1
Gran vento soffiava la mattina di Capodanno. L'umore che mandava il mare
al vento sapeva di pioggia. Capodanno era il giorno dopo. Quella sarebbe
stata per sempre la mattina dopo di tutta la sua breve vita.
2
"Mi ami ancora?" le chiese.
"No" rispose lei.
Sorrideva, ma gli occhi erano gelidi. Lo guardava e pensava che no, non
sarebbero invecchiati insieme. Non in questa vita, almeno. Ciò che il
tempo aveva sempre condotto a sé, rimaneva ora indietro, sciolto senza
redini.
3
Tenevano duro i vetri alle finestre, e un poco tintinnavano. Fremiti
violenti di nylon squassato, come soffocati e lanci-nanti, giungevano
ogni quando da fuori. Nessun cielo animava il giorno. Il giorno era
immerso in un grande sacco di pece. Nuvole nere, pesanti, dentro un
nylon di vento.
4
Da ieri notte non si erano parlati. Ma era come se ognuno dovesse
sapere, credere d'indovinare cosa l'altro stesse pensando. Avevano
acquisito la strana e terrorizzante sazietà; il tacito orrore
rassegnato e reciproco. Specie di noia di vivere, da cui attingevano
quotidianamente come se fosse un barattolo di Nutella. Si conoscevano
molto a fondo. Apatia e violenza incondizionata, vitamine e minerali
guasti. Lui conosceva lei come nessuno conosce nessuno. Valeria
conosceva Marco Princese, e per questo aveva cominciato, negli ultimi
tempi, ad averne paura. Già da prima che accadesse un fatto molto
grave. Già da molto prima.
5
Un ceffone sul naso ieri sera: una manata cruda come una bistecca gelata
in piena faccia, le aveva smollato, quando sul ciglio della strada
camminavano, e Marco urlava ed era fuori di sé. Cominciò così una
sciagura di fine anno. Valeria aveva un passo svelto e con le mani si
teneva stretti al collo i risvolti della giacca. Nera di pelle. Un
manrovescio in pieno viso e duro, quando verso casa discutevano di
parenti e telefono pubblico, gente che aspetta fuori della cabina e di
tempo breve di una telefonata e di maledetti auguri di felice-fottuto
anno nuovo. Sangue le era colato dal naso in tutta la faccia e sulla
giacca. Si era accasciata al suolo contro una rete di ferro e teneva la
fronte alta e la mano sugli occhi insanguinata. Apriva e chiudeva le
labbra e pareva un pesce sbattuto fuor d'acqua. Impressione, faceva. Il
sangue, maledetto sangue, le usciva a fiotti dalle narici e dalla bocca.
Marco non sapeva che fare ed era indemoniato e qualcuno là, prima,
fuori della cabina telefonica, lo aveva fatto indemoniare. Forse il
demonio stesso nelle persone che attendevano da venti minuti che lei
finisse di fare il "proprio comodo". Già. Il demonio negli
sbuffi e nel fiato e nelle parole seccate delle persone che attendevano
libero il telefono e lo fissavano di sbieco: guardavano proprio lui,
Marco Princese; ogni tanto lanciavano qualche occhiata verso la cabina e
dicevano: "Forza bella, dacci un taglio! È mezzora che sei là
dentro, quanto diamine ci vuole a telefonare?... ".
Parlavano a denti stretti e però volevano farsi ascoltare. Sembrava che
fossero tutti d'accordo nel rivolgersi implicitamente a lui.
"Ehi, quella ragazza è mezzora che è dentro e sta parlando e chi
sa cosa avranno da dirsi. È una maleducata, sì, una gran figlia di
puttana… I giovani di oggi sono maleducati… Sì, è così, e le
ragazze giovani sono peggio dei maschi… e sono buone solo a darla via,
aprono le gambe e la danno via, ecco quello che sanno fare: non hanno un
minimo di rispetto né per sé, né per la famiglia".
"Ehi ehi ehi, adesso calmati, cosa c'entra darla via e cosa c'entra
la famiglia?, devi calmarti, capito?" disse uno. "Stai andando
fuori dal seminato!".
"Non mi calmo affatto" disse quello, "è una questione di
rispetto e basta, e non ho nessuna intenzione di passare da idiota!
Questo è un telefono pubblico, va bene?, e vadano a casa loro, questi
luridi bastardi, se vogliono fare quello che vogliono!…".
