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Forse non molti ricordano l’espressione “pane e burro”. Denota una tradizionale merendina pomeridiana che le mamme e le nonne preparavano una volta a figli e nipoti (voi, amici, che adesso siete troppo cresciuti). Diciamo subito che c’è chi non vuole ricordare, perché ha rimosso ogni cosa, e c’è invece chi ricorda ma fa finta di niente, per non farsi deridere o semplicemente sottovalutare dai molti ragazzi di oggi che sono stati ingrassati a forza di fieste, kinder, yogo brioss eccetera, e quindi non conoscono affatto la dolce e sottile malìa del “pane e burro”.
Allora: le due metà di una michetta di semola o di semplice pane comune, o di una “banana” all’olio o di una tartina rotonda, venivano sapientemente imburrate e cosparse di zucchero. E il gioco era già fatto. Con quel tesoro in mano, donatomi da mia nonna, io – per esempio – andavo a sdraiarmi sul divano sotto le finestre del bow-window in sala da pranzo. Dalla finestra che una volta sdraiato mi si parava di fronte, entrava tutta la luce di cui avevo bisogno. Sulle ginocchia sollevate tenevo appoggiato un libro. Ne ricordo due che, a giorni alterni, gustavo insieme al pane e burro (leggere, infatti, è una specie di masticazione effettuata con la mente). Erano “Tutto di tutto” e “Il primo che arriva”, entrambi scritti e illustrati da Yambo, un autore pisano di libri per l’infanzia che oggi apprezzano soltanto i quattro gatti (adulti) che frequentano le librerie semi-antiquarie. Due libri stupendi, erano. Stu-pen-di. Li leggevo e rileggevo in continuazione, sulla bella carta dell’edizione cartonata Antonio Vallardi del 1930. Sì, erano libri che aveva letto prima di me mia madre da bambina. Non mi risulta che da allora siano mai stati ristampati. Porco mondo idiota! A tal punto ci sottrai la luce della Bellezza e della Conoscenza.
Ad ogni modo vorrei sottolineare che la cerimonia del pane e burro terminava durante la visione dei “Racconti del faro”, mitico sceneggiato della “Tv dei ragazzi” della fine degli anni sessanta. Ore 17.30 o giù di lì, non si può ricordare tutto. Ma il sapore del pane e burro e il volto vissuto di Fosco Giachetti, l’attore principale di quello sceneggiato nella parte dello zio Libero, non si possono scordare.
Di che cosa ho dunque parlato, finora? Di una merendina, di uno sceneggiato (non esistevano ancora le “fiction” in quegli anni felici: fortunatamente), di uno scrittore per bambini. Non potrei parlare di altro senza uscire dal tema che mi sono autoassegnato.
Ma si tenga presente che un intero mondo di cose ora scomparse ruotava sul proprio asse mentre le merendine venivano spolverate, i libri di Yambo sfogliati da mani nervose, le avventure del guardiano del faro e di suo nipote Giulio seguìte con attenzione esclusiva.
Un mondo, però, che io non ho conosciuto, essendo morto il 14 aprile del 1969, all’età di undici anni. Da allora osservo le cose da una posizione sufficientemente privilegiata. Ma debbo dire, in tutta franchezza, che la mia preferenza va pur sempre agli anni della mia infanzia giunta alla soglia dell’adolescenza: gli anni delle volate sulla “saltafossi”, delle partite di calcio coi palloni di plastica pesanti “quasi come quelli di cuoio”, dei lupini comprati sulle bancarelle, dei mangiadischi (che funzionavano, naturalmente, solo coi 45 giri), degli schettini a quattro ruote, della “pallina magica” rigorosamente nera, che rimbalzava a meraviglia e solo certe specie di negozietti-bazar tenevano...
Anni che pur essendo perduti, per me come per altri della mia generazione – anche se ancor vivi –, sono riuscito a rievocare grazie a opportune simulazioni virtuali, alle quali appartiene pure questa brevissima comunicazione di passaggio ospitata sul sito di alcuni miei amici con cui ho avuto modo di “relazionarmi” nel corso di varie sedute col tavolino a tre gambe.
Della dettatura automatica del presente testo è responsabile il “cazzone avariato” (per dirla con lo Hugh Grant di “Notting Hill”) la cui firma potete leggere in calce. Si ostina, a quanto vedo, a correggere dopo la dettatura il mio stile, ma in fondo è un buon diavolo, rispettoso degli ingenui desideri dei suoi fratelli in umanità morti da così tanto tempo.
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