Se m'avessero detto allora, che avrei conosciuto la tristezza… Se m'avessero detto allora, che avrei anche assaggiato l'amaro dell'amore, e che avrei provato sulla mia pelle la solitudine, la noia e la nostalgia… Se m'avessero detto che avrei buttato via i calzoni corti per indossare problemi distanti come il lavoro, la casa, gli anni che passano ed il tempo che fugge da tutte le parti… Insomma, se chicchessia m'avesse detto tutto questo, e se me l'avesse detto allora, non solo non gli avrei creduto, ma nemmeno avrei capito.
Avrei riso, forse. Già…
Era estate quel giorno in cui la comitiva era al completo, e quando eravamo tutti sembravamo una mandria di una qualche specie animale africana: aggraziati, uniti, vitali. Tredici ragazzini, nove maschi e quattro femmine, in cerca di felicità.
C'incontrammo, come sempre, davanti ai garage del civico 50, nella via di periferia in cui tutti eravamo nati e cresciuti; e se quei tredici ragazzini li guardo con gli occhi d'adesso, li vedo vestiti con scarti di mercati rionali e li vedo attori di commedie all'italiana in bianco e nero.
Eravamo semplici, senza quegli strani metri di giudizio che in futuro ci avrebbero diviso. Non c'erano interessi diversi, non c'erano livelli culturali o intellettivi da misurare; nessun conto in banca a differenziare le nostre vite, le nostre possibilità e le nostre abitudini. Eravamo dodicenni; eravamo la vita e vivevamo fortissimo.
L'appuntamento era per le due del pomeriggio. Ma d'estate, dopo i pranzi di quei tempi, le sedie disposte intorno al tavolo della cucina scottavano; non c'era nulla in grado di spostare la nostra attenzione dal pomeriggio d'allegria che ci attendeva fuori dalla porta di casa. Il tempo dei ritardi doveva ancora venire; quello era il tempo della smania di vivere. Così all'una e quarantacinque eravamo già tutti e tredici davanti ai garage, pronti a partire verso una delle nostre mete preferite: la casetta celeste - che così chiamavamo per via delle persiane ch'erano insolitamente colorate d'azzurro invece che di verde -.
La casetta celeste, che si trovava in cima alla collina alla base della quale noi abitavamo, era una vecchia casa di campagna, isolata e circondata da grandi prati sui quali si svolgevano partite di pallone epocali; distava dai garage del civico 50 una decina di chilometri, e si poteva raggiungere solo percorrendo terribili salite. Così, armati di borracce ed in sella alle nostre biciclette malconce, partimmo pedalando leggeri su pendenze che ora faticherei solo a guardare. Ridendo, scherzando tra di noi, si giocava, si cantava e si scacciava la fatica: ci attendevano la pace dei prati, la partita, l'ombra fresca degli alberi e soprattutto la discesa. Si, perché quelli che allora mi sembravano enormi tornanti asfaltati e bollenti di sole, sapevano restituirti le energie che ti rubavano durante la salita, e te le restituivano tutte insieme in una discesa verticale da percorrere a rotta di collo, ad una velocità contro la quale i nostri freni a ganasce non avrebbero potuto far nulla. Quante ginocchia sbucciate! Quante ossa rotte e quante bici irrimediabilmente distrutte! Ma furono ferite sacre.
Su quelle salite, le nostre gambe ossute parevano sul punto di rompersi ad ogni pedalata. Eravamo magri ed eravamo poveri, tutti… E le nostre bici erano il risultato di pomeriggi passati dai robivecchi a recuperare i pezzi per rimetterle a posto.
Le bici in miglior stato le avevano le femmine; le nostre fantastiche femmine: aggraziate anche più di noi, pronte alla fatica senza mai lamentarsi e senza mai chiedere dei vantaggi a causa del loro appartenere al cosiddetto sesso debole. Fummo tutti uguali. Fummo una cosa sola, un mammifero scomponibile che sapeva essere asessuato, quand'era il momento.
Quel giorno il sole non aveva pietà e tra noi si discuteva se la temperatura fosse sui 30° o sui 40°. Seguirono racconti di deserti attraversati a piedi e di incendi domati nell'attesa dell'arrivo di pompieri ritardatari. Eravamo tutti dei narratori eccezionali.
