I vincitori de "Il corto de Il Cavedio": "Il vecchio platano" di Lucia Cominotti


Si è sempre fatto un gran parlare in paese di quella storia. Tutti sembravano sapere, ma nessuno in realtà aveva mai visto nulla. L’unico che poteva conoscere la verità era il vecchio platano, che se ne stava là in riva al fiume da quasi mille anni, ma non sapeva o non voleva parlare. Ma procediamo con ordine. In quella torrida estate del ’51 l’Enrico tornò dalla Svizzera, dove aveva fatto fortuna, al volante di una Mercedes nera e lucente. Ogni domenica mattina la lavava e strofinava per bene prima di andare a Messa, poi la parcheggiava davanti al sagrato erboso e scendeva vestito come un damerino. Tutte le ragazze del paese se lo mangiavano con gli occhi, tanto s’era fatto bello ed elegante. La Cecilia, dolce creatura dai sottili capelli color paglia, aveva accettato la sua richiesta di fidanzamento qualche anno prima, quando ancora non aveva una posizione, e ora ne andava fiera, e le pareva quasi di non meritarselo così bello ed ammirato. Forse sarebbero riusciti a sposarsi l’anno seguente, chè ormai andava per i ventitré e non voleva maritarsi troppo vecchia. La Maria era una donna pratica, sui ventisette anni, e quando rivide il giovanotto così ben piazzato pensò che non aveva tempo da perdere, quindi posò su di lui i begli occhi color carbone. Si narra che una sera si arrampicò sul vecchio platano e, fingendo di non essere più in grado di scendere, invocò l’aiuto del ragazzo, che percorreva il sentiero lungo il fiume per recarsi dalla Cecilia. Pare che l’Enrico rimase accoccolato fra le accoglienti braccia del platano e della Maria per tutta la sera, dimentico dei suoi doveri. L’indomani, già all’ora di pranzo circolavano strane voci, e la Cecilia ruppe il fidanzamento. L’Enrico, disperato, giurò che non era vero niente, che la gente era invidiosa di lui perché aveva fatto fortuna, che non si sarebbe mai messo con una come la Maria, che era una donna da poco; poi, non riuscendo a reggere la riprovazione del paese, se ne tornò oltralpe. La Maria se n’è andata sette anni fa col suo segreto, senza mai rivelarmi il nome di mio padre. Ma, se mi spingo a passeggiare lungo il fiume, sosto sempre ai piedi del vecchio platano e ne accarezzo il tronco chiazzato e rugoso. A volte salgo i grossi nodi disposti a gradini e raggiungo il cuore da cui partono i rami più robusti; rimango seduta lì per ore e mi sento a casa. Aspiro il profumo di polvere e clorofilla, che cambia a seconda dell’umore del tempo e gli parlo, a lungo. Mi pare persino di percepirne la voce, e mi ritengo fortunata perché un padre in fondo l’ho avuto e, con ogni probabilità, l’avrò per sempre.


 

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