| "Alla stazione" di Patrizia Bossoni, 2002 |
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È mezzora che lo guardo. Sta lì, immobile sotto il tabellone delle partenze. La testa all'indietro, le mani sprofondate nelle tasche del cappotto. Da mezzora sta lì, immobile, a guardare. Ogni poco, una girandola di lettere e numeri scompongono e ricompongono nomi di città e orari. "È in arrivo, al binario sei, il treno proveniente da…". La voce sovrasta il tramestio della folla e i rumori che riempiono l'aria della stazione. E lui sempre lì, immobile sotto il tabellone delle partenze. Ha i capelli bianchi. Sembrano morbidi a guardarli. Un poco lunghi, ondulati, ben curati. Chissà se quando c'è vento, li riordina pettinandoli con le dita. I passeggeri scesi dalle carrozze del treno appena arrivato, passano. Qualcuno prosegue il cammino verso un altro binario. I più, si sbrigano verso l'uscita della stazione. Giacche e cappotti colorati, scarpe appuntite, quadrate, sportive o eleganti. Bagagli d'ogni genere, borse, borsoni, valigie con e senza ruote. Mamme agitate strattonano i figlioletti che puntano all'edicola per le figurine del momento. Padri attendono congiunti e fardelli. Cuori ansiosi cercano con gli occhi la figura amata. In mezzo alla fiumana di corpi, scompare la testa bianca. Mi chiedo se abbia occupato la mente seguendo il mulinello di parole, nell'attesa di qualcuno; perché, quando s'aspetta si sa, il tempo rallenta e l'ansia stride contro le delicate pareti dell'anima. La gente migra verso altre mete. Lo sciame multicolore s'allontana ridando dimensione allo spazio. Ho la schiena intorpidita. Mi sposto da un piede all'altro per alleviare la tensione. Lui è ancora lì, immobile sotto il tabellone delle partenze. Forse è venuto alla stazione per comprare le sigarette. Oggi è festa. Le tabaccherie sono chiuse. Talvolta capita di non avere spiccioli per il distributore automatico, e allora la stazione ferroviaria, se si ha la fortuna di averne una non troppo distante da casa, diventa l'ancora di salvezza del vizio. Ma possibile, che un uomo bramoso di soddisfare la voglia di un tiepido sbuffo grigio, si dia pena d'andare alla stazione per stringere fra le labbra una sigaretta e poi rimanga un'ora (già, perché nel frattempo è trascorsa un'ora) sotto il tabellone delle partenze, senza fumarne? Ne accendo una io, questa fissità mi sfinisce. Come durante la ripresa di un film, si ripete l'azione. Ciack si gira. E due. Serpeggiano teste. Nuove comparse riempiono questo paradossale set. Vanno. Scena in dissolvenza. Rimane lui, immobile sotto il tabellone delle partenze. Forse spera nell'apparire di una meta che gli risvegli la voglia d'avventura. Potrebbe sentire il desiderio di fare un viaggio, di sedere accanto al finestrino e guardare il mondo sfrecciare a gran velocità. La sensazione è questa, seduti vicino al finestrino del treno: noi fermi mentre alberi, campi, case, montagne, fiumi corrono veloci. L'occhio impazzisce, nel tentativo di trattenere qualche immagine, poi cede, vinto e deriso dal paesaggio inafferrabile. Osservo un ragazzo sulla sedia a rotelle. Capisco che per lui non è una condizione nuova dall'energia che c'è nel movimento delle mani sulle ruote. Si dirige verso l'uomo sotto il tabellone delle partenze. Si ferma. Sono uno a fianco all'altro. Il giovane leva il capo. Il pensiero corre. Ora l'uomo toglierà le mani dalle tasche, le poserà sulle spalle del ragazzo, e poi, li vedrò allontanare insieme. Attendo. Il giovane si dà una spinta e se ne va, solo. Ho freddo. Alzo il bavero del cappotto. Anche il cervello è intirizzito. Non riesco ad elaborare altre ipotesi. Che diavolo ci fa un uomo sotto il tabellone delle partenze, in una fredda domenica di fine autunno, lì fermo da oramai un'ora e mezza? Possibile che non abbia altro da fare? Non s'accorge del fermento che lo circonda? Non sente la voce che annuncia arrivi e partenze? E il vociare fastidioso e disarmonico della gente non lo avverte? Ed il roteare schizofrenico di lettere e numeri non gli è ancora venuto a noia? Se non deve partire, se non aspetta qualcuno, cosa fa sotto quel maledetto tabellone? S'è mai visto un essere umano in pieno possesso delle proprie facoltà mentali, rimanere fermo per oltre un'ora e mezza sotto il tabellone delle partenze? Deve essere un folle. Non c'è altra spiegazione. Io vado in collera quando non trovo una soluzione logica agli enigmi. Le mani tremano mentre s'organizzano per accendere un'altra sigaretta. Non credo ai miei occhi. L'uomo s'è voltato. Viene verso me. Ho paura. Potrebbe avere un'arma nascosta. Non ha mai tolto le mani dalle tasche. Forse l'ha stretta o carezzata per tutto il tempo nell'attesa di designare la sua vittima. Mi tengo pronta. Ogni muscolo, ogni nervo del mio corpo è teso. Sono come un animale selvatico pronto ad attaccare prima che il sentore di pericolo divenga odore di sangue. Del mio sangue. L'uomo s'avvicina. Non ha un'espressione cattiva, ma per natura non mi fido delle apparenze. Mi guarda. Sorride. Cammina e sorride. Cammina, sorride e mi guarda. Avanza senza fretta. Adesso non ho più paura. Sono pronta a scattare. Sembra che la stazione si sia fatta deserta. Non c'è più nulla attorno. Niente suoni, niente voci né rumori, niente stridore o sferragliare di treni. È di fronte a me. Vedo in viso l'uomo che, per oltre un'ora e mezza è rimasto, immobile con le mani sprofondate nelle tasche del cappotto, sotto il tabellone delle partenze. - Non è stanca? Se sono stanca? Certo che lo sono! Ma che razza di domanda è questa? Ho il fumo agli occhi. - E lei? Per quale ragione è rimasto tutto il tempo sotto il tabellone? Il mio indice si leva sdegnato ad indicare là. La voce è alterata. Sono in preda all'ira. - Non sono stanco. Ogni giorno vengo qua e rimango immobile con gli occhi puntati agli orari delle partenze. Poi mi volto e guardo se qualcuno è fermo a fissarmi. Se qualcuno c'è, m'avvicino, saluto e ringrazio. Non capita spesso che la curiosità dia scacco matto all'insofferenza. Mi creda. La voce dell'uomo è quieta. Sorride, leva con calma una mano dalla tasca, la tende. Inebetita allungo la mia. Si stringono. - Ora devo andare. Buona serata e belle cose. Si volta e se ne va a passo lento. Le mani nuovamente dentro le tasche ed i capelli che ondeggiano come nebbia sul lago nelle mattine d'autunno. Non chiedetevi mai, se vi capita, il perché ci sia un uomo fermo sotto il tabellone delle partenze. Mettevi comodi, ed aspettate. © Patrizia Bossoni 2002 - Tutti i diritti riservati |