Paolito
era giunto in città una mattina. Dalla provincia di Tucumán. Quasi
trent'anni, aveva. Un lunedì a mezzogiorno. Ed era primavera. Poche
cose in una valigia e un passato di nessuna importanza. Si era messo in
testa di fare il salto di qualità, realizzare il sogno. La cosiddetta
Leggenda Personale. Essere libero. Per amore o per istinto. Ballare.
Affinare il senso del tango e della vita. Si arrangiò a La Boca. Trovò
una camera con uso cucina en subarriendo, vale a dire in subaffitto.
Calle Necochea. Ogni giorno alle nove scendeva le scale del conventillo,
cioè del palomár . Toccava terra col suo passo lesto e fischiettava in
strada come se respirasse fortuna. Per tutta la giornata lavorava a
Puerto Madero, cameriere in un ristorante. Di notte, ballava in giro per
cantinas e milongas . Bruciava di energia per il tango. Cambiava ragazza
tutte le settimane. Lo aveva sempre fatto. Ne conosceva da ogni parte.
Lui ci sapeva fare. Bastava che le guardasse negli occhi. Le attirava
come un profumo. Le ragazze erano fatte per lui. Ma non resistevano più
di tanto alla sua cocciuta passione. Una sera provò al caffè Los
Angelitos de Caminito. Si offrì di ballare per sostituire qualcuno
all'improvviso. Qualcuno bloccato altrove da un benedetto inconveniente,
sì.
Fu quella un'occasione da prendere al volo. Il vero colpo di fortuna.
Non più il solito tram passeggero a cui aggrapparsi. La ragazza con cui
ballò s'innamorò di lui a prima vista e diventò la sua compagna per
qualche tempo. Si chiamava Aurelia Debizet. Dopo lo spettacolo, il
direttore lo fece chiamare nel suo ufficio. Gli disse di tornare
l'indomani. E pure l'indomani successivo e tutte le notti e le volte che
avesse voluto. Paolito annuì e sorrise e non disse niente. Pensò che
la sua vita era un destino che si stava compiendo. La gente ne era
entusiasta. Lui aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri. Quello che
faceva lo vedevi. Quello che faceva sul palco lo vedevano tutti. Ci
andava ogni fine settimana, a Los Angelitos. Andava lì e non chiedeva
mai di essere pagato. Soltanto si divertiva a ballare il tango a modo
suo. Ma in questo modo la cosa divenne vincolante, come una sorta di
implicito impegno. Faceva spettacolo e così divenne vincolante. Allora
cominciarono a pagarlo bene per davvero. Paolito appese la giacca da
cameriere al chiodo e si fece crescere i baffi sottili. Prese a
camminare con lo sguardo fisso davanti a sé.
Pensò che tutto era molto più facile di quanto avesse immaginato mai.
Pensava che di questo passo avrebbe potuto arrivare chissà dove. Si
sentiva libero e concentrato. Sereno come un filosofo e presente alla
vita come un figlio di puttana. Di giorno provava e riprovava lo spazio
minimo e l'improvvisazione. Di notte faceva le ore piccole. Frequentava
i 'sotterranei'. Piroettava dietro alle gonnelle. Spendeva denaro.
Nell'addormentarsi, di tanto in tanto, con Aurelia Debizet, infilava
respiri pesanti come il piombo. Così a volte gli capitava l'avventura
di sognare un nuovo giro di tango in profondità. Balbettava nel sonno e
scivolava di continuo fuori e sotto le lenzuola. Quando ciò accadeva,
lei vegliava per tutta la notte in silenzio, assorbita dai pensieri
rossi e neri e dalla gelosia dell'amore. Paolito sognava spostato di
fianco. Indaffarato a sondare i fondali dalle mille possibilità. Poi,
la mattina dopo, l'ennesimo giro di tango l'aveva in pugno. Frutto al
tempo stesso del suo inconscio e della fantasia. Catturato avvolto con
la membrana notturna e trascinato nella darsena della mente. Bello
spiaccicato, l'aveva, nella luce coreografica degli occhi, e pronto in
testa da eseguire. Per questo, non appena sveglio, nel timore di
poterselo dimenticare, Paolito avvertiva sempre l'immediata urgenza di
consumarlo con lei, delicata e palpitante preda. Toccarne le forme,
servirsi da solo, saggiarne la lezione autentica prima che svanisse la
centralità dell'idea. "C'è poco tempo! Dio, quanto poco
tempo!…" sobbalzava nel cercare le prime connessioni. Schioccando
la lingua contro il palato, le si rivolgeva: "Stai dormendo?…
Di', mi senti?…".
Oppure a volte non le diceva niente. Le dava solo una leggera pacca sul
sedere, le infilava le mani e le braccia sotto le natiche legandosela al
petto. E anche se Aurelia Debizet annaspava piena di sonno e mugugnava e
muggiva aggrappandosi alle lenzuola, beh, Paolito Palermo la prendeva in
braccio e la portava nel centro della stanza e la mollava in piedi.
"¡Bailámos!…" la invitava carezzandole una caviglia ed era
sempre quasi mezzogiorno. Poi le prendeva le mani. "Ti prego, non
è per cattiveria che lo faccio!" rilanciava. Così provavano in
mutande, come due figure compagne della stessa realtà; oppure nudi, ma
rigorosamente con le scarpe da ballo. Aurelia sonnolenta e svagata.
Paolito nebuloso e gagliardo. Intanto lei a volte però faceva il
manichino e allora lui, ecco, si arrabbiava. Oppure invece tutto filava
liscio come il pelo di un gatto. Ma questo in fondo non era mai stato
l'essenziale. Infatti, sebbene avessero molte cose in comune, Aurelia
Debizet avvertiva spesso, al di là di ogni muto scorrimento, e con
sempre maggiore violenza, uno scarto, fra lei e lui, durante le prove e
certe volte anche sul palco e davanti al pubblico. Già, proprio così.
Quasi che Paolito Palermo costituisse un'entità a sé stante, un fianco
di armonia, un gesto innovatore, globale, di per sé completo. Ogni
volta che la guardava penetrava i suoi occhi fino al vertice sommerso.
Lei cercava di registrare i suoi passi. Ne era soggiogata e innamorata e
lo seguiva semplicemente come si seguirebbe un dio che balla. Per questo
motivo, lui fu davvero la grande passione e il grande struggimento di
Aurelia Debizet.
|