La locanda dell'Altamura era un palazzotto signorile a due piani, di chiaro stile borbonico. Sulla porta d'ingresso svettava con evidenza una singolare insegna in ferro forgiata con arte: vi si notava immediatamente la figura di un falco circondata da fiori, e da bei decori che Manuel non riuscì però ad interpretare. Entrando percepì subito un buon profumo di cucina che attribuì in tutta certezza ad una zuppa con i fagioli. L'ingresso era caldo e accogliente. Il legno e la pietra vi dominavano con discrezione. Neanche una voce. Manuel bussò col palmo della mano sul campanello posto su un lucido piano di rovere dall'aspetto antico e robusto. Incorniciata, su una delle pareti, riconobbe immediatamente la stampa del lago di Scanno che già conosceva e che aveva avuto modo di ricordare durante il viaggio in corriera. Più a sinistra, appesa al muro, di fianco ad una morbida poltrona verde di pelle stinta, v'era una piccola e curiosa libreria in noce. Il corpo centrale con serrandina era disposto tra due lunghe mensole stondate; una ulteriore piccola mensola era collocata più in basso. L'intera composizione pareva sorretta da due grandi lettere G, anch'esse in legno di noce, disposte simmetricamente e realizzate a forma di serpente con testa di rapace. La serrandina aperta ne mostrava il contenuto. Tra gli altri, piccoli libri di storia naturale, caccia al lupo e uccellagione, e un minuscolo trattato francese settecentesco sull'usignolo. Su tutti, spiccavano, per la bella legatura in pelle o in pergamena, testi di Mantegazza e Virgilio, e dei conterranei abruzzesi Ovidio e D'Annunzio. Michele apparve. - Pensavo fosse scomparso anche lei, come tutti gli altri - esordì Manuel. - Non sia preoccupato per il suo servizio fotografico - rispose il locandiere con tranquillità - questa è l'ora dei vespri, e sono in pochi, di norma, a mancare all'appuntamento con la messa serale; gli altri si attardano in osteria o tornano a casa. D'altronde è ora di cena. A proposito, venga, le faccio preparare qualcosa. - La ringrazio Michele, ma sono troppo stanco anche per mangiare, preferisco andare a dormire. - L'accompagno in stanza, allora. I due salirono al primo piano, Michele aprì all'ospite la porta della camera; i suoi bagagli erano già
lì. Gli chiese se avesse bisogno di qualcosa, il giovane accennò una risposta negativa. Le auguro una buona notte - concluse l'uomo. - Buonanotte Michele. La stanza bianca e linda, riscaldata da una piccola stufa a legna, aveva il soffitto a volta.Il capace armadio, di abete ben lavorato, era disposto al fianco del comodo letto realizzato in semplice ferro battuto. Di fronte faceva bella mostra di sé un cassettone di indubbio valore, e c'era un minuscolo scrittoio vicino alla finestra; una finestra piccola e priva di scuri ma con una spessa tenda di cotone verde muschio.Il treppiede con brocca bacile salvietta e specchio, una stampa inglese di cavalli purosangue, un vecchio comodino restaurato, una piccola acquasantiera smaltata, un crocifisso ed un lume, completavano il modesto ma sereno arredamento di quella camera, addolcito dal profumo e dalla monocromia, appena variegata, del caldo pavimento in legno. Manuel profittò dell'acqua tiepida della brocca per rinfrescarsi. Poi, sotto gli scacchi bianchi e rossi della bella coperta in lana, si abbandonò all'effetto avvolgente della stanza. Spense il lume e s'addormentò profondamente.
© Gabriele Ciutti
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