La sensazione era quella che si prova ad essere consapevoli dei propri organi. Pensava non esistesse nulla di più sgradevole. Ogni volta che si ritrovava davanti ad un obbiettivo era lo stesso. Fotografi e cameramen sembravano fare a gara per bloccarlo nell’immobilità desolante di una riproduzione, come se sentissero a pelle il suo disagio e, sadici, volessero metterlo in difficoltà. Era incredibile; anche nel bel mezzo di un pubblico enorme, di una folla congestionata, le macchine, terribili, rivolgevano il proprio sguardo sempre su di lui. Ormai era diventata un’ossessione; girava gli angoli delle strade sempre con estrema prudenza, convinto che le macchine fossero pronte a rubargli l’anima in qualsiasi posto e in qualsiasi momento. Gli amici non capivano cosa volesse dire, ma in fondo non lo credevano anche gli indiani? C’era qualcosa di angosciante nel potere di fermare un istante che altrimenti se ne sarebbe andato con lo scorrere del tempo. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe fatto della sua vita e i suoi pochi amici avevano cominciato a sparire da quando l’ossessione era diventata incontrollabile. Girava per la città da solo; si era innamorato di case e strette vie di periferia e, più amava la città, più si allontanava dalle persone. Senza accorgersene stava diventando un ladro di vita. Si ritrovava spesso ad origliare i discorsi pettegoli che uscivano dalla bottega profumata del pasticciere e si sedeva ai tavolini di un piccolo bar, frequentato prevalentemente da anziani, senza ordinare niente, per ascoltarli raccontarsi sempre le stesse storie sulla guerra e sugli affascinanti tempi peggiori di questi. Il barista ormai non ci faceva più caso; le prime volte si era spazientito, ma aveva capito che ogni cellula del ragazzo era fatta di una natura infelice. Per un periodo lo aveva creduto ritardato, per un altro pericoloso; ormai lo aveva accettato come un’abitudine e non si faceva più domande. Semplicemente, ogni giorno, lo vedeva sedersi ai tavolini di fronte al bar e stare in silenzio ad ascoltare, assorto, tutto quello che veniva detto attorno a lui. All’arrivare dell’inverno, il barista aveva ritirato i tavolini ma, avendo notato che il ragazzo non si era più fermato, li aveva rimessi fuori, costringendo così alcuni clienti abituali a starsene lì seduti al freddo, per non vederlo sparire. Doveva essersi affezionato. Un giorno, si sedette al bar un uomo di mezza età che non era mai passato, sicuramente un forestiero. Entrando nel locale, notò il ragazzo infreddolito. Continuò a fissarlo dalla vetrina, poi, finalmente, si decise ad uscire, sedersi al suo tavolo e offrirgli qualcosa di caldo. Nessuno aveva mai fatto una cosa del genere; tutti erano abituati a vederlo fermo lì, quasi fosse una parte dell’arredamento. Il ragazzo ne fu immediatamente spaventato, ma si rese conto che l’uomo parlava senza chiedere alcuna risposta, avendo intuito immediatamente la sua paura. Passò almeno un’ora e il giovane non si mosse dalla sua posizione a testa bassa. Aveva lasciato raffreddare la bevanda senza neanche toccarla. Ad un certo momento, l’uomo si alzò lasciando un biglietto da visita sul tavolo e, dopo avergli raccomandato di andarlo a trovare, se ne andò. Il ragazzo rimase pensieroso a fissare quel pezzo di carta, indeciso se leggerlo o no, combattuto tra la sua naturale riservatezza e una curiosità che, di minuto in minuto, andava facendosi sempre più insistente. Si rendeva conto che aveva addosso gli occhi di tutti. All’improvviso decise di prenderlo e dirigersi verso casa. La mano frugava nella larga tasca dei pantaloni, nervosa. Aveva deciso di non leggerlo finché non fosse stato completamente solo e per la strada, benché la temperatura fosse ostile, c’era sempre qualche persona che, solitaria e infreddolita, si dirigeva frettolosamente in qualche posto. I suoi, per fortuna, non erano ancora tornati, così si sarebbe potuto chiudere nella sua camera sporca e disordinata, come continuamente gli ricordava sua madre, senza incappare nei soliti discorsi sull’impossibilità nella vita di starsene così senza far