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 Nel blu di Azzurra è la storia di una balenottera di cartapesta, costruita con amore e passione da un maestro artigiano, che impastando e incollando sul suo corpo pagine di arte e letteratura, le ha infuso la curiosità di conoscere e di sperimentare. Vincitrice del primo premio al Carnevale di Viareggio, invece dell’hangar, destinato ad accogliere, come un museo, i carri più famosi, Azzurra conoscerà il mare, in un lungo viaggio poetico nelle acque dell’arcipelago toscano fino alle coste smeraldine della Sardegna, alla ricerca, tra splendidi paesaggi e incontri con singolari creature, di una nuova dimensione, nella viva speranza di una metamorfosi. Il racconto è intessuto con i fili e le trame della memoria poetica. Alla storia di Azzurra si intrecciano le tante storie che il suo corpo, sfogliandosi al contatto con l’acqua, restituisce al mare. Un mare che racchiude nel suo volto i tesori della conoscenza e della scrittura, lasciandoli intravedere ad un animo che li voglia apprendere.
Leila Corsi (1961) vive a Pisa, dove ha studiato e si è laureata in Lettere Classiche. Insegna in un liceo scientifico della città e svolge attività di Supervisore di Tirocinio alla SSIS Toscana, presso l’Università di Pisa. È autrice di libri per la scuola e di studi sui linguaggi (M. Biagioni, F. Caprilli, L. Cepparone, L. Corsi, A. Pecoraro, Interpretare il mondo, Palumbo Editore, Palermo 2001), di saggi sulla scrittura (L. Corsi, A. Pecoraro, E. Virgili, Grammatica creativa, Sansoni, Milano 1998; L. Corsi, A. Pecoraro, E. Virgili, La scrittura tra creatività e grammatica, Sansoni, Milano 2002) e di articoli di didattica su riviste specializzate. Ama i libri, la pittura e i cartoni animati.
Quella mattina il cielo di Viareggio era chiazzato di nuvole.
Anzi, era una grossa nuvola gonfia, lacerata qua e là da qualche breve strappo da cui si intravedeva inchiostro nero nero. Sembrava che la città fosse stata avvolta da un morbido mantello di dalmata, come se anche il cielo avesse voluto indossare un costume, in quell'ultima domenica di Carnevale.
Erano accorsi a Viareggio bimbi da tutta Italia e guardavano preoccupati in alto, chiedendo e chiedendosi se sarebbe piovuto. "Ci sta che piova", diceva qualcuno. E allora i carri non sarebbero usciti, per la loro ultima sfilata, e i bimbi mascherati sarebbero tornati a casa stanchi e delusi. "No, non
pioverà, perché si sta alzando il vento", replicava invece qualcun altro, e finalmente si sarebbe decretato il carro vincitore, quello più bello, e tutti avrebbero fatto festa e baldoria fino a tardi, sotto una pioggia sì, ma di coriandoli.
Il vento, soffiando a squarciagola, metteva a dura prova la nuvola, che ormai non riusciva più a contenere i suoi strappi. Il nero del cielo aveva guadagnato qualche spazio, in un gioco di mosse reciproche alla costruzione di un'irregolare scacchiera.
Incertezza e trepidazione continuarono fino al pomeriggio, quando finalmente si decise di far uscire i carri. La Passeggiata di Viareggio era piena zeppa di gente, un mare ondeggiante di folla, colorata, chiassosa e spumeggiante. I carri cominciarono la loro festosa ultima processione, cercando di dare il meglio di se.
Il favorito, quell'anno, era "A-mare", un grande carro pieno di pesci e di creature del mare, di un mare pulito e trasparente, dove le uniche macchie scure erano le gocce di inchiostro spruzzate da una seppia dispettosa. Il carro era piaciuto a tutti, ma soprattutto ai bimbi, che sulle spalle dei genitori volevano seguirlo e toccarlo. Gran parte del lato destro era occupato da una ridente balenottera, così celeste che non poteva non chiamarsi Azzurra, la vera attrattiva del carro, un'opera d'arte, come disse qualcuno, un personaggio venuto bene, come affermarono i maestri che per mesi l'avevano plasmata, incollando carta su carta.
All'estremità destra della coda, la vernice aveva risparmiato un piccolo quadrato, non più grande di un francobollo.
Proprio non si notava e comunque avrebbe fatto pensare ad una dimenticanza. Ma non era così. Il costruttore di Azzurra, mentre maneggiava e preparava la carta, aveva notato, nel mucchio, una pagina, l'ultima pagina di un libro bellissimo, che in gioventù aveva molto amato.
Rammaricato della fine di un'opera tanto bella, appiccicò con cura alla coda di Azzurra il frammento del romanzo e ne isolò un'espressione, "Timshel!", che significa "Tu puoi!".
Fece questo non per scaramanzia, per augurarsi di vincere, ma per un gesto d'amore, di riconoscenza e di rispetto: il riconoscimento del valore anche di un brandello di ricordo.
Quella domenica di febbraio, quell'ultima domenica di Carnevale, in quell'ultima sfilata, gli occhi ridenti di Azzurra erano velati di tristezza. La nuvola del cielo, ormai tutto nero, aveva deciso di accoccolarsi sotto le sue lunghe ciglia bistrate. "Ma che sei triste?", le chiese la Piovra. "Sta per arrivare il momento che abbiamo sempre sognato e per il quale siamo state create. Il primo premio, gli applausi, la televisione..." E mentre parlava, sbracciando con i suoi tanti tentacoli, si protendeva, generosa, fuori dal carro, per poi ritirarsi e, ondeggiando, di nuovo offrirsi, come una vecchia attrice consumata che fa baciare i suoi mille anelli a una folla di ammiratori.
