Storia vera di Cinzia Bomoll

Manhatthan, fine agosto 1998.
College of Insurance.
C'è la pausa pranzo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio.
Siamo qui per studiare inglese.
Abbiamo scelto New York, perché vogliamo imparare l'americano.
Perché avevamo immaginazioni, che abbiamo voluto materializzare qui.
La Grande Mela, perché è America senza esserlo del tutto.
Siamo in coda aspettando che il telefono si liberi per telefonare a casa.
In Europa, che adesso è sera.
La ragazza che sta in fila davanti a me è alta, mora e ha i capelli corti.
Un sorriso le attraversa le labbra mentre ringrazia il giapponese che le sta lasciando il posto al telefono.
Compone il numero. Saluta in tedesco.
Io, che mi diverto ad indovinare le nazionalità delle persone, non sembra tedesca, penso. Avrei scommesso fosse francese, dai lineamenti.
Lineamenti che le vedo tirarsi, dopo pochi secondi che è in linea.
Le sopracciglia le s'inarcano.
C'è domanda e paura in quegli occhi adesso.
Occhi neri su cui si posa un velo di lacrime.
Sulla bocca che poco fa sorrise c'è un tremolio.
Dietro agli occhi impenetrabili c'è l'incredulità.
Nei gesti delle sue mani, nel rigirare del collo c'è la disperazione.
Non può vedere più quello che ha intorno.
Per lei non esistiamo più noi in fila, non esiste più il College, non esiste più New York, non esiste più l'America, non esiste più il mondo.
Esiste solo il luogo in cui ha telefonato.
Esiste solo la cornetta del telefono a cui si aggrappa con le dita bianchissime, quasi a graffiarla con le unghie curatissime.
Esiste solo la voce che giunge al suo orecchio destro, dall'altra parte dell'Oceano. Il sinistro è divenuto sordo.
Io, del tedesco, riesco solo a capire che è tedesco.
Non posso sapere cosa sta succedendo a questa ragazza se non dallo sgomento, dal tormento, che l'affligge.
Si affonda al muro, rotea gli occhi nell'aria, si morsica le mani.
Continua a buttare tedesco dentro alla cornetta del telefono.
E' un tedesco strascicato, abbattuto, ansante.
Una nenia melodiosa e debole.
Da far venire il dubbio che non sia tedesco.
Ancora gli occhi privi di percezione al pavimento, qualche secondo, mentre cerca di riappendere la cornetta con la mano vaga e incerta.
E' una maschera inflessibile e cruda che non riesce a piangere.
Sembra lasciarsi cadere.
La guardo ed esito: d'istinto verrebbe da avvicinarsi, sostenerla, prenderle il braccio.
Io sono la prima della fila. Sarebbe una sorta di turno che mi spetta. Fosse italiana, saprei cosa le sta succedendo.
Ma così, la lingua è un ostacolo inaffrontabile. Parlarle in inglese ora non avrebbe senso.
Sta lasciandosi cadere.
Piombo su di lei e le afferro il braccio. E' magro e trema.
Senza guardarmi con l'altra mano si appoggia al muro.
Mormora due parole che non comprendo.
Una ragazza, arriva da dietro me e le si avvicina.
Possiede il suo stesso linguaggio.
Le rivolge parole indecifrabili che suonano morbide, emotive e generose, ma temono di essere inutili.
Vanno verso i bagni delle donne.
Resto a guardare finché le loro figure non scompaiono dietro alla porta.
Tutta la fila sta a guardare. Gli italiani danno a vederlo di più.
Vado al telefono.
Afferro la cornetta.
E' tiepida e umida.
Mi impressiona toccarla con la mia mano fresca e asciutta ancor per poco.
L'aria condizionata che, qui, è ovunque non ha poteri in questo momento.
E mi impressiona l'essere io a dover fare la telefonata successiva, come se spezzassi una tragicità che sta ancora aleggiando in questo luogo preciso. Come se infrangessi una cerimonia senza averne rispetto.
Compio i miei gesti, come le altre volte, ho solo questa sensazione in più. Sto già pensando alla "mia" telefonata.
Nei giorni successivi mi capita di incontrare questa ragazza nei corridoi del college. Non saluta nessuno, passando.
Ha lo sguardo cupo e appesantito, perduto nei passi che deve ancora compiere.