niente a bighellonare tutto il giorno come uno sconsiderato. La parte più pesante del monotono brontolio era quella in cui si valutava la reazione dei cari concittadini e la reputazione della famiglia che, ogni giorno, rovinosamente, crollava in maniera definitiva e irreparabile. Quando lesse l’occupazione di quel personaggio tanto misterioso ebbe un sussulto e per poco non si sentì male. L’uomo era un fotografo professionista. Sul biglietto erano stampate solo le notizie strettamente necessarie e, oltre all’indirizzo, in basso, vicino al margine del cartoncino, era appuntato un numero di telefono scritto a penna. Il ragazzo si chiese come mai fosse stato scritto a posteriori e, considerando che un'altra combinazione di cifre spiccava bella stampata poco più su, pensò che forse l’uomo aveva cambiato numero di telefono, anche se, a dire il vero, non gli sembrava molto logico che non avesse rifatto il biglietto o, meno decorosamente, non ci avesse tirato sopra una riga. Incredulo, vide che lo studio non era troppo lontano da casa sua; nonostante le sue lunghe camminate non era mai incappato in quello strano personaggio che sicuramente avrebbe attirato la sua attenzione. Smise di frequentare il bar. Occupava le giornate fissando quelle sei cifre senza trovare né il coraggio né le parole necessari a colmare il silenzio della cornetta. Arrivò il momento in cui, finalmente, compose il numero. Il primo squillo lo spaventò a morte, al secondo squillo capì che per resistere avrebbe dovuto stringere i denti e lottare contro se stesso, al terzo squillo stava cedendo quando una voce dall’altra parte rispose. Provò a farsi venire le parole dal profondo della gola, ma tutti i suoi tentativi si risolsero in quello che era un grugnito informe. L’uomo incontrato al bar, davanti a quel silenzio quasi totale, capì di chi si trattava e, ancora una volta, si mise a parlare in un lungo monologo che finì solo quando anche l’ultima monetina cadde con un secco rumore metallico nella pancia insaziabile della cabina telefonica. Nei giorni successivi il ragazzo divenne sempre più inquieto e alla fine capì che, se voleva liberarsi la testa, doveva andare dall’uomo, anche a costo di confrontarsi ancora con la sua terrificante paura. La strada non era molto lunga e lui era già stato da quelle parti. Riconobbe il palazzo e si perse nell’idea che tante volte si era soffermato a studiarne la facciata, senza riuscire ad immaginare l’insidia che nascondeva. Salì le buie e ripide scale più lentamente che poteva. Nel portone aveva suonato ad un altro campanello, dicendo di dover recapitare la pubblicità, per ritardare il più possibile il momento che aveva tanto aspettato e tentato inutilmente di respingere. Guardò la targa appesa al muro e vide che il posto era quello; la porta era socchiusa, così entrò senza bussare. Stranamente non c’era nessuno. Il fatto di non avere persone vicine alle macchine fotografiche, di cui lo studio era pieno, gli permise di non scappare terrorizzato. A poco a poco si mise a studiare l’ambiente: il terrore cominciava ad affascinarlo. Liquidi odorosi e strani fogli di plastica erano buttati in ogni angolo. Vi erano due grosse lampade spente e rullini srotolati ovunque. L’unica luce presente nel piccolo ambiente era quella che filtrava, ormai debole, dalla finestra. Non resistette alla tentazione di prendere un apparecchio in mano e curiosare nell’obbiettivo; diresse la macchina verso la sua sinistra e, nel riquadro, comparve l’uomo che aveva incontrato al bar. Dallo spavento per poco la macchina non gli scivolò a terra. Farfugliò alcune scuse miste a spiegazioni in modo concitato e incomprensibile. L’uomo gli chiese di scattargli una fotografia. Egli, senza pensare e sentendosi forse obbligato a farlo giacché si era messo in quella situazione ambigua, scattò. Negli anni che passò a fare l’assistente, si rese conto che il fotografo non aveva alcuna fotografia di sé e che lui aveva realizzato l’unica. La sua anima ormai gli apparteneva e l’uomo gli avrebbe insegnato tutto quello che sapeva.
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