Grigie nubi invernali, spinte dal vento gelido del Nord, corsero veloci nel cielo vermiglio e si specchiarono nelle acque ribollenti del fiordo, mentre l'ultima luce della sera affogava lentamente fra le nebbie dell'Oceano proiettando lunghe ombre sanguigne sulla candida scogliera.
Improvviso, un grido selvaggio si levò al di sopra di ogni altro suono, crescendo fino a coprire la stessa voce del fiordo. Rimbalzò contro le vertiginose pareti moltiplicandosi in centinaia di riverberi oscuri e lontani, poi si perse fra la rabbia dei venti e l'eterna eco assordante della risacca. In quel momento, le onde scure del mare infuriato raddoppiarono la loro violenza ed il loro cupo boato risalì per centinaia di metri, fino alle torri più alte del Castello.
Qui, su di una terrazza spazzata dal vento, arditamente protesa sul precipizio, un uomo, vestito di pelli di lupo, si appoggiò con entrambe le mani alla massiccia merlatura e spinse lo sguardo fino al grande Gorgo che proteggeva l'ingresso del fiordo, poi sull'Oceano spaventoso e quindi in alto, verso le nuvole scure e veloci.
Ascoltò l'ultima eco della sua maledizione perdersi nel sibilo della tempesta e le nocche sbiancarono sui pugni selvaggiamente serrati, quasi aspettasse una impossibile risposta alla sfida lanciata, poi chinò il capo sul petto e strinse le palpebre.
Un fremito scosse le antiche pietre del Castello, ed un brivido corse sulla pelle del guerriero strappandolo ai propri pensieri. Volse la schiena al tramonto ed il vento umido gli spinse sugli occhi i radi capelli, alzò gli occhi verso le alte torri levigate da secoli di vento e di pioggia. Cercò di immaginare i volti dimenticati che le avevano innalzate, pensò alle mani antiche che avevano strappato quei candidi blocchi dal cuore della scogliera. Non restava che polvere, di quel popolo antico, eppure, anche se qualcuna delle torri più lontane era crollata precipitando nel fiordo e sparendo fra le acque nere, il cuore del Castello avrebbe potuto sfidare la violenza di quella Natura selvaggia per tutta l'eternità, con le sue mura spesse decine di metri e le sue fondamenta che si perdevano nelle profondità della scogliera. In verità sarebbe stato assai difficile, per chi guardasse dal mare, specialmente ora che tanti secoli avevano levigato le pietre bianche, capire dove terminasse l'opera dell'uomo ed iniziasse quella della Natura, tanto era perfetta la fusione di quella costruzione con la montagna su cui si ergeva, tanto profondamente quelle mura penetravano nella scogliera. Più in basso, molti metri sotto i suoi piedi, profondi e tortuosi passaggi si snodavano nelle profondità della roccia collegando fra loro le molte grotte che, simili a macchie di oscurità, si aprivano sull’abisso. Ma da molti anni nessuno più percorreva quei misteriosi cunicoli o apriva le monolitiche botole esalanti salsedine sotto le quali mugghiava incessante il Mare. Nessuno più ne conosceva i segreti, nessuno, conoscendoli, avrebbe osato avventurarsi là in basso.
Neppure le più antiche leggende del Clan ricordavano un tempo precedente alla costruzione del Castello, così che molti amavano credere che esso, semplicemente, fosse sempre esistito. Pure pochi lo consideravano realmente la loro casa, e tutti coloro che lo abitavano, o lo avevano fatto nei secoli passati, non avevano potuto evitare di sentirsi soltanto ospiti, al più tollerati, in quella immensa cattedrale bianca, ove troppo spesso, all'ombra dei cento pinnacoli, avevano scorto oscure ombre striscianti.
Illuminato dai raggi del sole morente, il viso dell'uomo ora pareva una maschera grottesca scolpita nella stessa fredda pietra che lo circondava.
Nonostante la sua altezza non fosse inferiore ai sette piedi, la figura era massiccia e da ogni gesto traspariva una forza quasi sovrumana, il torace enorme si gonfiava ritmicamente e bianco vapore condensava ad ogni respiro. L'uomo si mosse leggermente, una luce quasi folle brillò negli occhi piccoli e scuri.
Con uno scatto la sua mano sinistra corse alla pesante spada che portava al fianco. I muscoli possenti del braccio si contrassero e l'uomo girò su sé stesso con l'agilità di una belva. La lama sibilò nell’aria, poi affondò nel ghiaccio limpido della grande vasca spargendo all’ intorno centinaia di frammenti luccicanti, su ciascuno dei quali si riflesse il suo viso contratto. In quel momento, quell'uomo silenzioso fu certo che quella lastra di ghiaccio, colpevole soltanto di avergli mostrato per un istante il riflesso di tanta assurda bruttezza, si beffasse ora della sua rabbia, riproponendogli quell'immagine dolorosa, moltiplicata nella luce rossastra dell'ultimo sole. La pelle del volto tesa sugli zigomi sporgenti, la dura linea quadrata della mascella, il naso aquilino, la corta barba incolta: vi era, in quei lineamenti selvaggi, qualche cosa di orribile, ma non sarebbe stato possibile dire da quale deformità o da quale inumana asimmetria derivasse una tanto incredibile bruttezza, così superiore nel suo complesso a quella delle singole parti.
Poi il Gigante, così lo chiamerò, perché soltanto con quel nome era conosciuto nel Clan, quasi divertito da quell'assurda idea, si concesse la caricatura di un sorriso, che un nuovo brivido gli gelò sulle labbra.
Qualche cosa, simile all'oscura profezia di un male incombente, aleggiava nell'aria. Osservò nuovamente l'Oceano, ormai quasi completamente nero, e le nuvole che già coprivano il cielo fino a dove poteva giungere lo sguardo. Nella notte sarebbe certamente nevicato, il lungo Inverno, dunque, era ricominciato.
Attraversò la terrazza a lunghi passi e si chinò quando dovette passare sotto al poderoso volto. Sbarrò la pesante porta di quercia e si perse nell'oscurità di un lungo corridoio. Per qualche istante fu possibile udire il rumore dei suoi passi, stranamente leggeri, poi restò soltanto il sibilo attutito del vento, che proveniva da fuori, nella notte.
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Marco Roberto Capelli
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