Seduta straordinaria di Tommaso Dell'Era

    Ognuno posò gli uncini sulle rastrelliere del vestibolo, attraversò l'emiciclo e si accovacciò nel proprio stallo raschiandosi le occhiaie.
    Una levataccia. E ce n'era bisogno? Che voleva stavolta quella peste di Ammit? Lui e quei quattro becchi dell'opposizione, una vera dannazione. Buono ogni pretesto per mozioni e interrogazioni; non cavavano un ragno dal buco, ma non mollavano. Bisognava riformarla la Costituzione, e fargli abbassare le corna.
    Lo scampanellio. Qualche sibilo. Il silenzio.
    Dall'urna appiccata sulla cattedra del Presidente sfrigolavano guizzi sulfurei: tresca di ombre e bagliori; fumose spirali dalle fiaccole infisse ai lati del grande affresco: le guglie su cui volteggiava il Grande Accusatore, la Meretrice di Babilonia a pelo.
    La lungagnata del Presidente ridestò sbadigli, soffocati da larghe grattate. Si sperò che dopo l'esaltazione dei princìpi si venisse finalmente a sapere quale storico evento giustificasse la seduta straordinaria: o che l'ignorasse o che volesse esaltare la propria imparzialità, il Presidente non ne fece cenno. La parola, concluse, ad Ammit. Come tutti, Ammit aveva mostrato interesse mentre nell'intimo, eh sì, aveva una gran fifa. Le tante battaglie parlamentari, semplici scaramucce: oggi lo scontro definitivo.  Qui subornando, là ricattando, aveva racimolato i voti necessari per provocare la seduta straordinaria; se non fosse stato preso dall'urgenza del momento, se la sarebbe goduta a passare in rassegna i grugni sospettosi della maggioranza, l'uno verso l'altro, sicuro l'uno che l'altro fosse un franco tiratore; e nei più sdegnosi grugniti, i venduti nell'intimità dello scrutinio. Ma la votazione, per l'accoglimento o il rigetto della proposta, sarebbe stata nominale e nessuno avrebbe osato opporsi alla direzione del partito e soprattutto al leader, Ravana. Il quale non poteva che essere conservatore, se diretto discendente dei Ribelli della Grande Caduta, il fior fiore dell'aristocrazia che aveva fondato l'Inferno, iniziata l'epoca storica dei demoni. Non gli negava tale merito (si sarebbe ben guardato dal riconoscerlo: ci avrebbe pensato il vecchio cucco nella replica); ma prima, prima ancora dell'uomo, non era stata l'oscura legione dei suoi antenati a roteare nel Caos, folgorare i picchi, sferzare nelle selve, a gemere nelle nere solitudini? Veniva dalla gavetta lui, non aveva altro titolo che l'amore del male, non vantava eccelsi lombi come i conservatori; e inesausta la lotta perché una sparuta rappresentanza sedesse in Parlamento. Questa la sua ora, e tremava; se il tremito si perdeva negli strati della cotenna, serpeggiava malcauto nella coda: la celò fra le zampe, premendone il fiocco sotto lo zoccolo sinistro. Tossicchiò. Non l'avrebbe spuntata. Solo quando fosse sopravvenuto l'irreparabile, avrebbe avuto l'amara sodisfazione [sic] di averlo previsto e dichiarato. Non l'avrebbe spuntata. Nel tentare era la dignità. Una sbirciata all'ardito manipolo dei suoi e prese l'aire. - Sin dall'epoca del Caos...
    Ci siamo, zufolò uno dei conservatori; staccò un foglietto e con aria pensosa si mise a pupazzettare. Fin che arriva al dunque ce ne vuole. S'ingannava. In rapidissimi tocchi Ammit tracciò l'evoluzione demoniaca, e giunse al dunque prima che il pensieroso avesse miniato il terzo foglietto.
Attento l'aveva ascoltato Ravana. Forte della compattezza nominale dei suoi (prima o poi - punizione esemplare! - avrebbe smascherato i franchi tiratori), scontato l'esito. Aveva però imparato a non prenderlo sotto gamba, quelle saettanti occhiaie piccine. Gli aveva dato filo da torcere spesso, e anche oggi, specialmente oggi, non prometteva nulla di buono: il prologo, conciso, quel venire al sodo in poche battute... Vedremo.