6
Marco l'aiutò a risollevarsi, quando il sangue le aveva ricoperta la
faccia e lei piangeva e annegava e gli diceva: "Non lasciarmi,
aspettami!".
Lui si era staccato col cuore in gola sul ciglio della strada e
camminava avanti e gli pareva di non saper esistere più, come chi non
sappia di punto in bianco respirare. La coprì di insulti nuovamente,
retrocedendo come una furia di qualche passo, mentre si avviavano verso
casa. Valeria si era sfilata dal collo il foulard. Lo teneva pressato
contro il naso e supplicava: "Aspettami!…", respirando con
la bocca invasa, perdendo sangue a profusione. Marco prese a calci una
donnetta che si era fermata di là dal marciapiede ad osservare. Le
borse della spesa in mano. Riducendola contro un cassone
dell'immondizia. Lasciandola muta e dolorante di stupore. Bisognosa di
soccorso e incredula, dall'altra parte della via.
7
Valeria entrò in casa e si lavò la faccia. Aveva gli occhi gonfi. E
anche lui venne e si lavò le mani nel lavandino, passandosi acqua sulla
nuca. Imprecava e non riusciva a stare fermo in cucina. Disse che
dovevano tornare fuori subito: uscire alla svelta e senza commedie,
perché in casa l'avrebbe sicuro gonfiata di botte, lei maledetta e
quella figlia di bagascia della sua amica bastarda, che cavolo avesse da
raccontarle al telefono, che diavolo avessero mai da raccontarsi, eh?,
quando fuori c'era gente che aspettava e aveva da telefonare, e già da
dieci minuti erano tutti lì che sbuffavano e guardavano l'ora e
dicevano ch'era maleducazione, insomma, certo, sì!, maleducazione!, e
che il telefono è pubblico e non si può stare dentro mezzora quando
fuori c'è gente che aspetta, e che razza di cazzo di modi sono! Questo,
diceva Marco, e non riusciva a fermarsi, né a sedare la collera per ciò
che andava imprecando e che le aveva combinato in strada, con quella
smanacciata in pieno viso. Con quella smanacciata. "Devi
lasciarmi!" le gridava. "Lasciami adesso!". Graffiandosi
con le unghie come se fossero artigli di animale. "Devi lasciarmi
qui, ora!, in questo momento!, andartene via e non farti vedere mai più!".
8
"Non mi vuoi bene!" disse a un certo punto lei con brutalità.
Il sangue le colava rubino dal naso alla carta igienica ruvida e
appiccicata fra le dita.
"Non mi hai mai voluto bene…".
Un rotolo di carta igienica teneva fra le gambe; piangeva e srotolava
seduta in cucina. Lui le bestemmiava attorno e aveva impressione del
proprio respiro. Bestemmiava Dio, la Madonna e Tutti i Santi.
"Non te ne ho mai voluto!" gridò in casa ovunque come un
ossesso e con una smorfia di disprezzo orribile.
9
Era presto ancora nell'orologio sopra il forno. Mancava molto a
mezzanotte. Avrebbero voluto essere calmi, calmi, calmi, eppure tutto
moriva di fretta. "Dio mi maledica!" pensava Marco, non
sapendo fermarsi e non provando alcun amore per niente. "Dio mi
maledica!".
10
"Sparati!" continuò a imprecare. "Sparati e falla
finita. E la tua amica bagascia dì che si spari. E sparati anche tu.
Sparatevi tutti e Dio che si spari anche lui! Guarda cosa ti ho fatto.
Hai visto cosa ti ho fatto? Io non volevo. Dio lo sa che io non voglio
essere in questo: MODO DI MERDA, cazzo!… Tu lo sai che io non lo
voglio!…".
"Tu sei cattivo… Sai dirmi solo cose cattive".
"È la verità!" gridò e vibrava contro i muri e le pareti
occupate dai quadri. "La verità e basta! Vuoi che mi uccida? Posso
uccidermi, se voglio: posso anche farlo. Ma no, non lo farò!, non ne
vale la pena. Per una merda come te. Guardati! Guarda come ti ho
ridotta! E tieni su la fronte, non stare giù con la testa, cazzo!…
Usciamo, dobbiamo uscire, tornare subito fuori, avanti,
muoviti!…".
Tutto doveva essere calmo, stasera, ma invece ogni cosa moriva di
fretta.
©
Paolo Brunelli
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