Da "Lei, che nelle foto non sorrideva" di Cinzia Bomoll

Mi ritroverò qui e non saprò se sarò cambiata.
Quello che mi circonderà, parrà di no.
Sarà più facile, così, ritornare sui propri passi.
Ricominciare da zero, questo dovrò fare.
Non avrò gli stessi occhi di sempre, quando avrò visto di più.
Chissà come mi ritrarrà allora, questa macchina per fare le fotografie espresso, in questa strada di quest'angolo di paese dove ritornerò.
Ci ha sempre reso intatto il tempo, fermato per poche mille lire.
Introdurrò qualche euro e aspetterò che faccia quello che ha fatto per anni.
Incorniciava i nostri angoli adolescenti e ci aspettava più grandi.
Quante volte, si era cercato di fermare quegli anni che oscillavano, appendendoli ad un sorriso. E il sorriso, lo si era reso una volta per tutte immutabile.
C'era chi in quelle foto non ha voluto sorridere mai.
Poi gli anni sono scivolati, senza nessun appiglio, e la vita è fracassata, ma senza rumore. Solo nell'immagine si è percepito lo schianto, che è risultato muto.
Sarebbe bastato chiudere gli occhi, e non ci si sarebbe accorti di nulla. E' quel che ho fatto per non vedere Ester cadere. Pareva inammissibile non guardare mentre era come uno specchio quello che mi si parava davanti. Invece io ci sono riuscita.
Ma questo sarebbe successo dopo.
Quelli erano ancora i giorni dell'onda.
Quando dell'ubriachezza se ne faceva un nido.
La scheggia impazziva e ancora poteva.
Anarchie dell'anima inedita.
Autunni e vent'anni.
Esigenze di copione, noi due eravamo conformi e simili.
I nostri portafogli si rigonfiavano di piccole foto, lo spazio che occorreva ai nostri soldi era confinato in un angolo. Allora, ancora studiavamo per assicurarci un futuro insicuro.
Non mi parrà vero, sarò di nuovo qua dentro, su questo stesso sgabello girevole dove il flash è tuonato decine di volte, e ci ha colte impreparate, con smorfie assurde sulla faccia.
Erano le nostre maschere in quegli anni di carnevale.
C'era tutta la spavalderia del mondo nelle nostre lingue sdegnanti e nei nostri morbidi crucci.
Non accettavamo i nostri nomi ma sapevamo perfettamente cosa ci rendeva felici.
Avevamo ragione sempre, perché non credevamo ciecamente in niente.
Avevamo invidiabili porzioni d'inzuccherato torpore nelle membra a impedirci di sbagliare nelle scelte.
C'era la necessità di sperimentare lo schianto e di ponderarlo con fragranti lacrime.
I sogni in tuffo.
L'amore a spigoli.
Il criterio agli sgoccioli.
La giostra negli occhi.
Le nostre mani nelle mani di qualcun altro, tuttavia.
Le vertebre a incrinarsi nell'urto contro la notte.
C'era la voglia di vivere e morire tutta insieme.
Le spese a carico del destinatario, sempre.
Ma poi cosa ci è successo?
Non può essere stata solo del tempo che passa, la colpa.
Non ricordo bene.
Io ed Ester. Figlie uniche di genitori distratti.
Figlie uniche perché venute al mondo una dietro all'altra senza che mia madre avesse il tempo di rendersene conto che eravamo due.
Uniche perché ci siamo appoggiate l'una all'altra da sempre come gli alter ego.
Mia madre ha sempre raccontato che fui concepita quando lei aveva quindici anni in una notte di capodanno. All'epoca, quello che poi divenne mio padre aveva vent'anni ed era fidanzato con una vicina di casa di lei.
Quella notte, tornavano tutti e tre da un festone in una balera di cui anche il nome deve essere andato dimenticato insieme all'orgoglio e alle precauzioni da prendere. Durante il tragitto mio padre e la sua fidanzata cominciarono a litigare senza preoccuparsi della presenza di mia madre . Olga, si chiamava quella, per tutta la serata non si era filata di striscio mio padre e aveva preferito cedere al passo di un ballerino provetto, e mio padre roso dalla gelosia e dal senso di inadeguatezza verso il liscio, dopo qualche chilometro di insulti la scaricò in mezzo alla strada, perché a detta di lui quello era il suo posto.
A mia madre, che dal primo momento in cui aveva visto mio padre in cuor suo lo aveva amato, non le sembrava vero di essere rimasti lei, lui, un'auto in cui faceva freddo e la luna a riflettere sulla campagna innevata attorno da farla sembrare sulle nuvole.
A mio padre, che era quel tipo di ragazzo che quando subiva uno smacco doveva recuperare in fretta per una questione di amor proprio, non gli sembrava vero di essere lui, una ragazza infreddolita da scaldare per giunta un po' amica di colei che detestava, la sua auto e la luna a riflettere sulla campagna innevata attorno da farlo sembrare sulle nuvole.