- ... Amici: così voglio chiamarvi. Non ai progressisti o ai conservatori: a voi indistintamente mi rivolgo. In quest'ora decisiva per le nostre sorti, non c'è partito o ideologia: un'identica volontà di affrontare il comune pericolo. E non v'è che un modo per salvarci.
Una pausa e scrutò intorno: l'attenzione che voleva gli fosse prestata, era nei ceffi di tutti, anche in quello di Ravana.
- Non v'è che un modo per salvarci: educare l'uomo alla virtù.
Un muggito di sbalordimento, uno scarto dell'affresco che scavalcò quasi la Meretrice. Il Presidente additò i commessi: giganteschi, s'irradiarono, i forconi roventi in resta.
    Anche Ravana aveva accusato il colpo e si mordeva la barba; irato del suo stesso turbamento e deciso a farla finita, pensò di spiattellargli sul muso l'accusa di attentato alla Costituzione. Piano, si sfoghi pure il bamboccino, c'è tempo per affettarlo a dovere. Si alzò.
- Si compiaccia il facondo collega di chiarire il proprio pensiero, che alle nostre senili orecchie è parso velato di discutibile umorismo.
- Umorismo, lo chiama. Qui ne va della nostra pelle; qui siamo fottuti, e voi ve ne state, pancia all'aria, a far le caccoline.
- Richiamo l'oratore, interruppe il Presidente, sull'osservanza delle norme che regolano questo consesso.
- Chiedo scusa, e si conficcò un artiglio nella coscia. Sentì sgocciare un cocente rivolo; scalzò dallo zoccolo il fiocco della coda e lo guidò a tamponare lo squarcio. Aveva il fuoco in corpo lui, non le braci slombate di quei vecchiardi: calma, Ammit, non farti incastrare. Chiedo scusa. La gravità della situazione, che altri interpreta umoristicamente, mi ha fatto deplorevolmente montare in bestia. Siamo finiti, amici. Nessuno crede più in noi. E' questa la dura verità che tutti conosciamo e non abbiamo il coraggio di confessare, in uno sforzo comune per riabilitarci... Vi prego, vi prego, lasciatemi parlare; non mancherà l'occasione per replicare.
    Ravana ammansì i suoi:
- Lasciatelo parlare; non mancherà l'occasione di ricondurlo alla... virtù.
La corale sghignazzata non impressionò Ammit:
- Nessuno crede più in noi, tranne qualche donnetta o qualche pretucolo rincoglionito dalla vecchiaia. Hanno perso la coscienza del peccato: peccano così, per inerzia. Ero giunto da tempo a queste conclusioni, giovandomi dello studio della loro storia, ma ho voluto documentarmi personalmente; sono stato a lungo fra gli uomini (lo sapevano bene i conservatori: il solo periodo di quiete parlamentare) di ogni razza e paese, adescando, aizzando. Tempo perso. Lordure che conoscevano e nelle quali guazzavano senza gusto, anonimamente, meccanicamente: appunto: la meccanizzazione della colpa, che rende inutile la nostra opera, la nostra stessa esistenza. Non c'è più l'etica del male. Il sesso, la violenza, per citare un paio degli antichi e lucrosi affari, hanno perso qualsiasi valore, avviliti a una squallida consuetudine. La religione? Un timbro. Le eresie? Roba su cui i giovani degli uomini - nostra speranza - sbattono i libri meravigliandosi che in passato ci si tormentasse, ci si sbudellasse per simili baggianate. Nostra speranza... Abbiamo sperato, abbiamo atteso; e li abbiamo visti i loro generosi propositi, non appena saltato il muro: sono soltanto degli uomini meno anziani. Altri esempi? Mi sembrano superflui. La meccanizzazione della colpa: qui s'incentra il problema. Il peccato-macchina accelera, sarà la nostra fine se non vi poniamo rimedio. E il rimedio è quello che vi ho proposto all'inizio: ricondurre l'uomo alla virtù.
    Un sospiro gli si arrampicò per le budella e sfociò dalle fauci secche.
    Di marmo Ravana. Di stucco Ammit, che si aspettava il contraddittorio. Una tosserella. Uno scaracchio. La ripresa.
