"Kakka" di Salvatore Di Martino, 2002

    

Una donna qualunque. Una Signora del Piano di Sopra. Un nome qualunque per una donna qualunque.
Pensa ad altro, trascinando un sacco a forma di figlio da ben sette anni su questa terra.
Lo chiamiamo Nino.
Gli dice di muoversi, che è tardi, che non ha ancora preparato la cena. Sbava dalla voglia di farlo o dalla fame? Difficile capirlo da questa bassezza, vero Nino?
E lui offre tutto il suo misero peso come zavorra a quella mongolfiera di sua madre. E' vero, la Signora è una donna molto grassa, ma non è il caso di chiamarla mongolfiera.
Coraggio, fai il bravo bambino.
E' una corsa ad ostacoli. In questo marciapiede la cacca dei cani abbonda. Nino non lo fa apposta, ha provato a schivarla, ma è successo.
Non dice nulla a mamma. Per carità.
E' difficile per lui camminare con quella grossa preoccupazione sotto le scarpe. Sono in ritardo e lui pensa a cosa dovrà fare quando arriveranno a casa. Il padre, lui sì che gli vuole bene, lo prenderà in braccio, e poi?
Glielo dirà in un orecchio. Rideranno, tutti e due. Come hanno sempre fatto.
La Piano di Sopra è incredibilmente veloce a dispetto dei chili stanchi che si trascina dietro; schiva la folla sotto i portici con agilità calcolata; se cadesse, sarebbe una tragedia. Il grosso foro verrebbe coperto nel giro di pochi giorni, è vero. Qualche metro quadro da restaurare, un quadrato con il lato di un metro, come gli ha detto la maestra. Nino sorride e poi pensa alle sue scarpe.
Prova a togliersi un po' di roba strofinando il piede e battendolo con forza. Niente.
Siamo davanti al portone di casa. Il signor Saccarrò, nonno di Nino, ha una faccia strana. Meglio dire, più strana del solito.
La Signora quasi lo investe. Lui le dice qualcosa. Nino, finalmente, può cercare di liberarsi da quello schifo sotto il piede. Solleva la testa.
Piano di Sopra gli lascia la mano. Piange.
Nino non capisce e continua a raschiare la suola della scarpa contro il marciapiede.
Il signor Saccarrò cerca di calmarla, ma lei lo riempie di quelle brutte parole di ieri sera, in quel film su canale quarantamilacinquecentodiciassette. Schizzi di saliva corrosiva ovunque. Nino si asciuga la faccia.
E capisce qualcosa anche se è piccolo, molto piccolo. Che certe cose non dovrebbe capirle.
Nino è un bambino sveglio però; quella parola la divide in sillabe. Come gli ha insegnato la maestra.
Se-pa-ra-zio-ne.
Ancora troppo piccolo per quella parola, lunga più del suo nome.
Mamma caccia via il nonno. Che saluta, trascinando il suo peso fuori dalla portata degli insulti di questi giovani d'oggi.
Entra in casa e prende il telefono. Nino saltella sul piede sano. Va verso il bagno e prende della carta igienica, la madre è altrove, anche con la testa.
Per Nino è un lavoro nuovo e disgustoso. La cacca si è infilata ovunque, fra le rughe di gomma delle scarpine invernali, nuovenuove, comprate da una settimana appena.
Come mai papà non è arrivato?
Non si ferma più di due secondi su quel pensiero. C'è la cacca da pulire.
Signora entra in bagno e lo vede.
Scoppia in lacrime e Nino non capisce. Prova a chiedergli scusa, che non voleva schiacciarla. Che non l'ha vista. Lo giura, non l'ha vista.
Hai ragione Nino, non è certo colpa tua.
Giuro, non l'ha vista. Croce sul cuore e che possa morire. Lo stringe a se, soffocandolo quasi, gli dice che per un po' di tempo deve andare dalla nonna, in campagna. Sente il puzzo di cipolle sfatte del sudore di nonna, il puzzo della minestra con i broccoli e verdure della nonna. E la parola "nonna" ha già in se la negazione: nonna-no, no-nna, no-nna.
Nino non capisce ancora.
Non l'ho vista mamma, te lo giuro.
