"La fine del tempo" di Lilit Boninsegni, 2002

Tempo che corre, che fugge veloce, che scatta, che vola, che spicca rapace, ghermisce e tace; si allunga e contorce, scappa fugace, supera e salta, gareggia col vento,rimbomba tenace nell'ultimo sforzo e scade stremato nel cieco riposo.
Pace serena, silenziosa.
Si sono placati gli istinti, i laceri ghigni, i terribili giochi contorti. Ora che il tempo è scaduto, ribolle nel buio una calma di vetro.
Sospesa nell'oscurità una sfera riluce placida: sembra fragile cristallo, sembra una bolla di sapone, tanto è trasparente,ma la tremula e perlescente luce che emana comunica una sensazione di solidità e fermezza.
Dentro la sfera,una creatura è sdraiata.
Ha le gambe allungate su una poltrona ricoperta di candidi cuscini, e se ne sta supina con gli occhi semichiusi.
Sembrerebbe avere sembianze umane, sembrerebbe essere una donna…
Appoggia il capo su una spalla ed i suoi capelli sono lunghi ed esili fili d'oro e di rame che volteggiano disperdendosi nelle sfera cristallina.
Ella è vestita di tessuti vivi, candidi e impalpabili ed ha una pelle più lucida liscia e trasparente di qualsiasi essere umano.
Non può essere umana, perché lì dimora da tutti i tempi.
Ha visto nascere l'eternità e il nascere eterno, ha visto il tempo crearsi, dilatarsi ed estinguersi, ha visto ed atteso supina, con gli occhi semichiusi, che tutto il passato possibile le rimanesse alle spalle esaurendosi in se stesso.
Ora finalmente poteva riposarsi un po'. Alzò il capo, appoggiò le gambe delicatamente giù dai cuscini e si levò in piedi: eretta e rigida, con le vesti di perla, i capelli immobili a mezz'aria e gli occhi socchiusi, pareva una statua più antica di ogni ricordo.
Improvvisamente aprì gli occhi.
Un vortice avvolse tutto ciò che le stava intorno e spense tutte le luci, attirando al suo centro ogni attenzione.
Quegli occhi contenevano la più vasta delle immensità: oltre ad una saggezza sovrumana e potente, erano carichi di sentimenti, odio, amore, di passioni oscure e sconosciute; avevano in sé tutta la sofferenza, tutta la gioia , tutta la speranza possibili, erano scrigno segreto di presente, passato e futuro, di tempo infinito che gocciola nel pozzo più profondo.
Sarebbe stato impossibile sostenere un tale sguardo senza venirne risucchiati immediatamente.
Così la creatura eterea, dopo essersi voltata per guardarsi intorno, alzò lentamente il braccio sinistro tendendo il dito indice che brillò d'oro puro e con quello toccò lieve l'interno della sfera, che si schiuse lasciandola uscire.
A quel punto Ella si lasciò sfuggire una lunga, squillante, cristallina risata liberatoria. Gettò il capo all'indietro, e i capelli le ricaddero improvvisamente lungo la schiena, fino a toccarle i talloni: le sue vesti presero ad ondeggiare e invisibili campanellini tintinnarono nell'oscurità.
Quando ebbe ripreso coscienza, la creatura pronunciò parole in qualche sconosciuto linguaggio,quasi a provare la voce, e decise di partire alla ricerca della sua identità: ora che si era potuta liberare da quelle invisibili ma indistruttibili catene, sentiva il bisogno di conoscere qualcosa del suo passato, che era stato prima di tutti gli altri e che neanche lei poteva più recuperare nella memoria senza un aiuto.
Sfrecciò nel vuoto sicura e veloce, lasciandosi dietro una scia di piccole stelle d'argento.
Volteggiò poi nell'aria per sgranchirsi le membra assopite e girovagò fiutando tracce disperse nei tempi passati.
Scrutò attentamente lo spazio attorno a sé, ascoltando il vuoto oltre orizzonti infiniti, e si rinvigorì di nuova speranza.
Poi, sempre più veloce, si lanciò dritta verso un cumulo di fitta nebbia grigia allungato a forma di ellisse.
Entro breve vi era immersa. L'impatto fu duro e reale: nebbia vera; vero, umido freddo; concreto odore di passato.
Immediatamente si sentì addosso un'impalpabile sensazione di tempo che scorre.
Non si fermò finchè non poggiò i piedi su un terreno che le risultò liscio, duro, ma non troppo gelido. Mosse i primi passi e si sentì instabile e incerta, ma continuò forte della luce che le ardeva dentro la pelle.
Man mano che avanzava, vide la foschia diradarsi e potè finalmente distinguere i contorni di ciò che la circondava: sembravano cose reali, alberi, colline, campi e sentieri sinuosi; ma avevano tutti qualcosa di stranamente misterioso e inafferrabile: erano belli, certo, e veri, forse, ma pareva di avvertirli in sogno.
Guardarli, pensarli, senza poterli mai toccare.
Quando il grigiore di nebbia si fu del tutto allontanato, si diffuse una tenue luce rosata, che inondò la valle in cui Ella camminava.
Poco dopo, il suo sentiero giunse al termine e il chiarore rosato le mostrò un grande albero dai rami lunghi e nodosi,, dalle foglie verdi, dorate e grigiastre, con le radici piantate nel terreno tutt'intorno forti e salde.
Ella si passò una mano sulla fronte, quasi ad asciugarsi una goccia di sudore che però non c'era; dondolò la testa a destra e a sinistra, socchiudendo gli occhi e la sua espressione si fece più dura.