- L'uomo è il migliore animale, ma l'unico che distrugga la sua tana. Quante volte non ho ingarbugliato i cosi dei loro ordigni; quante volte non ho inceppato le seghe che straziavano gli alberi; quante volte non ho soffiato sulla sozza foschia delle loro città; quante volte e quante non ho spazzato mari e fiumi, smorzato rumori! Fatica sprecata. Forse perché ero solo (e fissò Ravana), forse perché troppo grande la vocazione dell'uomo alla stupidità, all'inerte suicida stupidità. Per fortuna, è rimasto un drappello di uomini virtuosi: son essi che mi hanno involontariamente indicato il rimedio. E non c'è da scandalizzarsi sulla fonte, se ne facciamo sgorgare il male. Quei pochi - e bisogna far presto, si assottigliano di giorno in giorno -, quei pochi virtuosi che crediamo nemici, sono i nostri alleati. Individui, coscienti di sé. Se noi rendiamo tutti gli uomini altrettanti individui e inculchiamo la virtù, avremo altrettante anime virtuose sulle quali esercitare la nostra malefica influenza e riprendere il fascinoso duello di un tempo.
    Si rialzò Ravana.
- Voglia, di grazia, il nostro pedagogo spiegarci in che cosa consista la crisi, se le caverne rigurgitano tanto di dannati che si dovrà richiamare qualche pattuglia dalla terra per sorvegliarli; e inoltre per quale originale elucubrazione è giunto alla conclusione che, per superare la famosa crisi, sia necessario inculcare nell'uomo la virtù mentre a noi, poveri diavoli, parrebbe più semplice il male.
- Imbecille, biascicò Ammit. Sarebbe più semplice inculcare il male, urlò, se la vostra delittuosa ignavia non avesse tolto significato al male. E questo l'ho detto chiaro prima, ma dalla pancia la grascia vi è arrivata fino alle orecchie. Siete della stessa pasta degli uomini: vi credete furboni e invece l'idiozia vi ha spappolato il cervello, ammesso che... Un pandemonio. Il frenetico scampanellio del Presidente, anzi che invito alla concordia, fu pungolo alla discordia. Breve intervallo dalle ingiurie alle zanne, e brevissima strage, ché, al cenno del Presidente, i forconi piombarono sui contendenti. Ognuno ebbe la sua razione - maggiore la minoranza - e tornò claudicante allo stallo. Anche i commessi tornarono al posto di guardia, pronti a sedare un nuovo improbabile tumulto.
    Ad Ammit toccò la deplorazione del Presidente e l'ingiunzione di attenersi a un'equa e costruttiva prassi parlamentare, pena l'espulsione. Non glie n'importava, ma se voleva assolvere alla sua missione, frenar la lingua doveva. - Per voi conta il risultato, proseguì. I dannati aumentano: che si vuole ancora? Non pensate che quando l'uomo avrà raggiunto la totale incoscienza del peccato - e non lontano il giorno; quando si avvierà alle nostre caverne senz'alcuna sollecitazione e indifferente alle pene che qui l'attendono, per noi sarà finita. Noi, custodi del male, dal male saremo respinti; periremo di consunzione, d'inedia, ombre che si dissolveranno nel nulla.
- Quale digressione lirica, commentò Ravana. Va in epico l'opposizione! Se ho ben inteso, bisognerebbe indurre l'uomo alla virtù per poi condurlo al male, dove già si trova, male però non individuale. Concediamo. Avremmo dunque tanti individui virtuosi; tralasciando la questioncella che, pur col massimo impegno, potremmo fallire e forgeremmo con le nostre mani l'arma destinata a sterminarci, consideriamo in particolare il caso di un virtuoso che noi abbiamo indotto al peccato: essendo egli virtuoso e cosciente di sé, di conseguenza sarà roso dal rimorso e, col rimorso, la sua anima sarà difficilmente recuperabile. Occorre ricordare che il Nemico s'accontenta di un attimo di pentimento? Per noi, un attimo di colpa è solo il principio.
- Ma il rimorso è la prova della nostra presenza! è la prova che abbiamo dominato quell'anima e, s'ella ci sfuggirà, dovremo incolpare la nostra scarsa sollecitudine.