Azzurra non riusciva ad essere felice. Sognava il mare, quel mare che ora sapeva vicinissimo; ma che non poteva vedere: troppa gente, accalcata, le ondeggiava davanti.
Quando il congegno del carro la sollevava in alto, cercava un piccolo varco tra gli ingombranti cappelli e copricapo, ma inutilmente. Non percepiva neppure il rumore delle onde, perche gli altoparlanti sputavano fuori musiche e canti a tutto volume e la gente, per sentirsi, doveva parlare a voce alta.
Ma la conferma che il mare era là, a pochi metri dalla Passeggiata, l'aveva dall'odore, forte ed aspro, che il vento generoso le portava, insieme a qualche schizzo, che solo un cittadino poteva scambiare per pioggia, lanciando l'allarme:
"Piove?"
"Mi si stringe il cuore a pensare che forse oggi è l'ultimo giorno che son così vicino al mare, e nèmmeno lo posso vedere", disse sommessamente.
"Che cosa ti si stringe?", intervenne la Seppia dispettosa.
"Tu, il cuore, non ce l'hai e non sai neppure com'è fatto!"
"È vero, non lo so", rispose assorta, osservando malinconica la trina di rugiada su uno dei tentacoli della Piovra, "ma lo immagino. Me lo immagino come quella gocciolina, ecco, come una perlina, che quando sei felice brilla, e brilla forte, come al sole, e quando non lo sei è opaca, opacissima".
La Piovra rise sguaiata, seguita dal riso isterico della Seppia dispettosa e da quello a stento soffocato di un tonno gentile, che finse un attacco di tosse per il troppo vento. Solo un totanino non ci trovava proprio nulla da ridere, anzi, mentre Azzurra parlava, sentiva una perlina dentro di se accendersi e brillare, brillare forte, e questo anche quando la guardava o soltanto la pensava. Una sensazione inconfessabile, che non osava definire sentimento, nascosta per tutti quei mesi, in certi momenti tanto intensa da desiderare che lo dipingessero come pescato e fritto, così non si sarebbe notato il rossore di fuoco che il raggio della perlina incendiava sulla sua pelle.
La nuvola rimase accoccolata negli occhi di Azzurra per tutta la sfilata e le impedì di distinguere cose e persone. Macchie di colori, sagome indistinte le fluttuavano davanti, provocandole, con suo dispiacere, una sorta di mal di mare. L'euforia dei suoi compagni di carro non riuscì a coinvolgerla neppure quando tutti gli altoparlanti, all'unisono, urlarono che "A-mare" aveva vinto il primo premio a tutta la gente di Viareggio e poi, attraverso le telecamere, a tutte le famiglie che hanno la televisione. Una vera popolarità, guadagnata sul campo, come andava ripetendo la straripante Piovra.
Una vera sorpresa, in quanto non prevista, accadde però ad Azzurra. Fu scelta e staccata dal carro per essere esposta in piazza Mazzini, a due passi dal mare.
La nuova situazione la riempì di felicità. Poteva stare qualche giorno proprio sul mare, annusarlo, sognare che, forse in un'altra vita, avrebbe potuto sperimentare tutte quelle storie che aveva sentito raccontare mentre la costruivano: grandi fondali, pesci svariati e variopinti che a stento stavano nelle reti dei pescatori, spiagge, scogli, sole. Durante il giorno osservava il brulichio della Passeggiata di Viareggio. I bimbi salivano sul palco e le andavano vicino per toccarla. Lei doveva mostrarsi contenta e disponibile: in fondo era per loro se aveva vinto il primo premio e si trovava su quel palco.
Ma il momento più bèllo era alla sera, quando il sole scendeva e la gente tornava a casa: allora, nella pace, guardava il mare, pregustandosi la notte, in cui veramente poteva dirsi felice.
Dopo che i negozi avevano spento le luci delle vetrine e anche l'ultimo zelante barista aveva finalmente tirato giù la saracinesca, sola, sentiva che il mare era tutto suo. Nel buio a stento riusciva a distinguerlo dal cielo. Doveva fissare e, rifissare lo sguardo per deciderne il confine, che, non soddisfatta, ancora tornava a spostare.
Lo stesso era per le onde, che ora udiva distintamente, sia quando, grosse, abbaiavano alla spiaggia, che quando, con il mare calmo, si attorcigliavano per stendersi di nuovo, come un succedersi di tanti tappeti, nella vana ricerca di quello più adeguato. Tante volte immaginava che almeno una frangia arrivasse fino a solleticarla: poi si convinceva che era soltanto uno spruzzo, ma era contenta lo stesso. Cullata dalle onde si addormentava solo quando l'alba, con un gesso di luce, separava il mare dal cielo, la realtà e il sogno, dal loro effimero abbraccio.
Giunse l'ultimo giorno di esposizione e robusti operai sollevarono Azzurra per caricarla su un camioncino e portarla al capannone a riposare. La tristezza di Azzurra conobbe la disperazione; chiese al Cielo che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa. E qualcosa successe.
Iniziò a piovere. Un improvviso e fortissimo acquazzone si rovesciò su Viareggio.
Gli operai appoggiarono Azzurra sulla spiaggia e andarono a ripararsi sotto le cabine. Due si diressero al camion a prendere un telo di incerato, per proteggerla dall'acqua. Un tempaccio, una bufera d'acqua, di .vento, di sabbia. Azzurra capì che doveva sfruttare la situazione. Guardò il mare che, sempre più agitato, stava invadendo la spiaggia e sembrava invitarla. Cercò di sforzarsi, di partecipare almeno con l'intenzione. Un lampo illuminò la coda: "Timshel!".
Ecco un'onda più grande, l'aiuta. Azzurra si abbandona al risucchio, si lascia riavvolgere in quel grosso tappeto e per miracolo si trova nel mare.
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