Strascico i piedi.
Ho questo modo di camminare che rovino sempre l’orlo dei pantaloni.
Non metto le gonne perché sennò non posso muovere le gambe come mi pare.
Tipo scavalcare i cancelli, stare a gambe aperte coi piedi sulle sedie al bar, impennare col motorino, sgambettare in generale.
Mia “madre” dice che dovrei essere più fine.
Quando lo dice io la mando affanculo.
“Fine” mi sa di qualcosa che si spezza facilmente e io non posso permettermi di rischiare di spezzarmi. Che poi come faccio a vivere.
Mio “padre” una volta mi ha chiesto “cosa vuoi fare da grande”.
Io gli ho chiesto “in che senso da grande” che ero già grande, secondo me, perché fumavo già.
Lui ha detto che “in questa casa può fumare solo lui”.
L’ho mandato affanculo.
Mi sa che “affanculo” è un posto che va affollandosi.
Chissà forse dovrei farci una capatina pure io, a dare una controllata, magari ci si diverte, visto che da questa parte del mondo invece mica tanto.
Comunque, penso che il motivo per cui non indosso la gonna è un’abitudine che viene da molto lontano.
Più o meno da quando avevo dodici anni e anche prima.
E’ che c’è stato un periodo in cui non ero sicura di essere una femmina.
Cioè, sono nata femmina, questo è certo, ma ho avuto seri dubbi in un certo periodo della mia vita, se rimanerlo,femmina.
Anche se non mi spiego sono certa che si capisce.
Stavo bene solo in compagnia dei maschi.
Vabbè questo non significa niente, conosco ragazze che stanno bene coi maschi per tutt’ altro motivo di quello che intendo io.
Mi piaceva giocare al pallone, mi piaceva sbucciarmi le ginocchia, mi piaceva fare a botte, mi piaceva arrampicarmi sugli alberi. Soprattutto mi piaceva giocare con le biglie di vetro colorate e costruire le piste nella terra. E fin qua, vabbè, niente di così strano.
E’ che anche fisicamente facevo di tutto per sembrare un maschio.
Mia “madre” si incazzava come una forsennata, quando cercava di vestirmi bene da femmina e io mi rotolavo nella terra sporcando i vestiti finchè non si convinceva a lasciarmi vestire con la tuta da calcio, come volevo io.
E poi c’era sto fatto che mi piaceva spiare le ragazze durante la doccia in palestra.
Avevano cose che avevo anche io, però ero curiosa di vedere anche le loro. E andavo a raccontare ai miei amici le forme e i colori come si differenziavano su quei corpi che cominciavano a svilupparsi dentro quelle docce.
Era un po’ come continuare a giocare con le biglie di diversi colori. Era molto divertente.
Ma siccome avevo questo modo strano di guardarle loro presero a tenermi a distanza.
Però è anche vero che la mia prima dichiarazione d’amore l’ho avuta proprio da una ragazza che mi aveva scambiato per un maschio ai Giochi della Gioventù regionali in terza media.
Io correvo molto forte e spesso vincevo e capitava che mi premiavano sul podio.
Quel giorno ero lì che aspettavo che mi chiamassero per darmi la medaglia, che poi sarei andata ai nazionali a Roma, seduta su una scalinata insieme agli amici miei di classe e arriva questa ragazzina di un’altra scuola e mi dice che sono molto carino e vorrebbe conoscermi.
A me lei piace un sacco, mi sta già simpatica, perciò sto al gioco. I miei amici mi fanno l’occhietto. E io in quell’istante mi scordo proprio che non potrei stare lì così a farmi corteggiare da una femmina perché sono una femmina.
Quel giorno, temo fu l’unica volta - oltre ad un’altra di tanti anni prima - che non avrei dovuto correre forte, anche se si trattava di una gara importante, perché quando mi premiarono lei scoprì che ero prima nella categoria femminile e si arrabbiò come una furia perché diceva che l’avevo presa per il culo, perdippiù davanti agli altri.
Come spiegarle che no, proprio no, io ci avevo messo invece tutte le mie migliori intenzioni? Vabbè, non ho mai avuto molto successo con le femmine.
Un anno dopo mi sono cresciute le tette, e pure molto, allora ho capito che i ragazzi mi guardavano non più come un compagno di giochi. La cosa non mi dispiaceva però mi imbarazzava…perché è un po’ come se tuo fratello un giorno arriva e ti chiede se può infilarti una mano dentro la maglietta…
Così ho deciso di prendermi del tempo per pensare.
