I vincitori de "Il corto de Il Cavedio": "La lunga veglia" di Federico Scrimaglio


L’hanno chiamata Sara il giorno della confermazione. Stesa col volto contro il pavimento freddo , come le altre sorelle. Sara senza l’acca, perchè per un caso del destino il suo nome d’origine era quello. Aveva quindici anni e i suoi genitori l’avevano mandata, su consiglio del parrocco, a studiare in un convento molto lontano da casa. Non che fosse particolarmente portata ma per la campagna non andava affatto bene. Non le potevi affidare un peso che fosse uno. Si stancava facilmente. Così aveva seguito tutto il corso di studi e di preghiere imparando anche – segreti tramandati da suore più anziane –qualcosa sul suo corpo femminile. Andava forte coi numeri, le riusciva facile imparare a memoria le tabelline. Allora la mandarono a studiare ragioneria e poco dopo la confermazione si diplomò. Ci voleva una suora che sapesse far i conti . E Dio? Dio era sempre stato in un angolo misterioso dell’universo da cui ogni tanto si affacciava per rimproverare gli uomini. Adesso ha settantotto anni e due occhi chiari, quasi diafani dietro le spesse lenti di vetro. Attraversa i lunghi corridoi silenziosi e freddi cercando di tenere a mente i calcoli che le sfuggono a ogni passo. Sfila una dopo l’altra le perline del rosario come fossero un pallottoliere. Dovrà pensare a istruire una di quelle nuove. La sua cella è piccola, con un tavolino di legno vecchio e una sedia malmessa. Le pareti sono spoglie tranne per una immaginetta della Madonna col Bambino in grembo e una cartolina del suo paese natale. A lei piaceva molto: si ricorda quando andava al mare, d’estate, a vedere i pescatori stesi al sole nell’attesa. Si divertiva a contare ogni cestello : qua due, là tre , qua nessuno, lì appena uno. Ricordi che tiene per sè. Nel convento non si parla molto , del passato poi …lasciamolo al mondo. A pranzo si riuniscono intorno alla lunga tavolata mentre una delle sorelle a turno legge il vangelo e dopo si ritirano fino al primo pomeriggio. Lei e Suor Anna, la cuoca, si concedono un caffè e , la domenica soltanto, un dolcetto. Suor Anna è secca come un fuscello e sempre molto allegra. L’ha trovata subito simpatica e , anche se una simile espressione può sembrare fuori luogo, la considera la sua migliore amica. Non si fanno distinzioni tra il gregge del Signore. Ma l’amicizia è l’amicizia. Per questo proprio a lei ha raccontato il suo segreto. E Suor Anna l’ha raccontato alle altre cuoche: non per spettegolare ma ce ne vuole a cucinare e il tempo s’inganna tra una chiacchera e l’altra. Suor Sara le ha mai detto di non riferirlo in giro? Ed è una cosa simpatica. Non tanto per la madre superiora che quando capita lancia delle frecciatine alla sorella “fantasiosa” , come sotto sotto la chiamano in convento , mentre controllano insieme i conti di fine mese. Suor Sara non lasciar andare a briglia sciolta la fantasia, stai attenta…dice sempre. A Suor Sara però non dispiace. Anzi, prova una certa soddisfazione ad essere guardata in modo diverso. Comunque, fin da piccola, quando ne parlava ai suoi genitori, si era resa conto che poteva sembrare davvero una sua fantasia.Sapeva che non era così. Bisognava comprenderli. Per lei è qualcosa di reale che si porta dentro da quando aveva tre anni. L’altro giorno il simpatico signore del negozietto dove si trova di tutto le ha regalato una scatola piena di candele colorate e profumate. Ne aveva presa una o due tempo fa per concedersi un piccolo lusso, e il signore intuendo che le piacevano ha voluto farle un regalo. La scatola la tiene sotto il letto. Sembra egoista ma è a fin di bene, come dice tra sé e sé , quando a tavola scruta le sorelle e capisce che pure loro hanno dei segreti , piccoli o grandi, nascosti nelle celle o chissà dove. Quando viene notte e si ritira dopo la funzione serale, chiude la porta della cella. Si sveste e ripiega il vestito sulla sedia malmessa, dice una veloce preghiera , socchiude la porta della finestra per lasciar entrare l’aria. Tira fuori la scatola con le candele , ne sceglie una: un colore diverso a seconda