"Il vecchio che imparò a volare" di Paolo Brunelli, 2002

    

1.
A Migliarina di Filattiera, in alta Lunigiana, presso la statale Cisa che da Pontremoli conduce a Villafranca, pare che abitasse un uomo vecchio. Di nome Ernesto. Ma da tutti chiamato Laerte. Il quale, nell'ultima estate di vita, fu solito, la mattina (e non molto diversamente da tutte le mattine precedenti negli anni), levarsi abbastanza presto che fosse ancora buio e mai troppo tardi da non sen-tire più fremere gli uccelli. Così veniva a mettersi nella sedia, fuori dell'uscio: al centro della terrazza quadrata che dà sulle scale esterne di quella sua casa posta nei campi. A qualche distanza sotto la strada.
Vestito del cappello che, sostengono alcuni aver sentito dire, non si toglieva neppure per la-varsi la faccia, e di una stessa giacca di velluto a coste, diversa dai pantaloni solo nel tono più casta-gna del marrone, respirava, dapprima sommesso, la trasparente aria fresca, immobile su tutte le cose. Di lì a poco, e nello sfrigolare dei grilli, con nessuna volontà precisa, ma come riavendosi da un grande sforzo, il vecchio poneva lo sguardo alla densità del buio.
Nella penombra della luna, l'arco del suo viso, indebitato all'osso con la vita, diventava ine-spressivo.
Quasi dovessero perdere o sospendere la loro identità, i tratti del volto scomparivano. De-fluendo come acqua da una vasca cui sia levato il tappo.

Come un animale, nel produrre via via lievissimi sospiri di caldo fiuto, il vecchio poteva chiu-dere gli occhi e ascoltare soltanto. Il fiato sospeso e una condizione di abbandono che gli si affonda-va nello stomaco. Poteva udire all'infinito il fagocitarsi degli istanti: come un cadere di grani di sab-bia sulle foglie degli alberi; allucinate sensazioni di coinvolgimento provenire da invisibili stelle; ri-chiami remoti giungere limpidi al suo cuore, accompagnati ogni quando e spezzati da un vicino ab-baiare di cani.
Così fu solito fare il vecchio Laerte, nell'estate in cui cercò di imparare a volare, volgendosi alle ragioni ultime, definitive, di nessunissima ragione. E in ogni modo, quanto a lui pesava e pareva essere tale.

2.
Non appena il mondo diventava chiaro, e nel momento seguente che risultasse a pennello, sentendosi la testa leggera e straordinariamente mobile sul collo, il vecchio poteva girare verso l'alto infinito gli occhi. Trovare nello spicco l'espansione prodigiosa di nessuna vertigine.
Compressa di coramina sotto la lingua, cuore sospeso qualche sciocco istante, Ernesto Laerte pensava che può essere l'enfasi, a volte, del respiro, a rendere drammatici i pensieri. O altrimenti, la loro tragica irresolutezza.
"Oh, come sono contento!", sembrandogli dunque di poter pensare a tratti (soltanto limitan-dosi, per il momento, ad un primo grado di approssimazione al vasto colore dell'infinito).
Le prime volte, immediatamente, ovunque si volgesse a guardare, fra i voli argentini e le grida sfrenate degli uccelli, provava un senso di nostalgia incolmabile.
(Già, d'altronde, l'essere avviato ad un tale formidabile privilegio - e avendone affinata in tut-to luglio e agosto la non comune sensibilità - venne a costituire fatto che, per quanto straordinario i primi tempi, suscitava ultimamente in lui accessi opposti di ebbrezza smisurata e di romantica, este-nuante malinconia. Fu in questi ultimi, che dovette completare la nuova forza di coscienza e, princi-palmente, forgiare il totale distacco dalla natura umana. Ribaltare punti di vista e convinzioni radicati nel suo essere limitato entro la carne. Quasi dovesse, qui e di punto in bianco, azzerare ogni forma di dubbio e di certezza. Per ricevere, forse o sicuramente, un beneficio. Rispetto al quale i cambiamenti già in lui avvenuti sino a quel punto, erano stati unicamente una premessa. In assoluto superficia-le).

3.
Fu così che il vecchio dovette a lungo soffrire, nelle mattine di quell'ultima estate. Dilaniarsi l'anima con cento banali quesiti senza plausibile risposta. Abbarbicandosi alle più vane paure, princìpi superiori, titubanze. Mendicando Fede alla propria fede. Dovendo trascorrere molte notti e molte mattine, prima di comprendere appieno di averne dismessa la capacità; semplificato e ridotto al mi-nimo nucleo indispensabile ogni attuale valore.
Egli era prossimo a divenire un tutt'uno con l'aria, il cielo, il giorno, la notte: le esistenze di tutto ciò che non ha fine, se non per una fine maggiore. In cui non c'è durata e dimensione.