Dopo una breve sosta all'unico bar -nel quale c'erano prodotti scaduti e bisognava fare attenzione a cosa la vecchia proprietaria ti rifilasse- che s'incontrava lungo la strada, la fatica sostituì le parole ed arrivammo alla meta in silenzio. Trascorremmo un'altra grande e piena giornata alla casetta celeste. Furono ore felici e quando il sole fu abbastanza basso da farci capire che dovevano essere le sette passate, tutti insieme capimmo che era giunto il tempo di scendere verso la cena preparata dalle nostre madri e verso i nostri padri che tornavano dal lavoro. Ma sopratutto era il tempo dell'adrenalina e della velocità della discesa. Era un rischio ad ogni curva, era il nostro grido d'immortalità ed era anche una gara… E per il vincitore, la notte erano solo sogni belli.
Io vincevo spesso. La mia bici volava, la mia grinta era come una grande vela ed avevo l'allegria a fare da vento. Ma quel giorno, praticamente appena iniziata la discesa, perdetti per strada la borraccia. Disperato, mi dovetti fermare e vidi tutti i miei amici sorpassarmi velocemente e volare verso una terribile curva a gomito che immetteva i temerari corridori nel rettilineo più lungo e pendente dell'intero percorso di gara. Tornai indietro, cercando di fare il più velocemente possibile, recuperai la borraccia e poi mi affacciai dal ciglio della strada. Guardai giù: eccolo il lungo rettilineo! Eccolo il tratto di strada più veloce che le nostre biciclette avessero mai conosciuto! Avevo percorso quel rettilineo centinaia di volte, ma non mi ero mai fermato a guardarlo così, dall'alto. Avevo i brividi. Considerai che gli altri dovevano aver già affrontato il tornante e pensai che da un momento all'altro li avrei visti schizzare sul rettilineo.
Ero pronto a ripartire. Ero pronto a non toccare più i freni fino a casa, pur di riuscire a recuperare il distacco accumulato. Bloccai le ruote, posizionai i pedali in modo da spingere bene con il piede e mi alzai, tutto il peso del mio corpo su una gamba sola, pronto alla rimonta delle rimonte.
Fu allora che le vidi spuntare.
…Dodici biciclette fiammanti che si lanciavano giù per il rettilineo ad una velocità che non avrei mai potuto ritenere possibile. Restai immobile.
Vidi i miei amici sfrecciare a cavallo di quelle che adesso sembravano dei bolidi a motore, e non delle biciclette tenute assieme con lo spago. Sentii le grida di gioia, di forza e di vitalità che sia i maschi che le femmine lanciavano nell'aria: erano grida che avevano qualcosa di puro e sacro. Non erano grida da delinquenti che danno fastidio, no! Erano grida d'angeli. Vedevo chiaramente le bianche ali sbattere nell'aria. Volavano, i miei amici, ed i loro volti erano deformati dal vento e dall'esultanza, i loro occhi pieni di una paura non maligna. A turno si guardavano tra loro e ridevano forte… Un'allegria potentissima. Era il nostro tempo quello. Erano giorni di gloria ed io me ne resi conto. Gridai di partecipazione e partii piegandomi sul manubrio per questioni aerodinamiche. Mi lanciai nel tornante ed i freni non ricordavo nemmeno cosa fossero: pedalavo come un pazzo! Lacrime di gioia scivolavano sul mio viso, si staccavano e rimanevano sospese nell'aria, risplendendo di luce tramontante. Il rettilineo scivolava via veloce. "Li riprendo", pensavo, "li riprendo sicuro!"
Non volevo raggiungerli per vincere, o per dimostrare qualcosa, no... Volevo solo che le biciclette fiammanti tornassero ad essere tredici. Non dimenticherò mai quel giorno, quella consapevolezza assoluta d'eternità. Volavo verso i miei compagni e mi sentivo immortale, padrone del mio tempo e della mia vita. Gli anni sembravano un crescendo d'emozioni, e se m'avessero detto allora che così vivi non ci saremmo più sentiti, non avrei capito.
Poveri, semplici e felici che fummo;
complicati, prigionieri e senz'ali che siamo.
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