dell’umore. Prende della carta stagnola che ha formato a mò di piattino per non far colare la cera sul tavolo, dei fiammiferi in una scatola rettangolare – i “prosperi”, quelli grandi da cucina- e accende la candela. La fiamma prende vita e l’odore si sparge intorno. Fa colare della cera sulla carta stagnola per fissarla. Alle nove si spengono le luci. Rimane solo il bagliore della candela. S’infila sotto le coperte e guarda fuori dalla finestra. E’ bello , la candela resterà accesa tutta la notte fino a consumarsi. Magari questa volta tornerà, l’Angelo. Lo aspetta da sempre. Per lui tiene una candela accesa ogni notte e rimane sveglia. Almeno fino a quando può. Ma anche se dorme è sempre vigile. Chissà che stanotte non le faccia una visita. Come quand’era bambina… Accadeva quando camminava di sera tra gli ulivi e sentiva distintamente il rumore che facevano i suoi piedi nudi sul manto di sterpaglie; ascoltava il fruscio solitario di qualche serpe. Incontrava sempre un uomo che stava seduto , vicino a un pozzo, assorto nei suoi pensieri. Era vestito con una camicia a righe e un gilet scuro. Teneva in mano un bastone di faggio lavorato con una impugnatura che si richiudeva sopra le dita della mano e in testa calcava una scoppoletta. Aveva il volto segnato da due lunghe rughe che gli attraversavano entrambe le guance. Quando sorrideva , il suo sorriso sembrava non aver confini , tanto era grande. Due occhi vivi e intelligenti esprimevano bontà infinita nello sguardo. Gli chiedeva sempre dell’acqua. Lei tirava giù il secchio attaccato alla carrucola e lo sentiva cigolare fino al tuffo del legno nell’acqua fredda. Allora lo faceva risalire e l’uomo prendeva l’acqua dalle mani a coppa. Buona! diceva . Ed era davvero buona e fresca. Lo vedeva sempre verso quell’ora. Non sapeva chi fosse. In paese non s’era mai visto. La sua presenza avvolgeva quel fazzoletto di terra di una luce radiosa. Lentamente, il sole si tingeva di rosso. Lui la invitava a tornare a casa. Perché di notte, da queste parti, per una bimba piccola non si sa mai… L’accompagnava per un pezzo di strada. La salutava e la seguiva con lo sguardo, appoggiato sul bastone tanto leggero e incredibilmente robusto da sopportare il suo peso. Sentiva quegli occhi sulle sue spalle come una protezione lungo il cammino. Si guardava indietro, sul confine dell’uliveto, col sole già basso all’orizzonte; l’uomo era scomparso. Come ti chiami? Osò chiedergli una volta. Angelo … Angelo … ricorda Suor Sara mentre il sonno la culla. La fioca luce della candela oscilla per un soffio di vento. Angelo… sussurra, quasi fosse una parola magica. Il caldo torna con l’estate. Angelo… si addormenta . Lo sognerà ancora. Doveva essere una brava persona. Era gentile con lei… A mezzanotte si sveglia. La fiamma della candela è spenta. Qualcosa nella stanza. Sul davanzale delle finestra due piccoli occhi luminosi la scrutano. Si muovono nel buio. Ha paura e si alza invocando il primo santo che le viene in mente. Un rapido batter d’ali. Afferra la scatola dei fiammiferi , ne sfrega uno e s’illumina un poco la cella. Riaccende la candela. Fuori, un piccione dondola sul davanzale. Sorride per lo spavento. Socchiude la finestra. C’è un bicchiere d’acqua sul comodino. La notte le capita di svegliarsi con la gola secca. Beve un sorso e si rimette a letto. …Quella volta era morto un fattore loro vicino. Gran bracciante con la schiena oramai a pezzi. Era rimasto solo. Non era tanto vecchio , andava per i sessanta. Aveva una stazza enorme e gli piaceva bere ; giocare a carte dopo pranzo e fare all’amore ogni tanto, quando capitava. Tutti erano riuniti nella stanza del morto a recitare il rosario davanti alla salma, composta alle bell’e meglio coi poveri vestiti rappezzati quando, dalla finestra, lo vide passare davanti al lampioncino a olio, sotto le scale, in compagnia di Angelo. Sembravano essere buoni amici e camminavano fianco a fianco. Andavano verso la campagna. In cielo una sfumatura di celeste accompagnava il calar della sera. Lei osservava la scena. Indossava la veste di cotone lunga fino alle caviglie ch’era