Da "Io non ho che te" di Gabriele Ciutti

Gabriele Ciutti è nato nel 1959 ad Avezzano (AQ). Stimato fotografo ritrattista (alcune sue opere si conservano in musei, Istituzioni e collezioni private) si occupa soprattutto di creatività e regia. Ha ideato e diretto (in pellicola 35mm) numerosi importanti spot pubblicitari a diffusione nazionale (tra i quali "Infodrive" con Clay Regazzoni, Zanzariera Bazar, Prodotti Plastici Tontarelli, Farmaceutici Baurer) e a diffusione regionale (“Il pesciolino rosso” Campagna Raccolta Differenziata); sceneggiatore e regista di filmati istituzionali e industriali (tra essi “La Magia del Fare” per Regione Abruzzo; “Bicentenario Giacomo Leopardi” per Provincia di Macerata; “Sulle ali del Novecento” per Regione Campania). Innumerevoli i reportages e le campagne fotografiche. Per Rete 4 ha curato “Il berelegante” programma domenicale sui grandi vini d’Italia e gli Hotel di Charme. Appassionato naturalista e bibliofilo, colleziona libri antichi e rari di Storia Naturale. E’ legato alla bellezza e ai valori della terra d’Abruzzo da un amore profondo e sincero che traspare cristallino in ogni sua opera. In veste di Autore – Scrittore ha pubblicato nel 2003 il romanzo breve “La Presentosa” edito dalla prestigiosa “Casa Editrice Rocco Carabba” e, nel Dicembre dello stesso anno “Il calendario del barbiere”. Suoi articoli, poesie e saggi sono presenti anche in alcuni importanti siti web.


"... Per fortuna, Alice arrivò puntuale con la sua bicicletta all’appuntamento. Linda di sapone e una goccia di profumo, un filo civettuolo di matita agli occhi, golfino crema e gonna scura morbida alle caviglie, sopra le scarpe basse e nere.
“Allora, dove andiamo?” domandò nervosamente.
Lui stava per parlare…
“Muoviamoci da qui!” sollecitò lei, guardandosi intorno.
Pedalarono sotto la luna, discendendo la strada provinciale fino ad imboccare un viottolo disegnato tra alcune stalle e fienili. Attraversarono l’odore caldo delle bestie ruminanti sulla paglia e proseguirono per una stretta viuzza di terra battuta, infrascata tra biancospini e pruni selvatici.
“Perché non ci fermiamo?” disse lei, iniziando a intimorirsi.
“Hai paura?” chiese lui.
Lei mugugnò un poco, poi rispose sfrontata:
“No! …però non ci sono mai venuta qui di notte.”
“Ma non hai visto che notte luminosa?”
“E’ vero” disse allora lei spalancando gli occhi verdi, “si vede tutto chiaramente come se fossimo alla luce del giorno. La luna sembra una lampada gigantesca!”

Passarono attraverso un frutteto bianchissimo dall’odore che stordiva, e giunsero infine presso il fiume: in un posto conosciuto come la “macèra del buon pastore”.
Era questa una assai curiosa struttura di rocce, fabbricata in forma assolutamente rotonda su di un ampia radura pianeggiante. Un grande cerchio perfetto!
Le pietre, grigie e ben selezionate, formavano una lunga muraglia solidissima, alta non più di un metro. Con sapienza antica, quelle pietre erano state montate a secco per tutto il perimetro, incastrate una con l’altra di modo che il muro reggesse se stesso con il proprio peso.
Per anni e anni un uomo chiamato buon pastore aveva scelto in giro le pietre migliori che gli accadeva di trovare, caricandole sul carretto col cavallo e trasportandole fino a questo suo scampolo di terreno.
Martin e Alice lasciarono cadere a terra le biciclette e saltarono all’interno di quell’anfiteatro, ricadendo sopra un tappeto d’erba morbidissima. Si diressero verso il centro della macèra come attori all’ingresso in scena. E si misero a sedere sul prato.
“Da quanti anni non ci lasciano più le pecore a pascolare in questo grosso stazzo?” domandò lei.
“Che io sappia, qui non ci sono mai state” rispose lui. “Né pecore, né muli o cavalli.”
“E allora perché è stato costruito?” chiese lei stupita.
Lui ci pensò un momento. Forse voleva dirle…
“Non lo so” rispose. “C’è chi pensa ad un voto religioso, chi a misteriose faccende di magia… Io so solo che in certe notti, questo cerchio perfetto sembra corrispondere esattamente alla luna. Guarda!” disse, indicandole il cielo.
Sopra i loro occhi, la luna era ormai così prossima che pareva volesse scendere fino a terra. Si distesero sul prato asciutto, e il prodigioso chiarore s’avvicinò ancora di più. Adesso avevano quattro lune piene negli occhi, e un raggio di luce sbiancava le pietre lungo tutto il confine.
Un usignolo, nascosto nei cespugli che stavano tra la macèra ed il fiume, iniziò la sua melodia. Artista che ama la notte più d’ogni cosa, esso s’ascoltava da solo al mormorio dell’acqua.
I due ragazzi stavano con gli occhi puntati in aria.
“Che bella musica” sussurrò ammaliata Alice. “Che cos’è?”
“E’ la sirena dei boschi e del fiume” rispose lui. “E’ l’usignolo.”
“Li conosci tutti eh, poeta?” disse lei continuando a sorridere alla luna.
Egli annui. Poi aggiunse:
“Gli usignoli migliori, i veri maestri, scelgono questi luoghi per richiamare le femmine al loro arrivo dalla lunga migrazione. E nell’attesa dedicano al fiume la loro preziosa sinfonia.”
Lei si voltò verso di lui, cercandone gli occhi.
“E’ per questo che mi hai portata in questo posto?” disse. “Vuoi fermare il mio volo qui con te?”
Martin glieli fece trovare gli occhi; ma non seppe rispondere.
Allora Alice si girò su un fianco e si rotolò sopra di lui. A baciarlo.
Poi tirò su la schiena.
E poi la gonna.
Per fargli l’amore.
Silenziosamente.

L’usignolo magnificava la voluttà della primavera.
Alice diventò di luna.  ..."


 

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