"Il lustrascarpe di uno dei migliori locali d’America" di Alessandro Cascio, 2006

Alessandro Cascio nasce a Palermo, ma vive un po' dovunque. Studente di sceneggiatura presso la BC Network e la Scuola Internazionale Comics ha studiato con i migliori sceneggiatori, registi e fumettisti Italiani, dal premio Oscar Mario Monicelli a Francesca Marciano (Io non ho paura) e Wallnofer. Finalista al premio di letteratura Jacques Prevert, pubblica nel 2002 il suo primo romanzo "Tre candele" con la Montedit, rieditato nel 2005 da Il Foglio. Con Il Foglio letterario pubblica nel 2004 "Tutti tranne me" e scrive con diversi autori soggetti per corti e cartoons. Pubblica per diverse riviste tra cui la Scuola di scrittura Sagarana del Brasiliano Julio Montero Martins e il Club Letterario dell'Ungherese Tomas Err e pubblica racconti Trash prodotti in America con La Steppa. Collabora con Terza Repubblica, Anguillara, Club degli autori e Fonopoli di Renato Zero. In uscita il suo prossimo romanzo "Spoon, i ragazzi vogliono solo divertirsi".


L’avete mai sentita la storia di Paul Metista? Se non l’avete sentita non siete mai stati nei migliori locali americani allora o forse non siete ma stati in America. Potrebbe anche darsi che siate sordi o magari pensate che i migliori locali americani scintillino di luci blu e verdi e abbiano due tizi di colore in giacca all’entrata che controllino come sei vestito. No, vi sbagliate, io non parlo di quei locali americani, quelli per me sono i peggiori, vi sto invece raccontando di locali come il “Monkey Mou”, il “Tacoma Frank’s Spirits”, il “Tommy & Conny Villani”, quelli che ti servono la colazione su un piatto di ceramica graffiato e strausato e ti ci schiaffano sopra patatine e salsa, spezzatino di pollo e tre uova, augurandoti una buona colazione dopo averti stappato una Budweiser ghiacciata. Quelli sono locali! Quelli sono l’America, amici, e te lo ricordano con tanto di bandiera a stelle e strisce e slang di quello veloce e tutt’attaccato. Ovviamente anche lì ti fanno un sacco di domande come i tizi neri dei peggiori locali, ma quando te le fanno tu sei già entrato da un pezzo e sei seduto al bancone aspettando il momento giusto per infilare dieci dollari nelle mutande di quella sgualdrina che vi sventola il sedere in faccia scalciando sul Rock degli Aerosmith.
“Da dove vieni amico?” ti dicono.
“South Lake”
E poi ripetono quello che tu dici: “South Lake, già” e bevono un sorso di birra. Di solito ognuno di loro ha un parente, un amico o una puttana che si è scopato proveniente dal posto da cui voi dite di provenire. Non importa se siete Cinese, Europeo, Africano o del Sud della California, quelli, belli miei, una cosa da dirvi riguardo le vostre parti ce l’hanno sempre, anche se non si sono mai mossi dal loro quartiere. 
“Già, già, South Lake”, dice il tipo tutto muscoli e con una camicia rosa che non riesce a portare con disinvoltura, quasi avesse a dosso un Frak. 
“Mi sono scopato una di South Lake! Cosa cazzo ci fai a Mentone, amico?”
Non si deve per forza rispondere, è ovvio, ma se non lo si vuole fare, allora me lo chiedo anch’io: cosa cazzo ci fate a Mentone da Tommy&Conny Villani?
“Sono un lustrascarpe”. 
Essere un lustrascarpe non è un buon motivo per starsene a Mentone e neanche per stare seduto su una seggiola al bancone di uno dei migliori locali americani ma… noi stavamo parlando di Paul Metista all’inizio: non è così? Bene, il lustrascarpe in questione è lui, mentre il tizio che fa le domande, invece, si chiama Monsoon di cognome. 
Rideva, Monsoon, sembrava avesse ingoiato un San Bernardo e che quello cercasse di uscire dal suo stomaco: 
“Ma che cazzo di lavoro è, amico? Mi stai prendendo per il culo?”
“No” dice Metista, “prendo due dollari, uno per scarpa”.
Monsoon ha zittito il San Bernardo adesso, anzi, lo annaffia con un po’ di Budweiser e poi fa mezzo giro con lo sgabello mostrando gli stivali. 