Ci deve essere stato di mezzo anche il Lambrusco.
Dopo quella sera, sette mesi dopo Olga sposò il ballerino provetto, un mese dopo mio padre sposò mia madre che sembrava una bambina con un pancione della madonna, un altro mese dopo nacqui io, dieci mesi dopo nacque Ester.
Me, mi chiamarono Alice, perché mia madre aveva poco più dell'età delle fiabe e la meraviglia che deve averla colta quando scoprì di essere rimasta incinta nell'unica volta che aveva fatto l'amore, deve averla fatta pensare più alla favola che al realtà dei fatti…ed Ester, che non potevano chiamarla Alice seconda, per la meraviglia nello scoprire che si può rimanere incinta anche poco dopo aver partorito, l'hanno chiamata come nonna, che nel frattempo era passata a miglior vita.
Raccontata così, come la racconta mia madre, sembra una storia d'altri tempi e invece si era già ai tempi nostri. Ma lei ne è sempre stata al di fuori, come a sperare che questo potesse difenderla, anche quando era un po' tardi per crederlo.
Così, nel giro di poco più di un anno, il destino aveva dato vita ad una nuova famiglia, con "due sorelline che sembrano fatte con lo stampino", diceva la gente in paese. Non si era proprio col morale al settimo cielo come le famiglie del Mulino Bianco: a mia madre era scesa la catena del cervello a causa di una grave forma di crisi post-parto e a mio padre aspettavano dieci anni di mutuo sulle spalle per avere acquistato la ferramenta del paese. Almeno la casa era nostra, di quelle di una volta, che erano state di campagna, prima che il paese si allargasse. Lì era cresciuta mia madre, e lì avevano vissuto per un secolo mio nonno, mia nonna, mio bisnonno, mia bisnonna. Di loro erano rimasti solo questa comoda eredità sottoforma di immobile, splendidi tombini in marmo coi fiori di plastica fissi al cimitero, a cui mia madre non andava mai a fare visita, e il nome di mia sorella, Ester, che era stato di nostra nonna.
La nostra, anche se un po' starlancata, è comunque sempre stata una famiglia degna di questo nome, così dicevano i fogli del censimento, con l'albero di Natale ogni Natale, con le ferie di una settimana a Riccione ogni estate insieme alla zia zitella e a mia madre, le volte che non era in clinica, ma chissà perché d'estate stava sempre peggio e finiva che non veniva quasi mai.
Me e mia sorella Ester: chi ci conosceva solo di vista spesso ci confondeva, tanto era straordinaria la nostra somiglianza. Non riuscivano a decidere chi potesse essere la maggiore delle due e io ne ho sofferto a lungo.
Ho sempre creduto che chi nascesse prima potesse pretendere delle priorità . Vedevo le mie amiche con sorelle e fratelli più piccoli, avere quell' incantevole senso di superiorità nei loro confronti, che si mischiava ad un desiderio di protezione e dava loro soddisfazioni primarie.
Non so se sia stato il fatto che siamo nate a soli dieci mesi di distanza ma io ed Ester siamo sempre state come quasi gemelle. Nate nello stesso anno, perciò sempre a scuola insieme, con la stessa stazza fisica, perciò sempre con gli stessi vestiti che ci scambiavamo, le stesse prime uscite, le tesse emozioni in contemporanea.
Ma io vantavo dieci mesi di precedenza su di lei e ci tenevo che questi dieci mesi fossero considerati. Dopotutto anche nostra madre aveva solo quindici anni in più di noi e nostro padre venti, perciò nello sforzo di dilatare il tempo per rendere accettabili le differenze di età rientrava anche la mia nei confronti di Ester. Qualche mese era come anni.
Io ci ho sempre provato a fare la sorella maggiore, e mi sono imposta come tale. E a forza di dai e dai qualcosa ho ottenuto. Penso che a Ester avesse sempre fatto comodo avere me come punto di riferimento, dal momento che mamma non brillava certo per capacità di intendere e volere.
Nostro padre, quando abbiamo avuto l'età della ragione ci ha confidato che fu in seguito alla nascita di Ester che lei ebbe le gravi crisi di nervi post parto che si è portata dietro per sempre e non l'hanno più fatta tornare come prima. Credo che abbia dovuto mettere in chiaro il primo possibile la faccenda, come a giustificarsi del fatto che non l'ha mai voluta considerare una vera moglie.
Ma io mi sono sempre chiesta: com'era stata lei prima che nascessimo noi? Come poteva tornare come prima? Prima aveva quindici anni, non sarebbe stata comunque idonea. Non ha avuto grosse vie di scampo, la nostra inverosimile mamma.
Io me la ricordo da sempre calata in un'altra dimensione, perennemente assente.
