Da "Niente del tango" di Paolo Brunelli , Edizioni Clandestine 2004


Paolito era giunto in città una mattina. Dalla provincia di Tucumán. Quasi trent'anni, aveva. Un lunedì a mezzogiorno. Ed era primavera. Poche cose in una valigia e un passato di nessuna importanza. Si era messo in testa di fare il salto di qualità, realizzare il sogno. La cosiddetta Leggenda Personale. Essere libero. Per amore o per istinto. Ballare. Affinare il senso del tango e della vita. Si arrangiò a La Boca. Trovò una camera con uso cucina en subarriendo, vale a dire in subaffitto. Calle Necochea. Ogni giorno alle nove scendeva le scale del conventillo, cioè del palomár . Toccava terra col suo passo lesto e fischiettava in strada come se respirasse fortuna. Per tutta la giornata lavorava a Puerto Madero, cameriere in un ristorante. Di notte, ballava in giro per cantinas e milongas . Bruciava di energia per il tango. Cambiava ragazza tutte le settimane. Lo aveva sempre fatto. Ne conosceva da ogni parte. Lui ci sapeva fare. Bastava che le guardasse negli occhi. Le attirava come un profumo. Le ragazze erano fatte per lui. Ma non resistevano più di tanto alla sua cocciuta passione. Una sera provò al caffè Los Angelitos de Caminito. Si offrì di ballare per sostituire qualcuno all'improvviso. Qualcuno bloccato altrove da un benedetto inconveniente, sì.
Fu quella un'occasione da prendere al volo. Il vero colpo di fortuna. Non più il solito tram passeggero a cui aggrapparsi. La ragazza con cui ballò s'innamorò di lui a prima vista e diventò la sua compagna per qualche tempo. Si chiamava Aurelia Debizet. Dopo lo spettacolo, il direttore lo fece chiamare nel suo ufficio. Gli disse di tornare l'indomani. E pure l'indomani successivo e tutte le notti e le volte che avesse voluto. Paolito annuì e sorrise e non disse niente. Pensò che la sua vita era un destino che si stava compiendo. La gente ne era entusiasta. Lui aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri. Quello che faceva lo vedevi. Quello che faceva sul palco lo vedevano tutti. Ci andava ogni fine settimana, a Los Angelitos. Andava lì e non chiedeva mai di essere pagato. Soltanto si divertiva a ballare il tango a modo suo. Ma in questo modo la cosa divenne vincolante, come una sorta di implicito impegno. Faceva spettacolo e così divenne vincolante. Allora cominciarono a pagarlo bene per davvero. Paolito appese la giacca da cameriere al chiodo e si fece crescere i baffi sottili. Prese a camminare con lo sguardo fisso davanti a sé.
Pensò che tutto era molto più facile di quanto avesse immaginato mai. Pensava che di questo passo avrebbe potuto arrivare chissà dove. Si sentiva libero e concentrato. Sereno come un filosofo e presente alla vita come un figlio di puttana. Di giorno provava e riprovava lo spazio minimo e l'improvvisazione. Di notte faceva le ore piccole. Frequentava i 'sotterranei'. Piroettava dietro alle gonnelle. Spendeva denaro. Nell'addormentarsi, di tanto in tanto, con Aurelia Debizet, infilava respiri pesanti come il piombo. Così a volte gli capitava l'avventura di sognare un nuovo giro di tango in profondità. Balbettava nel sonno e scivolava di continuo fuori e sotto le lenzuola. Quando ciò accadeva, lei vegliava per tutta la notte in silenzio, assorbita dai pensieri rossi e neri e dalla gelosia dell'amore. Paolito sognava spostato di fianco. Indaffarato a sondare i fondali dalle mille possibilità. Poi, la mattina dopo, l'ennesimo giro di tango l'aveva in pugno. Frutto al tempo stesso del suo inconscio e della fantasia. Catturato avvolto con la membrana notturna e trascinato nella darsena della mente. Bello spiaccicato, l'aveva, nella luce coreografica degli occhi, e pronto in testa da eseguire. Per questo, non appena sveglio, nel timore di poterselo dimenticare, Paolito avvertiva sempre l'immediata urgenza di consumarlo con lei, delicata e palpitante preda. Toccarne le forme, servirsi da solo, saggiarne la lezione autentica prima che svanisse la centralità dell'idea. "C'è poco tempo! Dio, quanto poco tempo!…" sobbalzava nel cercare le prime connessioni. Schioccando la lingua contro il palato, le si rivolgeva: "Stai dormendo?… Di', mi senti?…".
Oppure a volte non le diceva niente. Le dava solo una leggera pacca sul sedere, le infilava le mani e le braccia sotto le natiche legandosela al petto. E anche se Aurelia Debizet annaspava piena di sonno e mugugnava e muggiva aggrappandosi alle lenzuola, beh, Paolito Palermo la prendeva in braccio e la portava nel centro della stanza e la mollava in piedi. "¡Bailámos!…" la invitava carezzandole una caviglia ed era sempre quasi mezzogiorno. Poi le prendeva le mani. "Ti prego, non è per cattiveria che lo faccio!" rilanciava. Così provavano in mutande, come due figure compagne della stessa realtà; oppure nudi, ma rigorosamente con le scarpe da ballo. Aurelia sonnolenta e svagata.
Paolito nebuloso e gagliardo. Intanto lei a volte però faceva il manichino e allora lui, ecco, si arrabbiava. Oppure invece tutto filava liscio come il pelo di un gatto. Ma questo in fondo non era mai stato l'essenziale. Infatti, sebbene avessero molte cose in comune, Aurelia Debizet avvertiva spesso, al di là di ogni muto scorrimento, e con sempre maggiore violenza, uno scarto, fra lei e lui, durante le prove e certe volte anche sul palco e davanti al pubblico. Già, proprio così. Quasi che Paolito Palermo costituisse un'entità a sé stante, un fianco di armonia, un gesto innovatore, globale, di per sé completo. Ogni volta che la guardava penetrava i suoi occhi fino al vertice sommerso. Lei cercava di registrare i suoi passi. Ne era soggiogata e innamorata e lo seguiva semplicemente come si seguirebbe un dio che balla. Per questo motivo, lui fu davvero la grande passione e il grande struggimento di Aurelia Debizet.


 

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