Sentiva caldo. Il mondo fuori continuava a scorrere regolarmente. In realtà l'affermazione non era del tutto esatta. Il caldo c'era davvero, ma qualcosa aveva turbato l'ordine di sempre. Proprio sotto casa sua, qualcuno aveva rubato la radio da un'auto parcheggiata. Si sentiva l'andirivieni delle sirene e gli ordini secchi dei graduati, tra tante altre voci e rumori, penetravano decisamente, anche se un po' ovattati, nella stanza da letto ancora chiusa.
Sebbene fosse ancora assonnato, non gli ci volle molto per realizzare cosa accadeva di sotto. Pigramente si avviò alla finestra e l'aprì. Il sole era ancora titubante, ma in strada c'era molta più gente del solito, sicuramente richiamata da quanto era accaduto.
Un'utilitaria gialla, seminascosta da un albero, era al centro dell'attenzione. I pezzetti di vetro frantumato, balzavano subito agli occhi.
Una donna giovane e un ragazzo della stessa età, andavano avanti e indietro tra l'utilitaria ferita e un colonnello dei carabinieri.
Quella mattina il mondo era in subbuglio, ma il mondo era fuori e lui non aveva fatto colazione.
Erano tre giorni che non si faceva la barba. Decise che era giunto il momento. Accese il televisore, un maresciallo dei carabinieri raccontava come aveva catturato l'assassino. Nella strada il trambusto si affievolì, fino a scomparire. La voce del maresciallo gli arrivava pulita, come un pavimento appena spazzato. In fondo al lavandino, qualcosa brillava sotto la luce artificiale della lampadina.
La sera prima, nel punto preciso dove adesso c'era l'automobile gialla, la ragazza del palazzo di fronte che era tornata in motorino, parlottava con un giovanotto alto e muscoloso. Ogni tanto si abbracciavano. Il corpo morbido della ragazza, era quello di un serpente e risvegliava istinti primitivi.
Durante la notte aveva fatto uno strano sogno. Aveva sognato di entrare in una farmacia con una ricetta lunga un metro. In fondo alla ricetta un infermiere aveva scritto MALATTIA MENTALE. La farmacista lo rassicurava, dicendogli che la cura non era pericolosa. Infine aveva visto suo figlio che guardava il buio e faceva movimenti strani, piegando all'indietro le braccine.
Era un anno che non vedeva suo figlio, ma quella mattina si era svegliato con l'idea di scrivere il racconto della sua vita, e poi forse sarebbe ritornato a casa. Per lui il sogno era chiarissimo, l'unica cosa che non capiva era il mondo che lo circondava. Ricordava il colonnello e il maresciallo. Tutti e due erano dei carabinieri, ma aveva l'impressione che le cose non andavano per il verso giusto.
Il racconto poteva diventare un romanzo. Forse non troppo lungo. Ma un vero romanzo, anche se breve, l'avrebbe reso famoso. Cercò di concentrarsi, raccolse le idee e intanto ritornò di là per rivestirsi.
Cercò di aggiungere una storia a quelle prime parole che gli erano venute in mente. Cercò di trovare i personaggi. Sotto il letto ritrovò una scarpa, sulla sedia la camicia. Cercò la penna, nel caso gli fosse venuta un'idea e uscì.
Andò dritto fino in fondo alla strada. Il suo progetto era quello di un romanzo sull'origine del mondo, ma anche Dio si era dovuto limitare al racconto della Genesi. In alternativa, avrebbe voluto scrivere una storia per dimostrare che il mondo, così com'è, va a rotoli. Sarebbe bastato aprire il giornale e sceglierne una a caso. Ma si bloccava all'idea che trattandosi di una palla non c'era niente di strano.
Il bar era quasi deserto. Lì dentro sembrava che ancora non fosse fatto giorno. Oltre al barista c'era una coppia. Lui aveva la faccia da pugile e il collo da toro. In definitiva era brutto, ma non più brutto del mondo. Lei era stretta nel vestito rosso e non si capiva cosa ci facesse con un tipo come quello.
Forse era solo una questione di sesso, ma spesso il sesso, va di pari passo con i soldi. Da qualche tempo gli mancavano sia l'uno che l'altro, ma non era il momento di pensarci, adesso doveva scrivere il suo fottuto romanzo. Trecento pagine gli sembravano sufficienti e poi le cose sarebbero cambiate.
Guardò le gambe della donna e ignorò il pugile. Il pugile lo seguì con lo sguardo, e sicuramente i suoi occhi erano piedi d'odio.
Poi la coppia si alzò per uscire e lui rimase solo.
- Dammi il solito caffè - disse al barista che sembrava addormentato. Dopo il caffè ordinò una birra.
- Una giornata piatta - disse il barista dopo un po'.
- Di là hanno chiamato i carabinieri.
- Hanno ammazzato qualcuno?
- Hanno rotto il vetro di un'auto.
La conversazione finì. Né lui, né il barista erano grandi chiacchieroni. Quella col vestito rosso ritornò, questa volta senza il pugile. Andò a sedersi in un angolo, ma rimase bene in vista.
- Chi è? - chiese al barista.
- Una tipa - disse il barista.
- Una tipa come?
- Una tipa che ci sta se hai i soldi.
- Allora non è per me. - Tacque. Anche il barista tacque. Il mondo aveva perso la voce.
La rossa dava segni di impazienza, ma non se ne andava.
- Io il mondo non lo capisco - disse il barista.
- Cosa c'è da capire?
- Avranno combinato qualcosa il pugile e la rossa? - Sembrava che la cosa gli interessasse molto.
- Dammi un'altra birra, non ho più voglia di parlare. Dopo me ne vado a casa.
Il barista gli portò la birra. Incominciò a berla, direttamente dalla bottiglia. Lui non parlava. Il barista non parlava. La rossa non parlava. Tutti e tre pensavano a qualcosa, ma a metterli insieme quei tre pensieri, il mondo non sarebbe certo cambiato.
Uscì dal bar così com'era entrato. Uscì anche la rossa. La penna non gli era servita, ma intanto la mattinata era passata. Si incamminò verso casa, entrò nel portone, sicuramente in quel momento il mondo stava ancora girando. Vide il vestito rosso andare nella stessa direzione, e dentro il vestito c'era ancora la donna. Arrivò all'ultimo piano e andò direttamente al bagno. Aveva lasciato aperta la porta di casa, in fondo al lavandino qualcosa continuava a brillare, sotto la luce artificiale della lampadina. Chissà perché in quel bagno, non avevano aperto una finestra, si chiese, e la cosa incominciò a guardarlo sorridendo.
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Alfredo Bruni
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