"Io, macchina" di Marco Cavicchioli

 

Eoni. Ere. Trilioni di anni fa.
Un essere intelligente popola un pianeta sull’orlo della crisi ecologica.
La gente muore ustionata dai raggi gamma.
L’aria carica di tossine volatili penetra nei polmoni e li corrode.
Il cibo contaminato corruga la superficie interna dell’intestino fino a farla accartocciare su se stessa.
L’acqua inquinata imbeve di molecole nocive le mucose gastriche che si ritirano.
“E’ giunto il tempo di morire.” L’essere intelligente si appresta a lasciare il pianeta. Definitivamente.
Ma vuole lasciare un segno, vuole farsi ricordare dai posteri. Sente la profonda necessità di riscattarsi, di cancellare con un ultimo unico colpo di spugna ben assestato la sua massacrante presenza sul pianeta. E’ deciso a fare l’ultima buona azione, prima di andare a dormire. Per sempre.
Il mio corpo funziona perfettamente. Mangio e lui assimila. Respiro e lui assorbe ossigeno. Muovo una gamba e lui brucia le calorie necessarie a farla muovere. Mi ammalo e lui guarisce. Ho bisogno di una soluzione e lui pensa. Mi tocchi e lui prova piacere.
Non ho la più pallida idea di come faccia. Non mi hanno nemmeno dato il libretto di istruzioni: lui, e solo lui, sa cosa deve fare. E la fa.
Ignoro completamente quali siano i processi biologici che mi mantengono in vita. Ma lui li conosce alla perfezione, li ha innati in memoria, non se li è nemmeno fatti spiegare da qualche scienziato. Il mio corpo ne sa più della Montalcini, ma non ha mai dovuto imparare nulla. Il mio corpo è perfetto.
La fine sta per arrivare, ha già suonato alla porta. Il campanello è l’ultimo avviso: il giorno della partenza è finalmente arrivato. Sono gli ultimi secondi, è la scena finale, l’addio. The End. Ed è ora di donare al mondo l’ultimo prodotto della propria intelligenza. L’essere che ha distrutto il pianeta che lo aveva compassionevolmente ospitato sta ora per uscire di scena. Entrare nell’oblio della tomba. E non c’è nessuno a cantarne l’epitaffio. Ma ha in serbo l’ultima arma, l’ultimo tentativo di dare un senso alla sua triste e disperata esistenza. La macchina biologica è pronta: basta girare l’interruttore e….
Mia madre mi ha partorito. Sono sangue del suo sangue, carne della sua carne. E mia nonna ha partorito mia madre. Sono carne della stessa carne. E mia nonna è stata partorita, così come sua madre e sua nonna. E, tanto tanto tempo fa, qualcuno deve aver partorito la donna primogenita da cui è nata la mia stirpe.
Il corpo di mia madre è perfetto. Come il mio. Come quello di mia nonna, di sua madre, di sua nonna, e della donna che ha partorito la prima figlia della mia stirpe.
Nessuno di noi ha mai saputo come funzionava il nostro corpo, ma tutti hanno sempre avuto l’impressione che fosse SEMPLICEMENTE perfetto. Dalla notte dei tempi, da quando l’uomo è comparso su questo pianeta i nostri corpi sono sempre stati perfetti. Nessun uomo sulla faccia della Terra ha mai saputo come funzionassero, ma i loro corpi hanno sempre funzionato alla perfezione. Inconsapevolmente.
La macchina biologica è l’unica eredità che l’essere intelligente è stato in grado di donare al mondo che aveva distrutto. È il pagamento dei danni, è il dazio per poter accedere all’aldilà. È l’ultima, l’unica cosa buona che ha fatto. La macchina biologica è perfetta. La macchina biologica funziona da sola: una volta girato l’interruttore parte e non si ferma più. La macchina biologica è SEMPLICMENTE perfetta.
Il mio corpo funziona da solo. Il nostro corpo funziona da solo. Il corpo di tutti gli esseri umani ha sempre funzionato da solo. Come un orologio svizzero di cui si sia perso il libretto di istruzioni.
Gli orologiai, ora, se ne sono andati. E si sono portati con sé il libretto di istruzioni della macchina biologica. Se ne sono dovuti andare perché capaci solo di distruggere. Abbattere. Rovinare. Uccidere.
Ma gli orologi sono rimasti. Senza libretto, ma perfettamente funzionanti. Speriamo che non siano solo capaci di distruggere, abbattere, rovinare. Uccidere.


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