4.
Nelle mattine di quell'ultima estate, quando il fresco della notte cominciava a risalire, come un'ombra di sudore freddo, verso le colline circostanti e le montagne, allora il cielo schiariva in un colore bluastro insolito. Disvelando i contorni azzurri di un'altra porzione apparentemente più longe-va e sovrapposta di cielo. Cosa che provocava al vecchio un'interminabile vertigine di appartenenza e di approssimazione.

Né un attimo prima né dopo, con precisione incalcolabile, rispetto a quando l'istinto e la co-noscenza di sé lo afferravano a seguire la volontà dei propri mutamenti, - poteva scivolare, con cer-vello infantile, nel gesto perenne del premersi minutamente il pollice sui calli delle mani. Gli pareva lì di ascoltare, con l'udito della memoria, l'eco dei ricordi. Come se nei calli delle mani avesse accumu-lata la storia della propria vita. Quasi come un albero, che racchiude nel cuore del tronco gli strati circolari del proprio essere.
Nel modulare ciò, rimaneva qualche istante senza fiato. Le dure labbra fini semichiuse. Mentre laggiù, dentro i calli delle mani, Laerte il Bimbo era vivo e giovane come un uccello.
Poteva essere quello che voleva. Un merlo, un tordo, un pettirosso. Tutto quello che era sta-to in passato.
"Oggi fa caldo" diceva a se stesso. Nel guardare le vampe di sole attraverso le foglie degli al-beri.
"Mi piace, il caldo... Però in certi giorni è stato anche freddo... Se volessi, potrei ricordarmi di tutte le volte che in passato è stato freddo... E anche di quando mi piaceva il freddo e volevo che fosse freddo sempre... per rimanere in casa a non far niente davanti al fuoco... Me lo ricordo... basta-va che non ci fosse vento...".
A quel punto - così si racconta -, prima di scrivere sempre quanto avesse in mente, estraeva di tasca una rossa cipolla dell'orto. Tonda e lucida come una mela. Tagliatala in quattro abituali spic-chi, e ripostine tre nell'incavo della mano, teneva fra le dita il primo, staccandone le scaglie, assapo-randole senza bisogno di pane.
Cipolla soda e acuta, in certi casi fino alle lacrime, strizzava gli occhi e lasciava, Laerte il Vecchio, che insieme a quel sapore brusco, in tutto fisico e attuale, l'idea di poc'anzi e un'immagine, formatesi dai calli delle mani, prendessero forza in lui e ritorno, da una luce fra gli alberi come di lon-tananza.
( Chiunque fosse passato da quelle parti, l'aria che mandava profumo di orto e di erba recisa, beh, lo avrebbe notato seduto lassù, puntuale come il sole. Quanto meno, si dice, avrebbe notato il suo cappello sporgere. )

5.
Di seguito, riavendosi dal torpore di un dormiveglia, il vecchio staccava da un quaderno, che riponeva sempre in tasca, strisce di carta, mezze pagine su cui annotare ciò che gli pareva importante: un mazzetto di fogli e strisce di carta, custoditi nel cassetto del tavolino, sotto la tovaglia. Tenuti assieme con l'elastico.

In alcuni casi, a seconda della smania che impiegava nel vergare le parole, sentiva male al polso: il dolore che è proprio della fatica e della cocciuta resistenza ad essa. (La fatica, in tali frangenti, o il dolore fisico in generale, rappresentarono, nelle mattine ai primi di settembre, gli unici momenti di ritorno alle sensazioni umane fisiche; da cui potevano scaturire altre sensazioni, come la fretta e la voglia di seguire i pensieri attraverso la memoria, il fatto di schiacciarli, con forza e tenacia, sotto il peso della biro; l'istinto di conservazione o cosa). Allora, scrivere, poteva diventare una corsa a inse-guimento. I pensieri e le immagini fuggivano in volo, mentre il vecchio li seguiva in alto sin che pote-va, per catturarli e conservarli giù, con sé, a terra.

6.
Dunque, pare che giorno dopo giorno, nelle mattine di quell'ultima estate, avesse dominato, Ernesto Laerte, dalla sua terrazza il cielo.
Da lì, dalla prima volta e nei voli successivi, poté misurare, con sempre maggiore apertura, l'ampiezza smisurata dei propri turbamenti. Le possibilità infinite oltre la vita umana.

Ora, se ad alcuni di coloro che sentano raccontare queste storie, può sembrare scontato il pensiero che per un vecchio non ci sia futuro, e che dunque ogni sua attenzione più profonda non possa che essere rivolta indietro al passato, beh, non pare questo il punto; quantomeno in relazione al nostro.