Ricordo che io e Ester da piccole passavamo le giornate dal nonno paterno, dove c'era la nostra zia zitella Ines che ci imboccava le pappe, poi siamo andate all'asilo molto presto. Verso sera sempre zia Ines ci veniva a prendere in bicicletta, ci caricava una dietro e una davanti e ci riportava a casa nostra dove mamma sdraiata sul divano, aspettava il momento in cui tornavamo per cominciare a preparare la cena. Sembrava mettesse le sue energie solo in quello.
Mia madre aveva il terrore di uscire di casa, una vera e propria fobia. Si sentiva al sicuro solo tra le quattro mura della casa dove aveva sempre vissuto, e forse nemmeno lì in realtà.
Mio padre, al contrario, a casa non c'era mai. Stava tutto il giorno al negozio di ferramenta, tornava per cena e subito tornava ad uscire. Andava sempre via coi suoi amici non ancora sposati. Non era pronto per quella vita che gli era piovuta addosso all'improvviso. Sarebbe dovuto crescere tutto in una volta e non ci riusciva. O non voleva.
Mio padre ci ha voluto bene a modo suo, ci ha accolto come una sfida, una prova da affrontare, allo stesso modo di come un ragazzo di vent'anni può essere inebriato dal bungee jumping.
Noi per lui siamo state come due salti nel vuoto.
Fortuna che c'era zia Ines. Era grassoccia e con la faccia buffa, non assomigliava per niente a mio padre, tanto che lui diceva fosse frutto di corna. Ascoltava sempre Loretta Goggi e cantava tenendo la scopa come fosse un microfono. Cacciava certe stonate da fare venire i brividi. Suo padre, mio nonno, diceva sempre che doveva trovare un fidanzato e andarsene da quella casa, che era ora. Cosa gliene importasse a lui non l'ho mai capito, dal momento che da quando era andato in pensione se ne stava tutto il giorno al bar a giocare a carte.
A zia Ines andavano i bruscoli in un occhio, tutte le volte che rileggeva una lettera che teneva piegata dentro al reggiseno. Infatti, da piccola per un po' ho creduto che l'inchiostro fosse fatto con la polvere. Poi una volta l'ho trovata con gli occhi rossissimi e pieni, nascosta dietro alla tenda del soggiorno, e ai suoi piedi c'era quella lettera stracciata in tanti pezzi. Quella volta piangeva, mica ero scema, anche se avevo quattro anni.
A volte andavamo in ferramenta da mio padre, zia Ines ci appoggiava nel retrobottega, e iniziava la sua tiritera che interrompeva ogni volta che entrava un cliente. Mio padre annuiva con la testa, ma non la guardava mai. Lei a volte alzava la voce allora mio padre veniva nel retrobottega e ci diceva di andare a prendere un gelato nel bar di fianco, e ci metteva i soldi in mano.
Quelle erano le prime volte che io ed Ester rimanevamo sole e io mi sentivo importante, perché toccava sempre a me drizzarmi sulle punte dei piedi e indicare la foto del gelato nel cartellone di metallo e dare i soldi al barista. Lei stava lì di fianco a me e guardava tutto con gli occhi spalancati e non parlava.
Una volta l'ho persa. Mi sono girata e lei non c'era più. L'ho trovata in fondo al bar che fissava una donna seduta ad una tavolino che beveva vino e fumava una sigaretta incredibilmente puzzolente. L'ho tirata per un braccio ma lei mi faceva resistenza e continuava a guardare quella donna che le biascicò un:
-Mo saghè ceina? Non hai mai visto una merda?-
Solo allora si è lasciata trascinare via e siamo tornate al negozio di mio padre.
A me piaceva stare dentro la ferramenta, peccato che lui non volesse. Mentre mio padre e zia Ines erano di là a litigare io ed Ester aprivamo le scatoline che c'erano nel retrobottega e facevamo il tiro dei chiodi e delle rondelle cercando di centrare la tazza del cesso. Una volta lei ha sbagliato mira e mi è arrivata una brugola in testa allora io ho afferrato la prima cosa che mi è capitata in mano per tirargliela addosso. Era un trapano che l'ha solo sfiorata ma si è fracassato a terra.
Mio padre si è affacciato da dietro il muro e ha ordinato a mia zia di portarci via immediatamente. Non ci ha dato nemmeno uno scoppolotto. Non ci ha nemmeno sgridato. Niente, neanche una mezza parola indirizzata a noi.
Un po' più grandicelle, la zia zitella si sposò tramite agenzia con uno di Brescia e andò a stare là. Non l'abbiamo più né vista né sentita.