- Che farnetica? Vuole il rimorso per poi toglierlo: se non c'è, non è gran vantaggio? Non so fino a qual punto si contraddica o voglia contraddirsi (malizioso mormorio dai conservatori), e per quale scopo. E' giovane lui, non si rende conto di attentare alla Costituzione, di sovvertire le fondamenta delle nostre istituzioni. E' propria dei giovani l'incongruenza, l'esangue idealità invece del florido profitto: cresca cresca, e riderà di sé. Sentilo, par di essere tornati all'Eden, quando ci travestivamo da serpenti. I tempi cambiano, e costui, costoro, restano abbarbicati all'infanzia: e poi chiamano noi i conservatori. Ha forse un piano concreto il nostro riformatore? Lo esponga: ce ne staremo cheti cheti ad ascoltarlo.
- Un piano concreto, sospirò Ammit. E' qui, e cavò dalla borsa uno scartafaccio; lo sfogliò - fittissimo di segni - tenendolo in alto. E' qui il mio piano, frutto di angosciose veglie. E non un piano da imporre; da discutere, ritoccare; da distruggere, da distruggere sì, pur che sia salvo lo spirito che l'ha informato: provvedere alla comune salvezza.
    Rauca la voce, sentiva come un monito, una certezza della vanità della lotta. Ebbe un istante di smarrimento e si rivolse ai suoi: un fronte estatico. Rintronò la voce.
- Noi viviamo per l'uomo; ancor prima ch'egli calcasse il suo pianeta, eravamo esclusivamente per lui: cose ovvie ma, come tutte le cose ovvie, a lungo andare se ne perde il senso. Adesso si appresta a lasciare la terra, se non si annienterà con essa. E noi lo seguiremo: in qualunque modo vorrà o dovrà trasformarsi, sarà sempre un'anima, una nostra preda, se seguiremo le sue trasformazioni e riusciremo a capirlo intimamente, se però egli crederà in noi, se sentirà viva e costante come un tempo la nostra presenza. Svecchiare le istituzioni, scambiarci consigli, ricorrere agli stessi uomini se necessario: scegliere fra i nuovi arrivati i più idonei e costringerli a collaborare; promettere loro dei privilegi, anche se talvolta saremo costretti a mantenere; inviarli in missione in terra, debitamente sorvegliati: qualcuno riuscirà a svignarsela: un rischio che dobbiamo correre: un dannato che torni, varrà la fuga di dieci. Non saremmo a questo punto, amici, se ci fossimo uniformati ai tempi... A che rimpiangere il passato? Cambiare con nuove leve le colonie terrestri: scambi frequenti: la lunga comunanza di vita fra nemici porta a un reciproco infiacchimento, a una continua inesorabile fusione; corsi di riqualificazione professionale, esami severissimi per la promozione a demone custode; infondere nelle scuole, fin dalla tenera età, i consueti nefandi principi e, di pari passo, i primi rudimenti della virtù; e studio, studio della storia degli uomini: la nostra la conosciamo anche troppo. Còmpito delle nuove generazioni, ma a noi porne le basi; per quanto è possibile, riconduciamo l'uomo alla virtù: in essa è la nostra salvezza: ricostituire l'uomo nella sua unità bene-male.                 Potremo lottare con i vivi: con i morti è inutile, e oggi l'uomo è morto per noi; fra non molto noi periremo per lui. Profeta di sciagure, mi si dirà, e di sciagure strane se ci rimpinguano tanto. Soffriamo invece per la nostra grandezza: la sazietà ci ha fatto allentare le briglie, ci ha rammolliti; la facilità delle vittorie non ci ha fatto sospettare della loro fragilità. Non accuso nessuno, e accuso tutti, me compreso: me anzi, per primo, se con le mie fioche parole non ho saputo manifestare il pericolo; me sì, che avrò certamente mancato in zelo se l'uomo si sente estraneo a me, m'ignora affatto. Chi è Ammit per lui? chi Ravana?
