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Quando, tre anni or sono, Mr. John Ronald Reuel Tolkien - distinto gentleman dal nome lungo e dinoccolato - bussò alla porta della stanza di mio figlio, portandosi appresso un’intera Contea di strani personaggi che sentii chiamare Gandalf, Gollum, Aragorn, Padron Frodo...e stravaganze simili, Emanuele lo accolse con gioia: senza curarsi minimamente del fatto che quell’uomo, il professor Tolkien appunto, fosse morto trent’anni prima.
Lasciò entrare tutti in casa, nessuno escluso; persino certi odiosi abitanti delle terre del Male. Direi anzi che riservò a questi ultimi (con mia non lieve apprensione) un occhio di riguardo: soprattutto, devo dire, ad un oscuro e intrattabile signore: tale Sauron.
Ma i gusti non si discutono! soprattutto quelli dei bambini di nove anni.
Da allora ho visto nascere in lui una passione nuova, l’ho vista crescere e talvolta bisticciarsi con l’altra sua grande passione: quella per il celebre maghetto inglese (in vero mai dimenticato del tutto). Litigi di poco conto, intendiamoci, piccole gelosie: "Quel drago l’ho inventato io... Il mio troll è di caverna; il tuo ha le braccia troppo corte..." Cose del genere! Questioni poco comprensibili ai sensi di un adulto affaccendato.
La "Compagnia" cinematografica ha portato con sé tutto questo, e insieme a lei sono arrivati i libri. Dapprima uno "Hobbit" di circa 300 pagine, poi il monumentale "Signore", e il "Silmarillion", ed altri ancora. A dieci anni, il mio tesoro, li ha letti tutti, in poche settimane, come fossero bigliettini dei Baci Perugina: una pagina tira l’altra. Soltanto al Silmarillion (una sorta di Codice Benedettino indecifrabile dalla quasi totalità del genere umano) ho notato un indubitabile e pur comprensibile rallentamento dell’avanzata del segnalibro.
A ulterior decoro del mio giovane Guglielmo da Baskerville, va anche riferito che egli mantiene tutti codesti tomi, siccome reliquie.
Appena dopo la visione delle "Due Torri" e della grande battaglia del "Fosso", abbiamo ritenuto necessario dotarci di poderosi eserciti in miniatura di guerrieri in plastica e metallo, per non trovarci impreparati allo storico evento previsto per il Natale successivo: "Il ritorno del Re"!
Più esattamente, mentre io mi sarei allenato, dopo cena, a dipingere microscopici arcieri, nani barbuti e orripilanti orchi, da ingentilire con della speciale erbetta sintetica che va incollata sulle loro basi di sostegno, lui si sarebbe preoccupato di studiare strategie, di cercare nuovi adepti tra i banchi di scuola, e soprattutto di procurare ogni tipologia di materiale idoneo alla realizzazione dei più diversi scenari di battaglia.
In breve, le stanze di casa, corridoio incluso, furono empìte di miriadi di sassi multiformi e rocce spugnose, di tanti muschi che pure in estate sembrava già il tempo del presepe, e di estensioni di polistirolo sufficienti ad isolare un mini appartamento. Io intanto, a quarant’anni suonati, con la televisione in sottofondo, incollavo l’erbetta ai piedi di: Pipino, Bilbo il Munifico e Dain figlio di Nain.
E siamo finalmente giunti al giorno del gran "Ritorno".
Data la lunghezza della proiezione, ci premuniamo entrambi, padre e figlio, di bastanti vettovaglie. Tanta gente al multisala, ottimo posto, ultima fila. Si spengono le luci. Si accende la favola del cinema. Che comincia subito male: due fratelli amici, in barca, gettano lenza in un quieto stagno; ma quello che pescano è un odio feroce. Uno dei due, il più crudele, lo conosciamo già. E’ lui! La "creatura"!
Padron Frodo avanza impavido, e Sam è insieme a lui. La bella principessa dagli occhi di mare e le orecchie di leprotto forse non morirà; il viscido e stupefacente Gollum dalla doppia vita, intanto, tesse infidamente la sua tela. I prodi avanzano: s’accendano i fuochi! Ci sarà battaglia mai vista alla Città dei re. Sappiamo già (lui, lo sa già) com’è che andrà a finire. Lo sanno "quasi" tutti in quella sala. Ma ci saranno eroi inattesi, nuove trovate cinematografiche spettacolari, e nuovi mostri, e gli Olifanti...
Seguivo tutto questo con sincera meraviglia. E intanto guardavo lui: il mio cucciolo stratega. Avanzava con loro, ne studiava le mosse, stringeva i pugni a confermare attacchi o ribellioni. "Guarda, guarda!" mi invitava, orgoglioso di sapere già. "Guarda adesso che succede, eh!"
