"Ipazia - da Espero" di Tommaso Dell'Era

Com'era bella.
Gli occhi, le guance, ardenti.
La sua voce animava gli eroi di Omero
Vibrava all'amore di Saffo
E Platone
Ed Euclide
I grandi spiriti della grecità risorgevano in lei.
Come se fossero davanti a noi.
Erano davanti a noi, erano loro che ci parlavano. E noi vivevamo quel miracolo, senza sorpresa; li vedevamo, li ascoltavamo.
Erano vivi, nel portico, al sole, accanto a lei.
Chiunque avesse sete di conoscenza, amore per il bello, accorreva nella Scuola per ascoltarla.
La sua fama andava ben oltre Alessandria.
Degna figlia di Teone.
Migliore di lui.
Maledetti!
La plebaglia, inferocita, urlante, che l'afferra, la soffoca.
Il chitone lacerato, trascinata per le vie, una scia di sangue polveroso, le misere membra straziate, bruciate.
Maledetti!
Più maledetti chi li ha aizzati.
I monaci.
Infame fanatismo. L'arroganza del potere, che vuole spazzare, distruggere il passato.
Come se l'arte avesse un passato. Essa è, sempre. È essa l'eterna religione.
Il patriarca.
È lui che a sua volta avrà sobillato i monaci.
Geloso di quella donna, poco più che fanciulla.
Sentiva vacillare il suo prestigio.
La temeva.
La odiava.
Imbecille!
Inutile delitto.
E ora in noi, in ognuno che l'abbia ascoltata, resta il rimpianto, l'amarezza.
Fortunato Sinesio, che è morto prima di aver assistito allo scempio della sua morte.
E Pallada? Per lui era la stella più pura della Scuola.
Pallada… Credo che ormai sia l'ultima, una delle ultime voci della grecità.
È finito il nostro tempo; neppure Giuliano c'è riuscito.
È morto troppo presto.
Fosse vissuto più a lungo, non avrebbe potuto egualmente mutare il corso degli eventi.
Una nuova civiltà…
Nessuna civiltà, per quanto grande, potrà mai superare la nostra.


© 
Tommaso Dell'Era - 1993
 


 

www.rottanordovest.com home page