    Chi sei tu per l'uomo, Shedim? e tu, Aluqah? e tu, Semjaza? E voi, Raksasa, Utukku, Namter? Curiosità storiche, buffi nomi che l'uomo primitivo dava a rozze paure. Eppure - pochi secoli appena del loro tempo - eravamo nelle stesse case del Nemico, attorcigliati nei pergami, rutilanti nelle vetrate. Siamo ancora là, e ci guardano le fanciulle con un sorrisetto di sgomento, ci squadrano lenti di professori, ci sbeffeggiano i ragazzini. E le incarnazioni, gli esorcismi, i roghi? Dove sono le grandi anime - grandi, anche se ci sono sfuggite - di coloro che a noi inalzavano [sic] la poesia? Ci sentivano essi; eravamo presenti in ogni pensiero, a reprimere ogni impulso al bene, a lottare. Si vinceva e si perdeva: gloriosa la vittoria e non disonorevole la sconfitta. Ci sentiva l'uomo: si fustigava, si voltolava nei roveti, si sprofondava nelle spelonche, null'altra droga che la volontà, l'irriducibile determinazione di resisterci, di scacciarci. Le nostre celle non erano affollate, ma ogni dannato era un vanto per l'Inferno, un esempio per i figli, sprone per una sempre più turpe affermazione del male. Tacque, e si lasciò cadere sullo stallo, splendidamente affranto. I suoi, che secondo gli ordini di scuderia avrebbero dovuto salutare con scroscianti applausi il pistolotto, tacevano e lo guardavano: commossi, orgogliosi di aver trovato un così valido interprete, di aver ascoltato dalla voce di Ammit la voce del loro vecchio cuore di demoni. Anche gli avversari tacevano; c'era qualcosa di vero in quelle parole, qualcosa che cozzava contro la realtà, contro il buon senso, che tuttavia insinuava il dubbio. I pingui raccolti che cupidamente si rimiravano, celavano davvero in qualche parte remota il microbo che li avrebbe fatti marcire? Ma quando? Ne sarebbe trascorso di tempo: e quel tempo di cuccagna perché negarselo? I posteri si sarebbero arrangiati, se pur c'era da credere alle profezie di quel menagramo. La multipla occhiataccia di Ravana fugò le residue esitazioni, e la maggioranza respinse all'unanimità la proposta di Ammit.
    Che si allontanò fra i fischi. Si avviò verso i crateri. Guardò nell'abisso: le pareti, annerite, screpolate, serbavano traccia di un incendio che non si sarebbe mai rinnovato. Il ghiaccio gli si incrinò nelle orbite, si sciolse. Uno scatto con la coda e sparì nel volo. Non a casa: la solita storia. La femmina, stanca e sfiorita, che per decoro si faceva sbattere da parenti e amici; parenti e amici che per onore se la sbattevano e sgavazzavano. Le altre case: la solita storia. Gli si scardinarono le ganasce per uno sbadiglio. Andare anche lui a un'orgetta, da Lilith, da Labartu? A scorticare un po' di dannati? Poco mancava che gli facessero le fiche. Diede un frullo e si appollaiò sulla balaustra. Una sizza furiosa; si raccolse nelle ali, che sbatacchiavano, le avvinghiò con la coda.
    La tenebra e, lontano, un brividio di luce: la solita supernova che scoppiava, la pioggerella di meteoriti, i soliti giri. Anche il Nemico non se la passava bene, e per la prima volta provò non so che pietà per lui: ne ebbe disgusto ma non riuscì a scacciarla. Entrambi si disputavano quel granellino che trottolava laggiù, e quei bipedi che ignoravano quanta mole di odio e di amore suscitassero. Anche lui era forse amareggiato in questo momento. E non aveva torto Ravana: al Nemico bastava un attimo, l'ultimo, per dover accettare i più nobili candidati all'Inferno. Il solito sciame della notte, che si divideva in due. Anche lui prigioniero di se stesso, e doveva accoglierli, profumare i giardini: per quali fiori! Si aspettò una risata; volle sentirsi felice, compiaciuto almeno. Niente. Un pensiero improvviso: parlargli. Un patto: ciascuno i suoi, se veramente degni; ristabilire di persona l'antico scontro, schietto e feroce, uno scontro che dilaniasse la coscienza dell'uomo; e doveva convenirgli: senza l'uomo sarebbe perito anche lui. Solo i degni, e gli altri giù, ancora sulla terra, fin che avessero meritato del loro destino.
    Sogni, e sogni pericolosi; già gli pareva che un'ombra sgattaiolasse dal cratere. Tornò a casa.
    La moglie lo salutò con un flebile peto. Nella zuppa, due magri rospi.
    Il figlio. L'ultimo nato, dolceronfante sulla graticola rugginosa. Gli azzannò un orecchio... Si grattò appena. Gli conficcò uno zoccolo nelle chiappe... Si rigirò pigramente. Si accosciò disgustato, e non ebbe neppure la forza di bestemmiare.


©  Tommaso Dell’Era
 
 

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