stata di sua nonna e di altre nonne per generazioni. Alzò la mano per salutarlo. Era simpatico quell’omone coi suoi baffoni argentati e il viso paonazzo. L’uomo si voltò, le sorrise e alzò la mano in segno di risposta. Una mano grossa come una vanga. Anche Angelo si girò. Aveva il viso pieno di gioia. Scomparvero tra gli ulivi. Si sveglia con un sospiro. Che ore saranno? Le quattro o le cinque, forse : manca molto all’alba? E alla preghiera del mattutino? Sente dei passi fuori dalla porta. Suor Anna starà andando per la preghiera. E’ sempre la prima a svegliarsi. Può essere qualcun altro? Si alza a fatica. Controlla sull’orologio nel cassettino. Le quattro meno un quarto. Ah! presto… Ancora dei passi. Distanti però. Certo, una sorella che avrà bisogno del bagno. Sorride. Che vado a pensare! La candela è di nuovo spenta. La riaccende con l’ennesimo fiammifero. Se va avanti così finisce che li consuma tutti. Ne restano pochi. Alla finestra, il piccione è volato via. In lontananza si sente come un rombo che attraversa il cielo. Annuncia l’alba. Torna a letto ma la curiosità la vince. Apre la porta della stanza. Nessuno in corridoio. Dei passi : hanno la stessa cadenza. Oh Dio! Fa il segno della croce, richiude la porta e si nasconde sotto le coperte, come da piccola. Il pastore se la vide passare davanti di corsa gridando Angelo! Angelo dove sei? Portava le capre al pascolo sulla collinetta sopra la casa di Sarah quando lei gli sfrecciò accanto come un osannata. Da lì nacque la storia che Sarah era matta e diceva di vedere il suo Angelo. In paese era un motivo d’ironia bonaria: nessuno stava a chiedersi seriamente se fosse una faccenda vera o no. Figuriamoci!. All’inizio a Sarah dava fastidio questo modo di scherzare su di lei; poi ci fece l’abitudine e alla fine, una volta cresciuta e quasi suora, si divertiva, venendo a trovare i genitori, a ricordare quella vecchia storia. Quel giorno però era davvero triste. Da una settimana Angelo non si faceva vedere e non sarebbe più tornato. Poteva almeno avvertire! Era sempre lì ad attenderlo alla stessa ora , sul far della sera, con secchio e carrucola pronti e di lui nessuna traccia. Era triste ma subito si consolò ricordando tutte le volte che l’aveva incontrato. Sperava di rivederlo un giorno o di incontrare ancora una persona buona come lui. Quando morì suo padre sentì parlare da una vecchia parente, una zia quasi centenaria, di un certo cugino Angelo partito per chissà quale remoto paese in cerca di lavoro e mai tornato. Aveva l’età di suo padre. La zia ricordava ch’era un bimbo molto simpatico e che, da piccoli, la faceva sempre divertire coi suoi giochi. Legava una corda sospesa tra due rami e faceva il funambolo tenendosi in equilibrio con un bastone di legno. Era molto bravo. Se ne andò che aveva appena dieci o dodici anni. C’è una sua fotografia? Domandò Suor Sara. Certo, rispose la vecchia parente con una luce negli occhi appannati. Accompagnami a casa. La foto era attaccata sopra la specchiera della camera da letto. Era un ritratto familiare dei primi del secolo: una famiglia di contadini, vestiti con gli abiti migliori e assai numerosa, dagli adulti fino ai piccolini in braccio alle mamme. Ecco Angelo, indicò la zia con uno sforzo della mano tremante. Il ragazzo sorrideva con una fisarmonica in mano; stava vicino al padre, composto e dallo sguardo concentrato sull’obiettivo. Il sorriso di Angelo è sincero, non di circostanza o titubante come quello degli altri: arriva dritto al fotografo e lo supera nel tempo. Fatidica domanda al ritorno nel convento , tra il sobbalzare del bus sulle cunette dell’erta: era lui? E nessuno sapeva ch’era tornato? Forse voleva fare amicizia solo con lei , così piccolina. Far divertire ancora una bambina, come la vecchia zia. Chissà… Un raggio dell’aurora le illumina un occhio. Sente il caldo sulla palpebra. Vede la fenditura di luce disegnare delle nette linee dorate sulle pareti spoglie della stanza. Finalmente! Che ore sono? Si alza subito e comincia a prepararsi. Controlla l’orologio nel cassetto . Le cinque e trenta. Deve fare in fretta. La candela