Lei lo tranquillizza, non c'è nulla di cui preoccuparsi.
Papà non è ancora tornato.
Papà non tornerà.
Basta poco, caro Nino. Un passo falso e ci finisci dentro, fino al collo, non potevi saperlo.
Sette anni sono pochi, otto forse, dieci, quindici...
Ventidue anni.
Un piede, uno scalino. Una storta e tutto va storto. Parole e giochi da adulti.
Dolore.
Sta per uscire dalla banca di Via Parapeppino.
Lui; Manuele, detto "il cristo", perché ha la fronte costellata d'acne rosso sangue; Nicola, detto Nicola.
La banda è completa, la borsa con i trecentomilioni la tiene "il cristo".
Nino non fa in tempo a salire in macchina. Che parte, lasciandolo al centro del mondo, sotto lo sguardo: paura, indecisione, rabbia, agitazione, della guardia giurata. Votata al suo dovere, vestita di nero come don Mario.
Dieci anni fa al catechismo. Dentro un confessionale a dire bugie e bisbigliare altro che colpe da espiare: che peccati può avere un Nino qualunque.
Fuori dalla banca.
Nino gli dà una spinta e cadono entrambi. Dolore alla caviglia.
Scappa.
Si infila nel vicolo della Martellina con il sudore che gli appanna gli occhi e il cuore; lascia qualche battito alla signora affacciata al balcone, con le coperte svenute sulla ringhiera. La guardia giurata non molla.
La donna smette di battere le coperte, grida, innesca altri gridi, esplode il quartiere. Anche sua mamma gridava spesso...
Non la vede neanche. E' morta due anni fa.
Una cacca di cane, sotto la suola, proprio mentre credeva di essere al sicuro. Non sa perché, ma pensa a suo padre. Cerca di liberarsene, facendo peso sul piede indolenzito.
E le sirene lo chiamano da dietro. E' veloce la polizia, la banda non l'aveva calcolato.
Lui continua a correre più in fretta, la caviglia gli sta esplodendo in più pezzi.
Nino-pollicino che lascia frammenti d'ossa ovunque. Lo troveranno subito.
Entra dentro un palazzo vecchio dal portone aperto.
Un cortile. Bambini che giocano a palla, bambine che giocano alle mamme con figli di plastica. Lenzuola stese a sipario, profumo di lavanda, cielo d'inverno che sta per finire.
Guarda a sinistra, a destra. Ingoia una noce di saliva fredda.
I bambini gridano forte, spaventati.
Non tutti. Uno si avvicina.
Gli indica la scarpa sporca.
Nino lo guarda.
Se quel giorno avesse detto subito la verità a sua madre, se solo avesse avuto il coraggio di farle vedere quella maledetta scarpina invernale imbrattata di una colpa involontaria, marrone e puzzolente.
Comprate da due settimane, scarpine nuovenuove.
Fermo.
O spara.
Non si accorge che il cortile è pieno di poliziotti, così pieno che in tutto quel blu l'azzurro del cielo sfigura.
Fermo. Va bene, va bene. Una goccia di sudore gli ustiona l'occhio. Lo schiaccia, ma brucia ancora. Lo tiene chiuso.
Nino alza le mani. Saltellando sulla caviglia rotta va verso una divisa, più luccicante delle altre. Il poliziotto gli punta la bocca di un mitra. Nino si porta un dito alla sua, come dire 'zitto, zitto un attimo'. Su un piede, occhio chiuso, andatura dinoccolata. Ridicolo. Sembra un burattino.
Nino-polifemo vede un bambino che si porta la mano alla bocca e ride.
Può succedere tutto adesso, un colpo, forse due, la paura che scivola liquida sulla fronte di tutti, grida oltre il cortile, la sirena di altre ventimila macchine di agenti, puliti e lucidi come soldatini di carne e stoffa blu pesante.
Nino lo sa, sa che ha sbagliato; come nasconderla questa colpa? E' evidente. Deve rimediare, in qualche modo.
Apre le braccia e indica la suola della scarpa imputata. Dice: "Potrei avere un po' di carta igienica per favore?

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