“Fammi camminare per vie luccicanti, piccola fiammiferaia” dice.
Paul Metista risponde: “No, non così”. 
Prende la sua valigia marrone di pelle, si inginocchia, la apre, tira fuori uno straccio marrone e con tanta gentilezza dice: 
“Prego, Signore, poggi qui il suo piede destro”
Monsoon lo fa, una bella lucidata alle scarpe gli va bene, con tutto quel fango che c’è in giro in quel periodo… 
Così Metista inizia, lo fa per bene, così bene che quegli stivali da Cow Boy brillano come una scarpetta di vetro. Appena Monsoon finisce, Metista gli dice di stare attento a dove cammina, adesso. 
“Se becco una pozzanghera, bello mio, vengo a cercarti e me li lustri di nuovo, gratis”
Ovviamente, vedendo un ragazzo in ginocchio a lustrare le scarpe ad un camionista, tutto il locale aveva dato un’occhiata a ciò che stava succedendo. Alcuni si erano fatti quattro risate, altri avevano preso il giovane per matto, altri ancora erano tentati di farsele lustrare anche loro, le scarpe, ma chissà se le scarpe da tennis le lustrava...
“No, non è per quello che te lo dico”, dice Metista, “è che adesso devi stare attento a dove vai, per la tua incolumità”. 
Come avrete capito, Monsoon è un poco di buono, ma di quelli stolti. Si vede da come si agita quando non capisce il perché delle cose. Ad un tipo come Monsoon non puoi dare del “nichilista” o del “cinico”, perché lui quelle parole non sa cosa vogliano dire e siccome è uno che ha la puzza sotto al naso, te le dà di santa ragione, così come sta per fare con Metista. 
“Altrimenti cosa mi fai?” chiede Monsoon.
“Io cosa posso fare ad uno come lei, così grande e grosso? Gliel’ho detto soltanto perché adesso le sue scarpe andranno dove è giusto che lei vada. L’ha chiesto lei”.
Da poco il Barista aveva sentito le sciocchezze del ragazzo e aveva mostrato le sue scarpe: 
“Sei capace di farmi saltare come un canguro?”, dice quello ironicamente. 
“Anche più in alto, può saltare, ma con la sua corporatura si stancherebbe, Signore” dice Metista al barista che non ha di certo la stazza di un atleta. Quello insiste, non che creda al ragazzo, ma per il piacere di avere qualcuno ai propri piedi per due soli dollari, la gente farebbe finta di credere alle scimmie giganti. 
Metista si china e comincia. Nel breve arco di tempo il giovane diventò l’attrazione del Tommy&Conny Villani. Che facce rilassate e contente che c’erano lì dentro… tutte tranne quella di Tommy Villani che appena vede Metista fare soldi nel suo locale gli grida: “Hey” da dietro la porta della cucina e ancora “hey, dico a te, Oh, ma cosa cazzo stai fac...”. 
Conny, la moglie, è già da alcuni minuti tra la folla e ferma il marito che stava per scacciare il ragazzo, anche se, da quel che vedeva, poteva cavarci soldi da quel tipo smilzo, ma ne avrebbe parlato con lui un’altra volta, in quel momento doveva solo difendere la sua serata, il suo locale e la sua dignità da proprietario. Non difese nessuna delle tre cose per via della moglie, che, in quanto a soppressione della dignità del marito, era molto ferrata. Avrebbe divorziato con molto piacere, ma non si può divorziare anche da un socio e quindi, il suo Tommy, se lo teneva perché oltre a bestemmiare e russare, faceva anche delle ottime uova al formaggio. 
“Bloccati” dice Conny a Tommy fermandolo con una botta sul petto da passargli il cuore sulla schiena, “devo farmi lucidare le scarpe”.
“Non crederai a quelle stronzate?”
“Ho creduto di poter vivere con te finchè morte non ci separi, potrei credere a qualunque cosa adesso!”.
E avvicinatasi al ragazzo, posa il piede sinistro sulla valigia di pelle marrone: 
“Fa che queste scarpe riescano a trovare il petrolio quando lo annusano”.
“Oh Signora” balbetta il ragazzo, “io non…”.
“Non” Conny non se lo voleva di certo sentire dire, specie dentro il suo locale e con il suo fare da donna portante dei migliori locali americani. Minaccia di prenderlo a calci in faccia e di chiamare la Polizia. 