Avverto una sorta di curiosità, che vorrebbe spingermi a rivolgerle la parola per sapere di lei.
Ma guardo altrove quando mi passa accanto.
Trascorre il week-end.
Me ne dimentico.
A metà settimana me ne sto fuori, durante la pausa, nel cortile, a fumare una sigaretta. Mi si avvicina il ragazzo addetto ad organizzare gli intrattenimenti extra-scolastici. Mi saluta, serio. Ho un leggero imbarazzo nei suoi confronti.
Avevo prenotato i biglietti per il concerto blues di sabato nel Chelsea e non mi sono presentata all'appuntamento. E' la terza volta che gli combino dei casini con le prenotazioni che la scuola paga in anticipo, per poi non andarci, e stavolta mi dice qualcosa, ne sono certa, penso.
Come stai, mi chiede.
Gli faccio, non c'è male.
Non l'hai saputo?, mi fa.
Cosa ?, io.
Della ragazza svizzera, lui.
Quale ragazza svizzera? Non conosco svizzere, io.
Mi porge un giornale, su cui, dal titolo in grossetto, leggo che un aereo della Swiss Air è caduto in mare vicino alla costa canadese, quella stessa notte. Leggo con più attenzione, traducendo il più che posso, mentre lui si allontana, lasciandomelo.
L'aereo era partito da poco più di un'ora dal JFK di New York ed era diretto a Zurigo. Per venti minuti aveva vagato nel cielo, prima di precipitarsi in fondo al mare. Nessun superstite. Corpi dispersi. Cause dell'incidente sconosciute. Ipotesi di attentato.
Non capisco bene, ma suppongo che tra i passeggeri ci fosse una studentessa del College che tornava in Svizzera, appunto.
Torno nel salone dove la maggior parte degli studenti sta pranzando.
Mi guardo attorno cercando qualcuno che conosco. Due ragazzi italiani, seduti a mangiare hamburger e patatine mi salutano. Chiedo loro se sanno qualcosa dell'incidente aereo e di una ragazza svizzera che probabilmente era su quel volo.
Loro mi rispondono di non essere al corrente nemmeno dell'incidente.
Mi strappano il giornale di mano, incuriositi.
Mi siedo, afferro due patatine dal piatto di uno dei due e mentre le appoggio lentamente in bocca, rimpiango per un attimo un piatto di tagliatelle di quelle che fa mia madre, e noto un gruppo di ragazze che scendono le scale. Hanno i volti sconvolti, increduli.
Una di loro piange. Riconosco in lei la ragazza che parlò alla tedesca, il giorno della telefonata.
Una curiosità ingente mi avvinghia.
Si stanno dirigendo fuori, nel cortile, le seguo a distanza.
Accendo un'altra sigaretta fingendo di guardare le Twin Towers, tra cui il sole dei primi di settembre, tra nubi corvine, sta mandando luce accecante, in spiragli, come saette.
Non capisco la loro lingua, ma avverto nelle loro voci i toni di una prostrata incredulità.
Non mi è dato di sapere. Mai come ora vorrei che tutti parlassero stramaledettamente in inglese.
Siamo qui anche per questo, penso.
Avverto che la mia smania di apprendere il perché di tutto ciò è un dubbio, una paura, un presentimento di destini che cadono su certe persone come le saette di questo sole tra il nero, adesso qui.
Mi sposto in una zona d'ombra totale.
Reprimo la mia curiosità e prendo a leggere un giornaletto di fumetti americani. Quel giorno entrando in biblioteca, mi sembrò di cogliere un sorriso sul volto del Cavaliere di marmo: Washington. Che balordaggine, pensai, notarlo proprio in questo delicato momento.
Il pomeriggio, in classe, riesco ad interpretare due spagnoli che stanno parlando di una studentessa svizzera dovuta tornare a Zurigo prima della fine del suo corso, causa il fratello rimasto paralizzato in un incidente in moto, e i genitori che la volevano accanto nella disgrazia le avevano prenotato urgentemente "quel" volo, "quella" notte.
Gelo nel cranio, il resto, pensando a quando mai una sorte più meschina mi fosse passata di lato.
Avendo sentore che quel braccio magro e tremante che ho stretto quell'attimo va ora a fondersi col mare.

©  Cinzia Bomoll - 2002
 
 

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