Da "Il contastorie" di Massimo Canetta, Prospettiva Editrice 2003



Quel giorno c'era un uomo che ci attendeva, seduto su uno sgabello accanto all'inferriata che dava sui campi di calcio.
All'apparenza sembrava uno dei tanti nonni dei miei compagni di classe. Io non avevo mai avuto un nonno. Forse è me-glio dire che non l'ho mai conosciuto veramente dato che ero talmente piccolo quando se ne andò che non ricordo altro che ciò che mi venne raccontato. Di quando giocava con me, di quanto mi amasse, di quanto soffrì quando mi vide, per l'ultima volta, consapevole che non mi avrebbe mai più rivisto. Ecco: quel vecchio, che ora si trovava a pochi passi da me, mi sembrava un nonno e probabilmente, pensai, lo era davvero.
"Andate là, sedetevi in cerchio intorno a lui, vicino agli altri bambini più grandi, e chiedetegli di raccontarvi una storia." - ci disse la maestra.
Andammo di corsa e facemmo come ci aveva detto la maestra. Quando gli fummo davanti egli alzò la testa e guardò verso di noi ma non guardò noi, guardò nel vuoto. Portava degli occhiali scuri: quel giorno non c'era il sole e molti di noi si chiesero il perché di quegli occhiali. Ce lo disse lui stesso: era cieco, non poteva vedere nulla.
Rimanemmo senza fiato. Io non avevo mai visto un cieco e senza pensarci gli chiesi come riusciva a fare tutte le cose che doveva, senza poter vedere. Rise e mi rispose con quella sua voce calda, tranquilla: "Non c'è bisogno di vedere con gli occhi.".
Passò qualche secondo in cui nessuno disse altro poi fu lui a riprendere la parola:
"Volete sentire una storia, una cosa che mi capitò molti anni fa quando facevo il marinaio?".
Il grido che seguì fu assordante, eravamo eccitatissimi.
Cominciò a narrare, con quella voce incantevole. Quel giorno anche qualche maestra si avvicinò.
Quando terminò il racconto l'impulso fu quello di applaudire e lui sorrise, alzando la mano per fermarci: "No, non è il caso. Tornate in classe, ci incontreremo di nuovo, domani.".
Era fantastico: sarebbe tornato anche l'indomani. Tornammo in classe euforici.
Al ritorno a casa tempestai mia madre di parole, raccontando ciò che quell'uomo ci aveva narrato, accavallando eventi su eventi, impedendole di comprendere alcunché.
E' meraviglioso ed al tempo stesso inquietante come alcuni momenti della nostra infanzia passino attraverso gli anni senza che ci si possa mai più specchiare in essi, mentre altri restano dentro di noi come una seconda pelle, magari distorti, amplificati dal passare del tempo e quando ci si ripresentano ci danno ancora quel fremito nelle ossa, quella scarica di adrenalina, quella sensazione di perennemente vissuto.
Quell'uomo accompagnò le nostre giornate e ci regalò le più belle storie che io ricordi, da sempre. Ricordo che a volte sognavo quel vecchio e sentivo la sua voce che raccontava storie che non riuscivo ad ascoltare, rapito dalla bellezza della sua voce, preso in quell'attesa per il racconto successivo. Al mattino mi svegliavo, colpito dai sensi di colpa per questo strano amore per le storie che ci raccontava il vecchio, ben più forte della passione per le materie scolastiche.
Passarono i giorni ed i mesi e poi venne la fine dell'anno scolastico: era terribile pensare che per tutta l'estate non avremmo più visto quell'uomo. Le sue storie ci avevano cullato per tutta una stagione ed ora non avremmo più potuto ascoltarlo per i tre mesi che ci separavano dall'inizio dell'anno successivo, anzi, per nove mesi, perché ci dissero che l'uomo, il Contastorie, come lo chiamavamo noi, sarebbe tornato soltanto la primavera successiva.
Durante l'estate questo problema terribile scomparve, come sempre accade ai bambini, sepolto sotto la sabbia delle vacanze estive.


©
Massimo Canetta 

 

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