In verità, il Vecchio dormiva, tanto per fare un esempio, come il Bambino. Senza nemmeno far caso al sonno. Si alzava, veniva a sedersi fuori nella terrazza e, sempre a quel che si racconta, gli pareva di avere già vissuto almeno tre volte in intensità. Non che riponesse, peraltro, vaghe speranze nella reincarnazione o nei sogni della notte o, chessò io, nella teoria dell'eterno ritorno. Ciò si può supporre legittimamente. Avendo ascoltate, al riguardo, le più svariate impressioni di chi lo abbia co-nosciuto per averci parlato anche un'unica una volta.
Ma ciò che par vero - sempre che di verità, in relazione ad argomenti del genere, delicati quanto labili, si possa parlare - è, o meglio, sarebbe, che il vecchio respirava - aveva preso insomma a degustare -, una sorta di acquisita subcoscienza dell'ampio e del raro che infila e raccoglie i più piccoli e banali significati del mondo. Ecco, accidenti, al di là dell'evidente imbarazzo delle parole, quando siano impegnate, loro malgrado, non solo a tramandare, ma altresì a sviscerare il capo ripo-sto di eventi a tal punto straordinari, pare avesse capito, Ernesto Laerte (non è dato purtroppo sapere in base a quale specifica "rivelazione"), che ogni esistenza, QUELLA DI TUTTO CIÒ CHE È VIVO O MORTO, è già incredibilmente quella stessa che si chiama ETERNA.
E che fra l'Essere e il Non-Essere la linea di confine è puramente allusoria.

Né, a tutt'oggi, le strisce di carta, o i fogli interamente scritti, (conservati in una teca di vetro, presso il museo etnografico di Villafranca in Lunigiana), in più occasioni oggetto di accurati stu-di esegetici ed esami calligrafici, sono valsi in alcun modo, MAI, a comprendere niente di mediato. ECCETTO UN FATTO.
E cioè che, dal punto di vista, per così dire, cronologico-indicativo, quello che sembra certo - e nessuno osa metterlo in dubbio -, è che la mattina prima di andarsene - la data apposta in calce al foglio, seppure poco leggibile, sarebbe quella del 12 settembre - il vecchio Laerte scrisse le ultime definitive parole. Formulate, nella quasi interezza, sotto forma di interrogativo retorico; e dalle quali parrebbe doversi dedurre Tutto e pure Niente. Come se dovessero riguardare Tutti e dunque Nessuno. Allo stesso modo, si dice, del giorno e della notte, del sole e della pioggia, del Perché e del Non-Perché.

Dunque, egli si domanda:
" Siamo tutti una grande famiglia?
Gli amici che ho avuto, i miei familiari,
il ritratto di me stesso riflesso nello specchio.
I volti della tivù, che ogni giorno ci appaiono vivi e virtuali al medesimo tempo. E i nostri cani, con i loro diversi modi di scodinzolare e farci le feste.
Quanto può dilatarsi la nostra famiglia, ogni volta che qualcosa o qualcuno si apre uno squarcio nella nostra esistenza?
Vivremo a un certo punto di ricordi?
Quando arriverà la mia stessa fine?
E quando, la nostra di ognuno?
Ma ci sarà, poi, una fine per tutti?
E quante domande avrò ancora da rivolgere a CHI?
Quali volti e quante immagini ricorderò, nell'oblio della mente?
Forse anche D'io, e i cristi. Che ho conosciuti nei giorni passati. Ognuno col suo colore, appetito, volto impassibile nella memoria labile dell'estrema unzione.
Riderò?
Mi scapperà da ridere?
Saprò negare o affermare me stesso quanto basta da congiungere quella mia ultima ora al-l'ineluttabile MOMENTO ETERNO?
Contrappasserò?
Ne avrò la serenità, la forza, la faccia tosta?
Credo di sì, in fondo.
Fra le mille bugie, per una soltanto avrò vissuto e reso il mio infimo battito d'ali.
Bugie?
Verità?
Illusioni?
"Volare non è come correre", penserò. "Volare non è come camminare".
E spiccherò il volo.
E volerò.
Vedrò in un attimo tutto dall'alto.
Senza più gambe né braccia.
Mi verrà da piangere forse, ma non avrò lacrime né voce.
E non avrò respiro.
Ma vedrò.
Seguiterò per sempre a vedere.


POST SCRIPTUM
La leggenda vuole che all'alba dell'ultimo giorno il cielo estivo si presentasse basso e cupo sopra la terrazza. Gli uccelli volassero avanti e indietro lungo la strada come oppressi. Le loro grida, rasenti al suolo, provocassero ovunque un'eco assurda di rumore.


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Paolo Brunelli 2002 -  Tutti i diritti riservati


 
 

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