"Ultimo saluto" di Angelo Cocozza, 2003

    

E' la mattina dell'ultimo dell'anno. Ho dormito più del solito. Non ho impegni per oggi. Non ho lavoro: pochi amici, pochi soldi. Poche speranze di trovare gli uni e gli altri. Le strade sono affollate di anime che vagano come in balia dell'oceano. Una campana a morto mi rinnova lo smarrimento che ho dentro. Tu mi chiedi cos'e' questa malinconia che sembra squarciare il cielo terso. Ti guardo e non ti rispondo.
Penso di fare un giro nei dintorni. Cambio idea. Meglio leggere qualcosa. Sbircio nella libreria senza trovare quello che cerco. Un raggio di sole attira la mia attenzione: poso lo sguardo sulla collina di fronte. Da bambino il suo verde custodiva i miei sogni e i miei pensieri; lo scempio edilizio me li ha presi entrambi.
Tento di recuperare senza successo il buonumore: penso che tuttavia mi rimane un ottimo stato di salute. Il problema al tendine del ginocchio destro e il mal di denti di questi giorni trasforma quest'ottimo in un discreto tentativo di allontanare la mia nube. Ad essa si uniscono le altre e con loro la mia anima. Piove.
Ti ricordi la prima notte che passammo insieme? Facevamo l'amore e fuori pioveva. E ogni volta che morivamo l'uno nell'altro guardavamo scivolare fuori i nostri sensi come le gocce d'acqua sui vetri. Sono vetri diversi questi attraverso i quali vedo passare un'ambulanza: allora riuscivo a specchiarmici - ora non più. Sono stanco. Le ali del pensiero non riescono a farmi volare.
E' l'ultima mattina del secolo. Mi sembra un buon motivo per non fare niente. Sento in sottofondo la radio accesa nell'altra stanza ma non riesce a tenermi compagnia. Ti cerco ma non ci sei. Sei uscita a fare la spesa. Sento il cuore battere forte. Mi e' tornata in mente quella volta sul traghetto al ritorno da Procida. Immaginavamo che il rosso plumbeo di quel tramonto fosse la porta d'accesso al paradiso.
Mi vesto e mi precipito fuori per seguirti. Per la fretta dimentico le chiavi. Accendo l'ennesima sigaretta e comincio a guardarmi intorno per vedere dove sei.
Entro nel mercatino rionale dove sei solita andare. All'entrata pedonale vengo risucchiato dal flusso di persone che mi trascina dal lato opposto a quello dove sono diretto. Sono confuso. La folla mi stordisce. Ad un tratto qualcuno mi prende per un braccio. E' un extra-comunitario di colore con un cappello da Babbo Natale. Mi chiama per nome e mi chiede come ho passato il Natale. Lo ringrazio e mento nell'affermare di averlo trascorso bene. Con sterile cortesia fingo di interessarmi di lui e gli chiedo la stessa cosa. Mi risponde che meglio non poteva andare. Mi saluta e spingendo il passeggino carico di articoli da mille entra in un negozio di scarpe.
Impiego tre secondi a realizzare cose che un attimo prima mi erano sfuggite. Ho parlato con molti di questi venditori ambulanti ma a nessuno ho detto il mio nome. Quell'uomo invece lo sapeva.
Ho pensato spesso al problema delle minoranze ma tranne qualche piccola offerta non ho mai pensato a portare un po' di conforto con la parola. Quell'uomo invece l'ha fatto. Si e' interessato del Natale di un borghese qualunque che come qualunque borghese e' responsabile del suo stato. Tento di capire. Entro nel negozio alla sua ricerca. Non lo trovo. Impossibile che sia uscito. L'avrei visto di certo.
In preda ad una strana frenesia comincio a chiedere per strada se qualcuno lo avesse visto. La maggior parte delle risposte è un no frettoloso. I soliti curiosi chiedono di saperne di più. Una voce accenna ad un furto. Si solleva un denso brusio. La folla si fa più compatta. L'agitazione cresce. Qualcuno punta il dito verso le bancarelle dei negri in fondo al mercato. In un attimo capisco cosa sta per accadere.
Comincio ad urlare a squarciagola la mia delusione e amarezza. Riesco ad attirare l'attenzione su di me. La folla mi guarda. Mi prendono per pazzo. L'assembramento si scioglie. Torno a cercarti. Guardo senza vedere. Non riesco a pensare ad altro che a quell'uomo, ai suoi pensieri e ai suoi desideri, al suo paese. Al viaggio che l'ha condotto qui e alla sua storia di uomo. E' l'ultima mattina del millennio. Cambio idea. Torno a cercare quel simpatico Babbo Natale. Ti lascio un messaggio in segreteria. Torno più tardi.