Paul Metista fa quello che fino a quel momento aveva fatto. In ginocchio, impomata la scarpa di lei e la lustra, poi con una voce sottile risponde: “Servita Signora” e guarda la folla. 
La spogliarellista stava in uno dei tavoli all’angolo, seduta a cercare qualcosa nella borsa, qualcosa di importante a giudicare dall’ energia con cui lo faceva, o forse quell’impeto era soltanto dovuto alla paura di non essere riuscita a mantenere in piedi la serata. 
“Davvero tane scuse per averle rubato il lavoro. Non volevo”.
La ragazza non piange, ma ha tante lacrime dentro al suo stomaco che se solo iniziasse non smetterebbe più, ve lo garantisco. 
“Non preoccuparti” dice forzando un sorriso, “so cosa vuol dire guadagnarsi da vivere stando in ginocchio”. 
Paul Metista è visibilmente imbarazzato adesso, ma nonostante l’imbarazzo si piega a lei con mestiere e per mestiere, porgendo la valigia e la pezza: “Mi permetti?”, le chiede.
“No” ride lei e sventola la mano aperta, “no grazie, ho smesso di credere alle favole tempo fa” e poi ancora, “no, no grazie, no”. 
Per quello che vuole, nessuna scarpa magica potrebbe fare miracoli, ma Paul Metista è convinto del contrario e allora le prende un piede e comincia a lustrare la scarpa che porta. 
Finito il lavoro si alza e guarda la gente come se riuscisse a guardarla negli occhi tutt’assieme contemporaneamente e poi dice: “E’ stato un piacere, Signori, spero che i vostri passi seguano, d’ora in avanti, le vostre scarpe”. 
Di certo non è con un lustrascarpe che esce da una porta e non viene mai più visto che una storia che viene ancora oggi ricordata, può finire, altrimenti non ci sarebbe motivo di ricordare: non pensate anche voi? Non è la lustrata che rende famoso Mentone e Paul Metista, ma gli effetti di quella magica lucidata. Che se ne dica o meno sul fatto che sia solo una leggenda, io mi sono ugualmente informato con cura circa le persone che erano quel giorno in quel bar, anzi, io in quel bar ci sono stato, da Tommy&Liza Villani. No, non è un errore, non ho sbagliato locale, io conosco bene i migliori locali americani, non vado certo a ricercare la storia di Metista in posti con luci blu intermittenti e pavimenti di vetro…
Dovete sapere che Tommy s’è risposato con una canadese di nome Liza e da quello che ho visto stanno molto bene insieme. E’ a lui che la gente chiede di Metista ridendoci poi su. “E’ vero” grida Tommy appresso a chi lo prende per i fondelli: “E’ tutto vero, stronzi”.
Quando gli dico che credo in Metista lui mi guarda e mi mostra il pugno: “Avevo una moglie una volta, si chiamava Conny e sai che fine ha fatto?”
Già, che fine ha fatto?
Conny ha avuto quello che ha chiesto. I suoi piedi, hanno annusato il terreno e l’hanno impalata su una montagna, sotto il Sole. Aveva trovato il petrolio o meglio… le sue scarpe avevano trovato il petrolio. Era rimasta lì per giorni e, per quanto lei avesse cercato di togliere quelle scarpe, non avrebbe potuto mai farcela, perché non si sarebbero mai tolte, non prima di aver realizzato il sogno di chi le indossava. Quello che Conny non sapeva era che la sfortuna non era ancora arrivata, ma si trovava invece a quasi 500 metri da lei e portava il nome di “Mentone Oil Service”. Il treno diretto ad El Paso, correva veloce sulle rotaie e Conny le stava dietro come a volerlo superare. Le scarpe avevano trovato dell’altro petrolio, ma non avevano pensato di prendere la via più facile per chi le indossava e correvano, correvano all’inseguimento del loro tesoro. Quando il macchinista si accorse della donna e fermò il treno, quella giaceva morta sopra la carrozza numero 8 con le ossa rotte e gli occhi fuori dalle orbite. Non è morbida alle orecchie una storia così e neanche quella del Barista grassone, che a saltare come un canguro perse tutti i chili di troppo e quelli essenziali fino a che non spiccò il salto migliore e lo trovarono stracotto sui cavi dell’alta tensione. Paul Metista cercava di dire alla gente di stare attenti a cosa chiedevano, ma quelli sembravano così intenti a deriderlo… 
Eppure lui lo diceva anche alla fine del suo lavoro, come un rito: ricordate? 
