"Gli angoli di Livorno" di Alessandro Cinelli

Livorno vive negli angoli.
Ci sono città che esistono negli spazi. Grandi spazi aperti che sono la città. Altre vivono nella gente che le abita. Alcune non vivono.
Livorno vive negli angoli, dicevo.
Perché sono gli angoli la parte più significativa. Quando batte il libeccio è lì che si ritrovano gli ubriachi. Negli angoli. Ne ricordo uno, sotto una volta, accanto al fosso. Superata la volta si arriva fino all’acqua.
Lì stava sempre Carlino, il pittore. Quando le giornate erano grigie, oppure pioveva, lo trovavi sotto, al riparo. Ma quando tornava il sole, magari con il vento che spazzava il cielo disegnando lunghe strisce con le nuvole svuotate dell’acqua, tirava fuori la testa, come una tartaruga. E raggiungeva il suo angolo.
Carlino il pittore, era stato un pittore, anni addietro. Ormai era solo Carlino. Ma questo lui non lo sapeva. E anche noi fingevamo di non saperlo.
Stava nel suo angolo, con una bottiglia in mano e un pacchetto di sigarette in tasca. E guardava davanti. Quando qualcuno gli chiedeva cosa facesse seduto per terra, lui neanche rispondeva. Ma alcuni di noi, quelli che dividevano il vino con lui, sapevano che stava lì per capirlo quell’angolo. Diceva che soltanto quando l’avesse capito avrebbe potuto dipingerlo.
Un pomeriggio di un giovedì troppo bello per lasciarsi rinchiudere in casa, mi ritrovai a camminare per la mia città. Passai a prendere Alberto, ci procurammo due bottiglie di vino cattivo che, all’epoca, era l’unico che ci potevamo permettere e ci incamminammo verso il nostro angolo, al porto.
Era un angolo poco frequentato allora. Dietro la spalletta del ponte che porta all’imbarco traghetti. Seduti per terra passavamo le ore a guardare i pescherecci che, nonostante fossero gli stessi da sempre, ogni volta ci rivelavano qualcosa di nuovo. Stavamo lì a bere e parlare. A raccontarci di come avremmo cambiato il mondo. Livorno, dicevo, vive negli angoli.
Quel giorno, seduti dietro la spalletta ci ritrovammo a parlare di Carlino. Era da un po’ che non batteva pari. Non aveva mai un soldo, stava rintanato in casa per giorni interi. Quando lo incontravi, in qualche angolo, ti salutava a malapena. Proprio lui, che aveva sempre attaccato bottoni giganteschi.
Invece di cambiare il mondo, quel giovedì, decidemmo di andare a cercare Carlino. Avevamo ancora una bottiglia. Lui ne sarebbe stato felice.
Arrivammo alla volta e passammo sotto. Quel pomeriggio era così bello da farci sentire in colpa. Avemmo tutti e due la sensazione che qualcosa non andasse. Ma niente ci avrebbe potuto preparare a quello che stavamo per vedere: Carlino il pittore stava lì, davanti a un cavalletto con tela, tutti i colori nella cassetta e il pennello in mano. Carlino stava dipingendo il suo angolo. E lo stava facendo da Dio. Le crepe del muro di fronte, dalla parte opposta del fosso, nel dipinto parevano contenere segreti accessibili solo a chi avesse capito quell’angolo. E Carlino l’aveva capito. Provò anche a spiegarcelo, quel giorno. Bevemmo la bottiglia insieme, fumammo un po’. Poi lo salutammo. Doveva continuare, ci disse.
Lasciando quel particolare angolo, quel giorno, ci sentimmo felici. Così felici da decidere di comprare altro vino cattivo. Bevemmo tutto il pomeriggio. E tutta la sera. E tutta la notte.
Se passate di là, ancora oggi, troverete il cavalletto e i colori. Ma non troverete Carlino. Da quel giorno non lo vedemmo più. Il quadro è stato lasciato a metà. E ora sta appeso in casa mia. In un angolo.
A noi piace pensare che lui sia partito alla ricerca di un nuovo angolo da capire. Con tanto vino e tante sigarette dietro. Perché capire un angolo è un lavoro lungo. Livorno, come dicevo, vive negli angoli.


© 
Alessandro Cinelli - 2002
 


 

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