Da "Pura vita" di Andrea De Carlo,  Mondadori, 2001


Domenica alle nove e mezzo di sera il telefono suona mentre lui è in cucina con un toast al formaggio in mano e un libro sulla tecnica di costruzione delle piramidi egizie aperto davanti e un disco strumentale di Bo Diddley e Chuck Berry sullo stereo. Ci sono solo tre pezzi dove suonano davvero insieme, gli altri sono di uno o dell'altro a turno e abbastanza convenzionali, ma i tre dove suonano insieme valgono il disco. Al quarto o quinto squillo si rende conto che la segreteria telefonica non è inserita o non funziona, così posa tutto e si alza di scatto e urta contro uno sgabello e lo fa cadere e sente una fitta fin nel midollo di una tibia, saltella nel soggiorno pieno di rabbia verso gli oggetti e verso le interferenze che continuano anche a quest'ora.
Dice "Sì?".
La voce di lei dall'altra parte dice "Pronto?".
"Ehi!" dice lui. "Ti avrei chiamata tra poco. Tra cinque minuti."
"Volevo sapere per domani" dice lei.
"Certo" dice lui. Si massaggia la gamba dove gli fa male, cerca di raggiungere la porta per tagliare fuori i suoni dallo stereo in cucina ma il filo del telefono non è abbastanza lungo, per quanto provi a estendere la mano. Il telefono cade dal tavolo; lui lo raccoglie con ancora più rabbia, dice "Bastardo di un bastardo".
"Cos'è successo?"
"Niente. Se riesci a sentirmi, niente." Allunga un piede e alla fine riesce a far sbattere la porta di legno chiaro; l'urto provoca una piccola nuvola di intonaco, riduce a metà il volume della chitarra riverberata sul ritmo rapido di accordi.
"Cosa facciamo, allora?"
"Quello che vuoi tu." In realtà è pieno di resistenze, adesso che la loro idea è sul punto di trasformarsi in una concatenazione di dati di fatto in accelerazione progressiva: il lavoro da lasciare e la valigia da preparare e la macchina da guidare e la strada da percorrere e il serbatoio da riempire e le mappe da consultare e il percorso da decidere e la lingua da parlare e i cibi da ordinare e gli alberghi da trovare, le sensazioni da assorbire e quelle da filtrare, quelle da tagliare fuori. Dice "Se hai ancora voglia di andare".
"Sì che ne ho voglia."
"Non è che invece preferiresti un posto più vicino? Rimandare la Francia a quando fa più caldo e abbiamo un po' più di tempo tutti e due?"
"No, no. La Francia mi va benissimo."
"Perfetto. Allora ti passo a prendere domattina verso le dieci. Ti faccio uno squillo quando sono all'angolo, così scendi."
"Va bene."
"Non portarti dieci valigie, non servono."
"Va bene."
"Sono solo pochi giorni."
"Sì."
"A domattina."
"A domattina."
Quando si parlano al telefono tende a essere ancora più sintetica di lui, e a chiudere in modo altrettanto brusco. Non corre certo il rischio di sentirsi bloccato in una conversazione, con lei. Al contrario, quasi ogni volta gli rimane l'idea di avere detto o ascoltato troppo poco, vorrebbe richiamarla per aggiungere o farle aggiungere qualcosa. È forse l'unica persona con cui gli succede.
Si massaggia la tibia e si guarda i piedi nudi, sul pavimento di legno ingombro di carte storico-geografiche e atlanti e incisioni e riproduzioni e fotografie. Pensa alle telefonate da fare e alle e-mail da mandare prima di partire, ai modi di mantenere i contatti a distanza crescente.


© 
Andrea De Carlo 


 

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