“E’ stato un piacere, Signori, spero che i vostri passi seguano, d’ora in avanti, le vostre scarpe”.
Per quanto riguarda Monsoon, il primo zoticone che Metista aveva incontrato, la frase si rivelò azzeccata: Monsoon seguì le sue scarpe che lo portarono passo dopo passo al commissariato di Polizia e non si spostarono dalla porta d’ingresso fin quando i poliziotti non scoprirono che fosse un volgare venditore di bambini. 
E lei? Tutti la stavate aspettando. Anch’io la aspettai tanto, ma arrivò presto anche la sua storia, prima di ogni altra. Parlo della spogliarellista o devo dire Ginger? 
Di Ginger vedevi la faccia enorme, gli occhi azzurri e il viso sorridente nel cartellone pubblicitario all’entrata della città, alla prima uscita dalla Highway 117. 
Aveva sognato di percorrere, con quelle scarpe, le strade del successo e, che sia stato o meno Metista a farle raggiungere la sua meta, penso che le sia venuto anche piuttosto facile, visto che di talento, quella donna, ne ha da vendere. Io l’ho vista e credetemi che i suoi Oscar li ha proprio meritati. 
Ma non vi chiedevate solo che fine avesse fatto la dolce Ginger, non è così? E’ normale chiedersi di Metista, di chi sia in verità e di dove sia finito. E’ quello che cerco anch’io da tempo, ma qualcosa la sto scoprendo, abbiate pazienza. Di Metista so quello che vi ho appena raccontato e altro non sapevo, almeno fino a quando non decisi di starmene seduto da Tommy&Liza Villani ad assaggiare le sue uova al formaggio guardando un po’ di Tv. 
C’è odore di fontina e mozzarella filante, burro fuso e salsa di pomodoro tutt’intorno a me, affamato come un giornalista che viaggia alla scoperta dei suoi scoop. Al primo boccone sento: “Per Dio”. Ma non bado troppo a Tommy che smorza bestemmie per guadagnarsi il Paradiso passando dall’Inferno, ma non puoi fare a meno di chiedergli cosa sia successo, quando quel “Per Dio” lo ripete cinque, sei volte, guardando uno dei monitor in alto. 
Ed io glielo chiedo, cosa succede, ma lui non mi risponde, è come se fosse in uno stano stato di trance: non mastica più il suo stuzzicadenti, è stralunato, allibito, con un sorriso leggero e una lacrima stazionata nel suo occhio sinistro che ha deciso di non gettarsi giù per la guancia fin quando non sia arrivato il momento…
Decido che è meglio guardare dove lui guarda, che starmene a chiedergli cosa gli succede, ed è lì che trovo la risposta e il prossimo posto in cui recarmi. 
In fila, i soldati marciano sulle terre con tempo costante e decise direzioni e i loro passi li mostrano su tutti i canali. Sono stupiti anche loro, quasi non sanno cosa stanno facendo e perché, e quella faccia stupita ha il volto di un arabo, di un americano, di un italiano, di un inglese, di un africano, di un tizio qualunque di uno stato che ha deciso di far guerra ad un altro. 
“Non posso crederci, è stato lui” dice Tommy guardando quella miriade di gente attraversare il mondo per tornarsene a casa, a piedi. Camminano a stento ma a volte sorridono per ciò che accade. Non possono di certo fermarsi, questo lo dicono a chi ci crede e a chi no, ma più di ogni altra cosa, sembrano meravigliati dei propri sogni. 
“Che queste scarpe ci portino alla vittoria” avevano chiesto i soldati e la vittoria migliore che potessero avere, l’avevano ottenuta tornandosene a casa… tutti. 
Il loro volto portava fiero un luccichio soddisfatto, così i loro occhi che guardavano avanti, ma se la telecamera avesse inquadrato anche i loro passi, avrebbero visto che ai piedi battenti portavano tutti stivali lucenti, lustrati con cura tra proiettili e granate, da un giovane soldato con mille divise e di nessuna razza che diceva di provenire dal primo posto che gli saltava per la testa se gli veniva chiesto, ma che poteva soltanto, per credenti e scettici, scendere dal cielo.


 

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