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 Boris Biancheri è nato in Italia da padre ligure e da madre di origine russa. Ha girato il mondo e ha trascorso parte della vita in Grecia, Francia, Giappone, Inghilterra e Stati Uniti. Ha scritto libri e saggi di politica internazionale.
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Quando, sei anni prima, la HMS Duchess of York, lasciata Sebastopoli e attraversato il Mar Nero, lo aveva sbarcato assieme ad altri quattrocentocinquanta commilitoni a Istanbul, Eduard si era trovato a dover decidere quale sarebbe stata la sua vita. Aveva davanti a se quattro o cinque alternative ugualmente precarie. La prima era di affidare agli inglesi, che lo avevano portato fin lì, il compito di portarlo altrove. I comandi alleati avevano creato in Turchia un campo di transito dove radunavano i profughi dalla Russia e li avviavano poi, man mano che se ne presentava l'opportunità, verso zone dell'Impero britannico dove avrebbero potuto trovare una sistemazione permanente, in Medio Oriente, per esempio, o in Sudafrica. Era una prospettiva aleatoria da un punto di vista materiale; da quello morale, la convivenza per un tempo indefinito con i resti dell'Armata bianca -dove, perduto Otto, non aveva molti amici -gli sembrava come prolungare la sconfitta.
Marienschloss era irraggiungibile, forse distrutta. Lo era già stata una volta, in circostanze meno epocali, e Eduard pensava, con una certa indifferenza, che lo sarebbe stata ancora. Due anni di guerra civile avevano, come si vede, mitigato il suo ottimismo.
Fece dunque un inventario del suo patrimonio. La guerra non gli aveva appreso molte cose, ma lo aveva abituato ai disagi e due anni di disordine lo avevano reso ordinato. Come molti baltici di buona famiglia, parlava indifferentemente il francese, il russo e il tedesco. Il suo livello di istruzione era discreto, anche se gli studi si erano interrotti all'università, e la sua salute era buona. Queste erano le risorse. A esse andava aggiunto un orologio d'oro ricevuto in premio alla fine del liceo, un paio di polsini con due pietre di valore incerto -che sua madre chiamava "diamanti rosa" -e un braccialetto d'oro con il monogramma A W comprato da un gioielliere di Taganrog con l'intenzione di regalarlo un giorno ad Anna Wiasemckij.
Con questi mezzi, e contando sull'aiuto degli inglesi per il viaggio, Eduard si accinse a scegliere il luogo del suo esilio. Scartò la Germania, dove sentiva dire che si andava preparando un'altra rivoluzione bolscevica, che pure sarebbe stata la scelta naturale, quella che avrebbe fatta sua madre o sua sorella. Scartò anche Parigi: molti russi emigravano a Parigi in quegli anni ma -pensava Eduard -erano scrittori o tassisti; scrittore non si sentiva e di fare il tassista non aveva desiderio.
Scelse dunque l'Italia, che gli sembrava un paese amichevole, ospitale e a buon mercato. In Italia, pensava, i suoi pochi beni di fortuna gli avrebbero permesso di vivere almeno un anno; e forse molto di più se i diamanti rosa avevano realmente valore. Più di quanto occorreva, comunque, per trovare un impiego.
Nella mitologia familiare dei Von Grabhau esisteva uno zio italiano. Eduard non lo aveva mai conosciuto e nemmeno sua madre, che pure qualche volta lo citava con fierezza, lo aveva conosciuto.
Eduard ne aveva visto una fotografia che non lo aveva impressionato: l'immagine lo ritraeva in un giardino, vestito di bianco con un cappello di panama in testa accanto a una signora anch'essa vestita di bianco e con un cappello in testa. L'uomo, sui quarant'anni, volto quadrato e spalle massicce, guardava dinanzi a se nell'obiettivo della macchina fotografica con un'aria esortativa e leggermente ansiosa, come chi si attende che accada qualcosa e lo desidera e tuttavia non sa che fare perche questo avvenga. La signora invece sorrideva beatamente con espressione svagata, come fanno spesso le signore di mezza età nelle fotografie, soprattutto se hanno un cappello in testa.
La fierezza con cui questo zio italiano veniva talvolta menzionato non era dovuta tanto alle sue qualità personali, che erano pressoché ignote, quanto al fatto che fosse, per l'appunto, italiano. In Livonia erano frequenti le parentele tedesche o scandinave, rare quelle francesi o inglesi, rarissime quelle italiane. Quella italiana dei Grabhau era dunque oggetto, nel cosmopolitismo di provincia della nobiltà baltica, di una leggera invidia. Il marchese Emilio Sgambati si era invaghito di una signorina russa, di cinque anni più vecchia di lui, cugina alla lontana della madre di Eduard, durante un soggiorno a Sanremo. Nel corso di una serata passata sulla veranda dell'Hotel Royal ad ascoltare un pianista che suonava ballabili invecchiati, il marchese si era presentato ai genitori e aveva chiesto il permesso di conversare con lei. L'aveva intrattenuta amabilmente e, il giorno dopo, aveva mandato dei fiori alla madre. I genitori si abituarono alle sue premure e gliene furono riconoscenti.
La fanciulla, che era stata condotta in Italia nella speranza che dimenticasse una delusione d'amore, fu sensibile alle sue attenzioni
e una sera lasciò che lui le prendesse la mano. Il titolo nobiliare facilitò le cose e le nozze furono celebrate a Mosca l'anno successivo con una certa solennità.
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