Il suo respiro divenne affannoso e i suoi capelli ricominciarono a fluttuare nell'aria. Sulla sua fronte pallida apparvero degli strani segni fluorescenti: gemme preziose incastonate nella sua pelle per comporre incantesimi dimenticati.
Emise un gemito soffocato e fece un passo appoggiandosi alle fronde dell'albero.
In quel momento l'albero parve irrigidirsi e levare le foglie al cielo, la sua corteccia si contorse infocandosi ed in breve il tronco fu liscio e levigato, con delle profonde e chiare incisioni che componevano uno strano disegno: un cerchio,sovrastato da una doppia linea ad esso perpendicolare,era ricoperto da un forte bagliore che non permetteva di leggere oltre.
Comunque,era bastato quello per farle comprendere di essere arrivata.
Oltrepassò l'albero e si trovò sulle sponde di un lago tondo e argenteo, circondato da un cerchio di verdi cespugli. All'opposta estremità di dove si trovava delle rocce si aprivano per lasciare scivolare da una fessura orizzontale una cascatella brillante.
Coraggiosamente Ella si tuffò nelle acque sconosciute e si sentì leggera.
Più luminosa di prima riemerse al centro del lago: le vesti erano rimaste galleggianti sull'acqua e il suo corpo nudo emanava un tale bagliore da rendere la sua immagine sfavillante.
Bella e regale, sospesa nell'aria, camminò con passi di piuma su quella strana superficie d'argento che sembrava non avvertire il suo peso.
Arrivò così alla cascata, che si aprì come un sipario al suo passaggio inghiottendola in un buio antro.
Oppressa da un grande peso fece luce con il suo stesso corpo in quella gola scura e silenziosa, sulle cui pareti strette e arcuate serpeggiavano riflessi violacei.
Ella salì qualche scalino intagliato nella fredda roccia e sentì ardere l'incisione sulla fronte.
Non le fu facile continuare a camminare eretta , sia per la grande stanchezza, sia perché il soffitto si abbassava sempre di più, finché fu costretta ad avanzare strisciando in uno stretto tunnel.
Il tunnel finì presto, aprendosi in un atrio circolare dal soffitto a volta.
Una luce filtrava da una piccola fessura al centro della volta, illuminando di riflessi opalescenti una pietra circolare, liscia, levigata, scura, che costituiva il pavimento del piccolo antro.
Fu così che si specchiò e capì.
Vide il proprio e lesse l'incisione sulla propria fronte che le raccontò il remoto istante in cui era venuta alla luce.
Non poteva dire chi fosse stato a crearla, ma una forte fitta di dolore le rammentò il momento in cui era avvenuto: bellissima, lucente, immortale creatura dotata della mente più saggia e del potere più grande, pronta ad affrontare con gioia e responsabilità la propria esistenza, venne incatenata nello stesso istante in cui comprese di essere in vita.
E la prigionia era crudele: fu costretta a partorire l'eternità, il tempo, la vita e la morte, il passato, il presente e il futuro, i figli che l'avrebbero condannata a giacere in una sfera trasparente per controllarli incessantemente senza riposo né gioie.
Solo cieco dolore. Tristezza. Solitudine.
Il lacerante ricordo di ciò che aveva dovuto fare, rinnovato incessantemente da nuove sofferenze: grida di dolore e poesie d'amore portate dai venti, vite di esseri che nascevano, gioivano cadevano e morivano, di nuovo tornavano felici a cavallo del tempo sicuri di esserne padroni.
La lunga agonia le aveva fatto dimenticare tra i flutti della memoria i motivi del suo grande dolore, ma ora capiva di essere stata la madre imperiosa e miserevole di figli che rendevano inutile, insensata e abominevole la vita per qualsiasi altra creatura vivente che dimorasse nell'universo per qualche tempo.
Si accorse che era solo a causa sua se tutte le vite erano condizionate e scandite dalla clessidra del tempo.
E fu atroce il pensiero di essere stata proprio lei a spingere gli uomini, creature curiose e sconosciute, ma profonde e sorprendenti, a lamentare finitezza e precarietà.
Quelle creature l'avevano affascinata a tal punto che osservarle dalla sua sfera era stato per lei indispensabile. La loro candida ingenuità, le loro passioni così forti, le immense speranze l'avevano stregata, facendola soffrire ogni volta che una storia finiva e tremare di rabbia quando un'altra cominciava per concludersi ugualmente.
I loro canti, i loro sentimenti, le loro preghiere le riecheggiavano ancora nella mente e rammentò tristemente la vuota sensazione di impotenza che provava ogni volta che il vento celeste le raccontava una nuova storia d'amore, odio o ingiustizia avvenuta nel mondo degli uomini.
Lei stessa li aveva involontariamente condannati a sopportare quella fitta lancinante, grandiosa, ma troppo breve che era la loro vita.
L'essere venuta in possesso del suo passato l'aveva resa indifesa e vulnerabile. Non avrebbe mai più voluto partorire.
Uscì dal tunnel e tornò alla luce del lago.
Si distese su un letto di foglie aspettando nella Loro dimora che i suoi figli crudeli si svegliassero e l'andassero a prendere per morire con lei.


©  Lilit Boninsegni - 2002
 


 

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