Ma non ci arrivavo a capo.
E mi sentivo sempre meno sicura di tutto.
E ho iniziato a fumare un sacco di sigarette.
Perché io ho il difetto che per sentirmi più sicura fumo.
Questa tara devo averla ereditata da mio “padre”, che però non vorrebbe io fumassi.
Non capisco perché dal momento che fuma anche lui. Chissà, forse vuole essere l’unico sicuro in famiglia.
Poi lui è convinto che io non mi limiti solo alle sigarette. Sì lo so che, per come mi trascino le gambe, sembra che mi sia fatta cinque canne una dietro l’altra, ma giuro che non centrano. Ho smesso a diciassette anni, che già si trovava solo merda in giro, almeno con le mie scarse conoscenze.
E’ che questo modo di camminare mi arriva da molto lontano, come l’abitudine a non indossare la gonna.
E proprio con questo mio passo strascicato mi piace fare lunghe passeggiate.
Così passeggio nella mia città e penso a quella volta.
La città è Bologna e la volta è quando ci hanno messo la bomba.
Io ero con i miei “veri” genitori.
Non so se si era capito, ma io non manderei mai affanculo i miei veri genitori.
Quelli che ci mando sono in realtà i miei zii, che hanno sempre preteso che li chiamassi mamma e papà, sti frustrati, perché loro non sono stati in grado di fare figli.
Avevo tre anni, camminavo da due.
Ho iniziato presto, si tratta di talento nelle gambe, anche per quello poi ho corso forte ai Giochi della Gioventù.
Stavo andando a Rimini, quella mattina, con la mia “vecchia” famiglia.
Col treno, perché il 2 agosto l’autostrada era inaffrontabile, allora come ora.
E’ una delle poche certezze dell’Italia: il traffico verso ogni mare d’estate.
Io piangevo perché volevo rimanere a casa a giocare in giardino col mio migliore amico, il mio vicino di casa, Fabrizio detto Biccio.
Non è che a tre anni già lo chiamavo Biccio, è stato molto tempo dopo, quando sono venuti i tempi del campetto e del pallone.
Io non ci volevo andare là in quel mare, nella roulotte dei miei zii - che sono poi quelli che mi hanno preso in affidamento perché hanno avuto i sensi di colpa - che c’era sempre puzza di pesce fritto. E’ per questo che scappai.
Fu quando mia madre mi lasciò un attimo la manina per poter guardare meglio le riviste patinate esposte sul bancone dell’edicola della stazione.
Fu quando mio padre era in coda alla biglietteria per fare i biglietti.
Fu lì che mi dileguai.
Ero talmente piccola che fu facile nascondermi tra la calca di gente che affollava la sala principale e svincolarmi fino all’uscita e correre da Biccio che mi aspettava in giardino con le sue biglie di vetro colorato e la pista scolpita nella terra che avevamo costruito insieme la settimana prima.
E’ bello perché d’estate si possono costruire un sacco di cose con la terra e passano molti giorni prima che la pioggia le distrugga.
Fu proprio alla pioggia che pensai, a un temporale terribile che avrebbe distrutto la nostra pista per le biglie, quando sentì il fragore di un tuono assordante mentre sgambettavo via sul piazzale esterno della stazione.
Non mi voltai.
Mi venne solo da guardare il cielo.
Era blu e limpido.
Con la mia manina ancora umida del sudore della mano di mia madre, per quanto mi aveva stretto forte in quella mattina d’agosto, provai a sentire se c’era qualche goccia di pioggia.
Niente.
Non capivo.
Che razza di temporale, senza pioggia, un solo tuono e il cielo blu…
Ed ecco che il naso mi si riempì di polvere, la gola di tosse, gli occhi di lacrime e non ricordai più nulla per anni.
Nemmeno il nome dei miei veri genitori.
Perché ero arrabbiata con loro.
Perché erano voluti andare al mare senza di me e per sempre.
Ti hanno “sbolognata”.
Così mi disse zia… vabbè, mia “madre”.
Che si incazza da anni perché rovino l’orlo dei pantaloni.
Dunque strascico i piedi.
Non chiedetemi perché cammino così, come se avessi paura di andare troppo forte, come se dovessi pentirmene.
Come se fossi sempre sul punto di volere tornare indietro.
Come se sperassi di voltarmi e scorgere un chiosco di giornali e tra di essi, una mano calda di donna a sfogliare due riviste patinate, indecisa a quale scegliere tra le due.
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