si è tutta consumata e la cera si è sciola sul tavolo. Che guaio! Beh, ci penserà dopo. Spalanca le ante della finestra. Sarà una bella giornata: sente il cinguettìo degli uccelli e aspira l’aria fresca a pieni polmoni. E’ un po’ stanca ma avrà modo di riposarsi. Si veste veloce e preso il breviario esce richiudendo la porta dietro di sé. Strano che nessun’altra sorella sia in giro. Forsè è così in ritardo che sono già tutte riunite nella cappella. Pensa che figura! Sarebbe il primo ritardo del genere nella sua vita. Deve affrettarsi anche se le sue gambe non possiedono più molto vigore. Scende le scale, una dopo l’altra , in rapida e rischiosa successione. Attraversa il lungo corridoio, irrorato dalla luce dell’alba. Strano che non si senta nemmeno il canto delle sorelle. La porta della cappella è chiusa. Una grande porta di legno massiccio che di solito viene lasciata aperta per il mattutino.Timidamente la sospinge. Le sembra di essere immersa in una piscina mentre osserva le striature luminose che il gioco della luce riflette sulle pareti. Fasci d’ambra attraversano la cappella. Sembrano animati da viva forza che imprime loro un moto continuo. Sopra il tabernacolo volteggia un Cherubino, dalle sei ali azzurre colme di occhi luminosi, con le mani, o quello che sono, giunte in preghiera. Suor Sara si fa un rapido segno della croce e cade in ginocchio. Non aver paura annuncia l’Essere di luce. Ma le sue parole sono silenziose per l’orecchio umano e arrivano dirette al cuore. Per caso passò Suor Anna. Doveva preparare la colazione e si era svegliata ancora prima del solito. Pure lei non aveva dormito molto. Si sentiva gli occhi pesanti e un vago senso di stanchezza. Non le era mai capitato nulla di strano nella vita. Quando vide la fessura di luce provenire dalla porta socchiusa della cappella pensò che una sorella avesse per chissà quale motivo accesso le luci del luogo di preghiera. Si affacciò e vide effettivamente Suor Sara in preghiera , inginocchiata, davanti a… un Cherubino… Un Cherubino!? Ma quelli ci sono solo nei libri e nei dipinti! Che ci faceva un CHERUBINO dalle loro parti…non era mai stato contemplato un avvenimento simile in nessun corso di teologia! Si fece un rapido segno della croce e volò via. L’unica persona che riuscì a trovare – a parte la suora portinaia ancora addormentata – fu il signore che veniva ogni settimana a portare la verdura fresca. Un gentile uomo di campagna , dalla faccia simpatica, che reggeva tra le mani una grossa cesta di verdura. Lasci qua! Disse togliendo la cesta all’uomo e prendendolo per mano. Lo trascinò fino alla cappella. Prima d’entrare si girò con espressione angosciata e disse: Mi dica se sono matta. Che cosa vede? Il signore si affacciò. Fece qualche passo…un’eternità. Era senza parole. Il volto completamente raggelato dall’impressione della scena veduta. Suor Anna domandò ansiosa: Cos’ha visto? Un miracolo, Suor Anna. Un vero miracolo! Gli occhi dell’uomo raggiavano di felicità dopo il primo spavento. Finalmente un miracolo! Poteva essere testimone di un evento eccezionale. Le sue preghiere esaudite. Così l’intero convento fu subito svegliato da quella strana voce che diceva che un Essere di luce era in preghiera con Suor Sara nella cappella. Alcune risero , altre si fecero il segno della croce. L’ultima ad arrivare fu la Madre Superiora pronta a sbaragliare quello scherzo fuori luogo. Trovò le suore in ginocchio in preghiera e il Cherubino raggiante sopra di loro. L’unica cosa che le venne in mente fu: E’ proprio bello. Fin qui la storia della meraviglia che suscitò la visita del Messo Celeste nel convento…la riporto com’ è stata tramandata a voce e si racconta ancora in paese. Qualche diario è rimasto ma pare cosa forse non appropriata rivelare certe considerazioni personali e intime sui fatti in questione. Suor Sara e le altre sorelle da tempo hanno lasciato questa dimensione ma noi sorelle rimaste continiamo a venerare , ogni estate, il giorno del solstizio, la venuta del Santo Cherubino. La pace di Dio sia con voi.


 

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