Con passo veloce comincio a girare tutto il quartiere. Con altrettante occhiate veloci all'interno dei negozi tento di individuarne la figura. Dopo un'ora di inutile ricerca entro in un bar a bere un caffè. Quando ne esco vado a sbattere contro uno di quei passeggini carichi di merce. Ho un sussulto. Penso sia il suo. Non lo vedo e attendo che si avvicini. Dalla focacceria lì vicino esce il proprietario che non é lui. Gli assomiglia. Gli chiedo se lo conosce. Ma con i pochi particolari che gli fornisco non riesce ad essermi d'aiuto. Continuo la mia ricerca.
Una fontana di razzi luminosi accesa da un venditore di fuochi d'artificio mi distoglie dalla ricerca. Guardo l'orologio: sono le tre.
E' l'ultimo pomeriggio dell'anno. Mi dirigo verso casa. So già cosa mi aspetta. Il solito sguardo di rimprovero per il pranzo saltato. Quando sei arrabbiata con me non parli. Mi guardi come per dirmi che sono pazzo. E' già la seconda volta oggi. Ho la bocca amara. Spezzo del pane e lo mangio senza sentirne il sapore. Lo accompagno con della ricotta: e' fresca, mi fa sentire meglio. La sensazione e' la stessa di quando da bambino andavo a trovare la nonna. Quel piccolo giardino davanti casa sua era l'ingresso nell'oasi delle dolcezze. Di lì a poco, secondo un rituale magico la nonna avrebbe aperto l'anta della credenza per estrarne la cioccolata e i biscotti più buoni del mondo. Era l'alba della mia vita, adesso sono a metà strada.
E' l'ultimo pomeriggio del secolo. Accendo la televisione. Il solito zapping dura il tempo di una sigaretta e un limoncello. Mentre sei al telefono per i soliti auguri di amici e parenti ne approfitto per farmi una doccia.
Quando esco dal bagno mi sdraio sul divano a leggere la vita del CHE. Un'altro Grande mi fa compagnia con la sua tromba: CHET. Sono le sei e ho finito le sigarette. Scendo a comprarle. Nel tabacchi prendo anche una scheda telefonica. Non devo telefonare a nessuno, ma può sempre servire. Al volo prendo l'autobus diretto in collina.
Le strade cominciano a svuotarsi. Su un cartellone pubblicitario e' scritto: ogni problema si risolve parlando. E se invece di parlare riflettessimo di più?
E' l'ultimo pomeriggio del millennio.Scendo alla prima fermata del centro commerciale. Sono qui e non devo comprare niente e anche se volessi non potrei perché i negozi stanno chiudendo. Entro in pasticceria per mangiare uno di quei babà giganti. Mi avvicino al tavolino per sedermi. Incrocio lo sguardo del cameriere. Sembra chiedermi quanto tempo mi trattenga, se e' opportuno farmi notare che fra poco si chiude.
E' l'ultima sera dell'anno. Il tempo di bere qualcosa e sono fuori. In strada non c'è un'anima. Poche auto e niente mezzi pubblici. Mi tocca tornare a piedi.
Faccio quattro chilometri prima di sedermi sulla panchina di fronte ad una delle tante terrazze panoramiche. Poco distante un ragazzo accende dei razzi. Li guardo svanire nel cielo tra i colori più belli. Vorrei sparire come loro, magari lanciato proprio da lì. La temperatura e' scesa. Comincio a sentire freddo. Riprendo la strada di casa. Una cabina telefonica mi ricorda che mi stai aspettando. Spero. Telefono ma non rispondi. Sarai dalla tua amica ad aspettare il nuovo anno. Non si può rimanere soli in una serata come questa.
E' l'ultima sera del secolo. A ridosso di un portico un barbone si prepara il giaciglio per la notte. Per lui è una sera come un'altra. Forse più rumorosa ma ugualmente fredda e lunga. Compro una bottiglia di spumante nell'unica enoteca ancora aperta. Gliela offro per il brindisi di mezzanotte.
Faccio qualche passo e sento il botto del tappo che salta. La sete non ha orario: lei non sa aspettare. Aspettare cosa poi. Il suo problema nel mondo non si risolverà certo con il nuovo anno. E poi ognuno fa come gli pare.
E' l'ultima sera del millennio. Sono a casa da solo. Sul tavolo il tuo biglietto mi dice di raggiungerti a casa di Carla. Tento di dare un senso a questa giornata o a questa vita. Accendo il computer. Il solito sistema di scrivere qualcosa per allontanare il magone non funziona. Non rileggo queste righe che ho scritto. Ho paura che possano farmi scoprire che ciò che penso sia vero.
E' mezzanotte. Penso alla terrazza di qualche ora fa: ma non sono fortunato nemmeno in questo. Devo accontentarmi di un modesto balcone. Va bene lo stesso. E' alto.


© Angelo Cocozza 2003-  Tutti i diritti riservati


 
 

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