo fosse proprio uno dei posti migliori per trascorrere delle vacanze alternative, spesso andavamo a visitare quei piccoli e deserti paesi medievali della contea, dove era rimasto solo il silenzio del tempo e della storia.
Drumshambo era un villaggio tra i boschi, situato nel cuore della regione, sulle rive del lago Allen, considerato uno dei luoghi principali per la pesca; Manorhamilton si trovava, invece, all’incrocio delle quattro valli del Leitrim, circondato da ampie zone calcaree, da ripidi pendii, da strette gole e fertili vallate, che creavano nell’insieme una gran varietà di panorami.
In lontananza, durante le giornate più limpide, potevamo scorgere Sheemore e Sheebeag, due montagne incantate, come tutto laggiù in fondo, si diceva che fossero abitate da spiriti e folletti e conosciute, per tale motivo, come la grande e piccola collina delle fate.
Ciò che più ci affascinò di quel viaggio, fu il triste racconto di Lile McGinley, soprannominata l’infelice.
La nobile e allora centenaria signora viveva con la servitù nel suo immenso castello, senza più alcun parente a Leitrim.
Tutti l’avevano abbandonata, considerandola una povera pazza, ma Lile celava dentro di sé qualcosa che, durante quegli anni, l’aveva tormentata e per questo, fatta ammattire.
Quando era ancora giovane e bella, Lile, come ogni ragazza del mondo, s’innamorò di un uomo buono e generoso, un certo Brian O’Rian.
Quell’amore, purtroppo, era ostacolato dai cattivi rapporti esistenti tra le loro nobili famiglie, per via di motivi politici, che poco interessano ai veri innamorati di qualsiasi epoca e nazione.
Il padre di Lile era, infatti, un ricco protestante, da sempre contrario all’indipendenza dell’Irlanda, leale verso la Corona Inglese; mentre la famiglia O’Rian, cattolica e di antiche origini, si schierava dalla parte dei repubblicani, desiderosi di unire tutte le contee d’Irlanda.
Lile e Brian volevano soltanto vivere apertamente quel dolce sentimento che li rendeva così simili, anche se culturalmente diversi.
Dopo tutti quegli anni, Lile era ancora considerata una matta, la gente aspettava di vederla scomparire per sempre, perché così si sarebbe chiusa la storia di una famiglia che, secondo gli abitanti della contea, aveva portato soltanto grande sfortuna.
In Irlanda, però, i miti sono legati alle fate e agli spiriti della Natura, anche la storia di Lile e Brian era collegata ad una leggenda triste e spaventosa, il racconto di Aibhill.
Circa mille anni fa, quella regione era abitata dal “piccolo popolo”, che fu assalito e occupato dai Celti; i superstiti continuarono a vivere nascosti nei boschi, man mano divennero sempre più piccoli, si adattarono all’ambiente e lì, fecero la conoscenza delle fatine, che donarono loro tutto il sapere e il potere degli elfi, aiutandoli contro gli odiati invasori celti. Secondo alcune leggende, queste creature fantastiche discendevano dagli angeli che non avevano mai preso posizione nella lotta tra gli dei e i demoni, bellissime, ma perfide, rapivano i figli neonati dei Celti, per vendicare il piccolo popolo.
La figlia del capo del piccolo popolo era Aibhill, il cui destino fu molto simile a quello della povera Lile, infatti, anche il cuore della fanciulla si consumò d’amore per quello di un giovane cavaliere.
Purtroppo, quel giovane era un celto e la ragazza non avrebbe mai potuto amare liberamente colui che suo padre odiava immensamente.
Per qualche tempo, Aibhill riuscì a proteggere quel sentimento, incontrava l’amato nei boschi e nelle paludi, poi, un giorno, forse a causa di qualche fata crudele, il loro segreto fu svelato e il padre di Aibhill decise di punire la figlia per quell’oltraggio.
La fanciulla fu rinchiusa in una gabbia di cristallo, a niente valsero le sue grida e le suppliche pietose, davanti ai suoi occhi il giovane celto fu giustiziato atrocemente.
