| Da "Movenze d'incognito azzurro" di Flavio Casella, Prospettiva Editrice, 2002 |
La mia pianista si chiamava Caròle ed era francese, come
ebbi modo di scoprire pochi giorni più tardi, tornando, verso
mezzogiorno, dalle lezioni all'università. Nel passare
davanti alla porta di casa sua, che notai stranamente socchiusa, vidi un misterioso rivolo d'acqua farsi strada attraverso la fessura della porta e scendere, goccia a goccia, fin
sui gradini. Incuriosito, spinsi l'uscio e misi dentro la testa:
nella penombra dell'unica, ampia stanza del modesto appartamento, un lucente filo argenteo correva serpeggiando, contorcendosi in curiose
spire nell'assecondare le diverse pendenze dello sconnesso pavimento ed allargandosi, a tratti, in
grotteschi laghetti; al di là della porta del cucinino, che si
apriva in fondo al locale, intravidi la figuretta snella della
ragazza china su un lavandino, intenta ad un disperato
armeggìo. Dal rubinetto sgorgava ininterrottamente un getto
d'acqua inarrestabile e violento, che si frammentava per
ogni dove in mille spruzzi, al contatto degli inutili tentativi
delle piccole mani di lei.Non potei fare ameno di sorridere, al cospetto della comica tragicità della situazione. La fanciulla era ormai fradicia, e i suoi convulsi sforzi non parevano ottenere altro risultato se non quello di aggravare ulteriormente il suo già precario stato. Liberatomi del mio zainetto dei libri, corsi dentro, dirigendomi verso la cucina: -Posso aiutare? -gridai: l'effetto che ottenni fu però completamente diverso da quello che mi sarei aspettato: la ragazza cacciò un grido strozzato, addossandosi alla parete e restando immobile, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata in un' espressione di assoluto terrore. Mi arrestai, stupito, alzando le mani: -Ehi, calma!- sussurrai col tono più tranquillizzante che mi riuscì di ottenere -Non ti mangio mica. Voglio solo darti una mano.- Parve calmarsi un poco, ma non disse nulla; mi disinteressai a lei, e presi ad esaminare il guasto: il rubinetto era irrimediabilmente rotto, e non c' era alcun modo per frenare in breve tempo il getto dell'acqua. Mi dedicai alla ricerca della saracinesca principale, che non tardai a scoprire nel piccolo bagno. Lei mi lasciò fare docilmente, ormai rinfrancata, seguendomi con lo sguardo ma senza dire una parola. Quando ebbi arrestato la perdita, arrivò anche a sorridermi timidamente: aveva due occhi a mandorla grandi e luminosi che dominavano un faccino piccolo e fine, con due deliziose fossette ai lati della bocca che apparivano nell'atto del sorridere: -Merci.- disse in un sussurro. -Non c'è di che.- le sorrisi a mia volta, incoraggiante -Piuttosto, sarà un lavoraccio rimettere tutto in ordine. Che ne dici se prima mangiamo qualcosa? -Oh, no. -disse assorta -N' est pas un problème... voglio dire, non è importante per me di mangiare. Se tu vuoi, tu vai pure, e... grazie di tutto. Parlava un italiano stentato, arrotando la erre in un modo che mi dava i brividi, come se tenesse una biglia di vetro tra i denti e la facesse correre per tutta la bocca con la lingua; aveva una voce profonda e sensuale come solo le francesi - mi ricordava Edith Piaf, o Mireille Mathieu -riescono ad avere. Mentre traversavamo la vasta anticamera, ormai quasi completamente allagata, si mise le mani tra i capelli ed esclamò sommessamente: -Oh, merde! -. Mi resi conto in quel momento, con una stretta al cuore quasi dolorosa, che quella strana ragazza mi piaceva da morire. Impiegai quasi tutto il pomeriggio a riparare il rubinetto guasto: nel frattempo lei si era cambiata d'abito e aveva asciugato tutta la casa. Mentre lavoravo tentai di fare un po' di conversazione, ma senza gran successo: riuscii solo a scoprire che veniva dalla Francia, si chiamava Caròle, aveva diciannove anni e si trovava a Milano per frequentare il conservatorio. Resistette a tutti i miei tentativi di invitarla a cena, e la mia timidezza non mi permise di insistere oltre un certo limite. Nel congedarmi, si profuse ancora in ringraziamenti, e mentre mi avviavo per le scale si soffermò sull'uscio, esitante, e parve per un attimo volermi richiamare indietro; ma subito dopo la porta si richiuse, e sentii la serratura scorrere, e i suoi passi leggeri allontanarsi. Più tardi, nella solitudine del mio appartamento, rimasi a lungo a fantasticare sdraiato sul letto, fumando sigarette e guardando il soffitto; mentre stavo per addormentarmi, sentii il suono del piano sorgere improvvisamente. Sorrisi tra me: questa la conoscevo anch'io: era la sonata Chiaro di Luna di Beethoven. © Flavio Casella 2002 - Tutti i diritti riservati |