E intanto che le immagini scorrevano, m’andavo sempre più capacitando che per lui, così come per una marea infinita di persone, in tutto il mondo, s’avvicinava, con la fine del film, il termine di un sogno. Compresi che per tutti i veri appassionati, i mesi trascorsi nell’attesa di ognuno dei tre capitoli annuali di quello straordinario romanzo filmato erano stati pieni, ogni giorno, di ipotesi da formulare e discutere con coloro che condividono questo "antico" e nobile amore. Ogni giorno di attesa s’era andato colmando della speranza, della certezza, di veder rivivere sullo schermo qualcosa che tutti essi avevano già vissuto, grazie all’indescrivibile incantesimo celato tra le pagine di quei libri. Sembrerà inaudito, ma credo che se quella già lunghissima bobina del film fosse andata avanti per ulteriori quattro, cinque ore; per molti, forse, sarebbe stato ancora poco.
E adesso? Adesso che è finito, che succede? Qualcuno spera già nello Hobbit, in Balin, in Thorin Scudodiquercia, in un’altra epocale battaglia tra i cinque eserciti di elfi, uomini, nani, orchetti e mannari selvaggi… e poi? Risuscitare altre vecchie favole e leggende, certo si può! Ma "Il Signore degli Anelli", al pari della "Vulgata" di Uther Pendragon e di suo figlio Artù, è più di una leggenda: è un Mito, un Sogno. Un sogno di purezza e libertà: come l’infanzia.
Al termine del film credetti infatti (da esperto ammetto soltanto di pittura ai modellini -questa sì!-) d’intravedere certe cose nel finale: degli elementi di cui, in macchina, durante il nostro ritorno a casa, misi al corrente il mio "studioso".
"Credo" – gli dissi, con la dovuta cautela – "che quando re Aragorn ha invitato i piccoli e coraggiosi hobbit a non inchinarsi mai, egli abbia voluto dire che i sogni dei fanciulli (e gli hobbit - non ditemi che non ho capito neanche questo - sono bambini) non devono piegarsi davanti a niente e a nessuno, e meritano il rispetto di tutti. Credo, inoltre, che Frodo e Sam siano... la stessa persona!"
A questa mia inaudita affermazione, egli fece una smorfia curiosa, come dire...
Non saprei dire cosa esattamente gli passò per la mente, ma sono certo che non era cosa che un ragazzino possa dire tranquillamente ad un adulto. Comunque mi permise di continuare:
"Nelle ultime sequenze, Sam accompagna Frodo alla partenza per il suo ultimo viaggio; trovano Gandalf, il traghettatore, che porterà Frodo e il suo spirito indomito, verso un meritato riposo, verso un tramonto bellissimo, pieno d’oro. Sam piange, perché non vuole perdere Padron Frodo, ma questi lo rassicura e gli dice qualcosa del tipo: - Non puoi vivere sempre una vita a metà.
Sam allora torna a casa, rasserenato. Troverà la sua vita da adulto, sua moglie, i figli; diventerà persino sindaco; diventerà… un uomo.
Forse, lasciando andar via Frodo, Sam accetta di perdere la sua età bambina e di entrare nel mondo degli adulti. Soltanto Gandalf il Bianco però, poteva portarlo via: Gandalf, secondo me, è qualcosa di più della Magia..."
Mi stavo infilando con accortezza nella fila usuale del traffico serale cittadino, ma con la coda dell’occhio scorgevo che, compunto, egli m’ascoltava seriamente.
"Gandalf" rispresi "è il Tempo, e la Saggezza. Chissà? magari Gandalf rappresenta l’idea del Padre: un padre che c’è, anche quando ti sembra lontano, e che, quando tutto appare perduto, arriva a indicarti la rotta giusta da seguire. Perché l’anello del Male, che sembra distrutto definitivamente nelle fiamme, è sempre in agguato, e anche il vecchio Bilbo, ormai rassegnato al distacco terreno, non avrebbe disdegnato di indossarlo, ancora una volta."
Emanuele ha ascoltato la mia strampalata tesi con rispetto (d’altronde l’avevo portato al cinema, e continuo, ancora oggi, a dipingergli modellini), ma alla fine mi ha fatto capire, gentilmente e con acute obiezioni, di non credere assolutamente che sia andata in questo modo.
Che devo dire? Il suo diplomatico spirito critico non può che rallegrarmi. So bene che le chiavi di lettura del bellissimo film di Jakson e ancor più del capolavoro di Tolkien sono infinitamente più profonde e complesse delle mie, e so anche che quelli come lui (i veri abitanti della Collina), si pregiano di "un’amicizia molto intima con la terra", e alle ipotesi e le supposizioni di coloro che, come me, appartengono a "razze ben più grandi e goffe", resistono "come radici di alberi secolari" e sanno rispondere con parole "dolci come il miele".
E poi, in fondo, che cosa gli costa, lasciarmi convinto che la storia dell’ "Anello" sia finita davvero così?
Alcune settimane sono trascorse da quel pomeriggio al cinema. Stanotte gli Oscar fioccheranno splendidi e lievi sulla Terra di Mezzo: come i petali di neve che imbiancano la nostra contea.
E mentre mia moglie si prodiga nel tener viva la piacevole fiamma del camino, io mi diletto a tinteggiare, sul tavolo della cucina, gli ultimi orchetti ancora intonsi. Il mio ragazzo, intanto, col "Libro" aperto tra le mani, sdraiato su due sedie s’addormenta.
E ad occhi chiusi fantastica battaglie.
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