Quando non eravamo a scuola stavamo a giocare nei cortili coi vicini. Mia madre non ci ha mai richiamato una volta. Tornavamo a casa solo quando l'ultimo dei nostri amichetti era trascinato via, tirato per le orecchie da un genitore. E' così che ho imparato a fare altrettanto con Ester: le acchiappavo il lobo e la tiravo verso casa gridando che era ora di andare. Lei mugolava e io ridevo.
A me nessuno mi ha mai preso per le orecchie, nessuno mi ha mai detto cosa dovevo fare, e soprattutto ho sempre creduto che nessuno mi avrebbe mai messo i piedi in testa. Per questo non ho capito, qualche anno dopo, perché quando i nostri amici cercavano di toccarci i piccoli seni, le altre ragazzine ridacchiavano con urletti orgogliosi. A me veniva solo da sputare loro in faccia.
Ester non faceva né l'uno nell'altro: rimaneva ferma e arrossiva.
Decine di volte ho sputato io per lei.
Questo modo di fare con i ragazzi ci sarebbe sempre rimasto: io sono sempre stata una frana. Lei invece ha sempre avuto più successo di me. Aveva quell'aria dimessa che a loro piaceva tanto.
E' quella che poi certo l'ha fatta vincere su di me con Alberto.
Ma è la stessa aria dimessa che ha avuto anche con me alla fine.
E' quella che l'ha fregata.
Eravamo ancora bambine.
C'era una vetrata colorata, nella piccola serra del nonno.
Aveva i colori dell'arcobaleno, in tanti frammenti di mosaico.
Spintonai Ester contro di essa, litigando, un pomeriggio d'estate.
S'infranse, quando lei la trapassò con il braccio e la gamba nuda.
Non pianse mentre la gamba le sanguinava e io rimasi ferma e imbarazzata ad osservare ciò che le avevo fatto.
Lei, a sua volta mi guardava con aria di sfida a volermi dimostrare di possedere un coraggio che non aveva: quello di mettersi contro di me.
Non disse niente ai nostri genitori e portò per una settimana lunghi pantaloni a coprirle la ferita.
Si crepava dal caldo quell'estate, come tutte le estati in Emilia.
Le si bagnavano di sudore i pantaloni durante i giochi nel cortile, ma non li tolse mai.
Le rimasero per sempre quei frantumi di vetro colorati nella pelle.
Quando era sotto il sole, brillavano, e lei trovava tutto ciò motivo di orgoglio.
Voleva dimostrarmi che anziché farle del male l'avevo dotata di un'esclusiva dote.
Si vantava del suo prezioso privilegio con i nostri compagni di gioco, e non disse mai a loro la vera causa. Raccontava che dopo un pomeriggio di pioggia, aveva sfiorato l'arcobaleno, e i colori le erano entrati dentro.
E gli altri bambini la stavano a guardare con invidia mentre lei mi faceva smorfie soddisfatte.
Quel luglio dell'ottantatre ci regalò parecchi temporali estivi, e con i nostri amichetti correvamo sotto quella pioggia calda gridando:
-Lo squasso! Lo squasso! Dopo arriva l'arcobaleno! Pronti a saltare, eh!-
E aspettavamo che in cielo apparisse l'arco variopinto che cercavamo di toccare perché ci entrasse dentro come aveva fatto con Ester.
Io stavo al gioco, anche se sapevo la verità.
Mamma era ricoverata in clinica quell'estate.
Una di quelle notti, Ester tentò di soffocarmi col cuscino.
Io dormivo e mi svegliai annaspando.
Mia sorella era come in trance, i suoi occhi sembravano non vedere. Ogni tanto soffriva di sonnambulismo e faceva cose di cui poi non si ricordava.
La scaraventai giù dal letto e le diedi un calcio proprio sulla sua ferita colorata.
Piangendo zoppicò nella stanza dove mio padre dormiva profondamente e solo.
Quella sera, la ragazza che ogni tanto si portava a casa dicendo che veniva a fare le pulizie, che non ho mai capito perché pulisse solo la sua camera da letto, se ne era andata urlando arrabbiata svegliandoci e l'avevamo vista allontanarsi a piedi, giù in strada, dalla finestra.
Ester frignava sulla porta della camera dei miei genitori e sentii mio padre sbottare: -Non c'è tua madre a rompere le palle e ci pensi te?-
Era molto nervoso in quel periodo.
Sentii sbattere una porta e vidi Ester tornare in camera nostra con lo sguardo strappato.
Cercò di abbracciarmi, e anche se ero ancora arrabbiata con lei, rimasi immobile a subire il suo pianto.
Avevo sempre desideravo anch'io qualcuno vicino, ad occhi chiusi, ma non c'era mai stato nessuno, aprendoli, tranne lei.
Questa era stata la mia infanzia.
Si capiva già che Ester avrebbe sempre avuto bisogno di me.
Io pure, ma avrei preferito di no.
Ci ho pensato un sacco di volte.


©  Cinzia Bomoll - 2002
 
 

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