Da quel giorno, Aibhill sembrò impazzita, la notte piangeva e urlava disperatamente, i suoi lamenti furono così acuti che riuscirono a rompere la fragile prigione e le permisero di fuggire via.
Non fu mai più ritrovata, forse, intontita dal dolore, vagò nei boschi e nelle valli fino a che morte naturale non la sorprese.
Nelle notti di luna piena, alcuni irlandesi confessano di aver sentito il pianto di Aibhill che echeggia nella valle e chiunque riesca ad udire la sua voce ne rimane terrorizzato, perché nelle sue urla è racchiuso tutto il dolore del mondo.
La fanciulla divenne, infatti, simbolo di sfortuna e di malaugurio e fu denominata una Banshee, una specie di fata solitaria, uno spirito femminile che si aggira attorno ai fiumi e alle sorgenti d’Irlanda, il cui aspetto è spaventoso, con gli occhi rossi e gonfi per il pianto che versa sulle tombe di tutti coloro che in vita hanno sofferto per amore.
Essa è quindi uno spirito maligno, che non si mostra mai agli uomini, con l’eccezione di coloro che sono prossimi alla morte e a cui giunge tale presagio.
Il gemito di una banshee trapassa la notte, è una nota che sorge e precipita come le onde del mare, appare su per le colline scure, la sua figura bianca e luminosa si contrappone bruscamente contro le tenebre, i capelli grigio argento fluttuano e s’intrecciano, il mantello bianco, tessuto di ragnatela, si avvinghia stretto al suo corpo.
Si racconta che ogni banshee, prima di divenire orrenda, fosse una bella donna che faceva innamorare i cavalieri, il dolore e lo strazio, però, sono in grado di trasformare ogni lineamento, tanto da cancellare la bellezza di un tempo, il viso diventa pallido, gli occhi di sangue e con tali sembianze, la banshee compare nel buio e terrorizza chiunque, tanto da essere definita la Signora della Morte. Forse adesso capirete perché la povera Lile venne allontanata da tutti a Leitrim, Brian morì tra le sue braccia, lui, che credeva nella pace e nell’unione del popolo irlandese; in una di quelle rivolte sanguinose, la vita del giovane fu spezzata, proprio per mano del padre di Lile.
La dolce e bella irlandese non fu più la stessa, si rinchiuse in casa, iniziò ad imbruttirsi, divenne spaventosa nello sguardo e nel fisico, inguardabile e per questo abbandonata da tutti, nascosta, più per vergogna, nelle sue stanze, dove trascorse tutta la vita.
Quanto sarebbe stato meglio morire d’improvviso, ma neanche questo le concesse la natura!
Dalla sua finestra, Lile vide gli anni passare, guardò da spettatrice impassibile ogni rivolta civile, il sangue di altri uomini versato, il pianto di altre donne chine sui corpi dei mariti, dei padri e dei fratelli morti; la mente svuotata della vecchia signora non rammentava neanche più il colore della bandiera irlandese, il tricolore arancione, bianco e verde, il cui significato era quello di pace duratura tra i Protestanti e i Cattolici d’Irlanda, stretti in una generosa ed eroica fratellanza, ciò per cui aveva combattuto e perso la vita il suo amato Brian.
Cosa fosse cambiato nella storia del suo popolo e se la morte del suo Brian avesse mai avuto un senso, questo Lile non l’avrebbe saputo mai, di certo, ancora oggi, il suono acuto del suo pianto, carico di disperazione, ed il tormento di tutta la sua vita, echeggiano nelle valli dell’Isola di Smeraldo, come i lamenti spaventosi della Banshee Aibhill. Alla sua morte, avvenuta qualche anno dopo la nostra visita, anche la vecchia Lile divenne parte della leggenda d’Irlanda.
Si dice che chi visiti l’Irlanda non riesca più a dimenticarla, questo è probabilmente uno di quei casi: le atmosfere sono surreali e mitiche, piene di sfumature delicate e magiche, là, forse, con il calare dell’oscurità nella valle, qualche fatina solitaria svolazza dispettosa, burlandosi della scarsa fantasia degli esseri umani e punendoli per la loro spietatezza, che, il più delle volte, si sostituisce all’ingenuità e alla purezza d’animo infantile.
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