| Ti faccio sapere di betta |
Ci sono delle storie che ti sembrano, che vuoi siano, o ti hanno imposto, eterne quando incominciano. Poi, invece, improvvisamente, magari anche a cena, una sera di quelle un po’ stanche, sì, ma tutto considerato normali, quando sei lì che parli del più e del meno, un "non credo, non credo proprio", voce pungente e lo sguardo di lui fermo, indagatore, allertato contro un viso stanco e stupito: "come? Cosa vuoi dire?" e nessuna risposta e il rumore, le immagini del televisore riempiono la stanza, e tu abbassi gli occhi, e gli guardi le mani, non vuoi vederle, e non ce la fai proprio a distinguere forme e contorni... una sera qualunque, improvvisamente, ti rendi conto che devi capire.
Anna ripensava, sola anche questa volta o come sempre, forse, in compagnia di se stessa, a quel "non credo, non credo proprio" di qualche giorno prima, mentre cercava di sgombrare dei cassetti nella sua vecchia casa nel fradiciume di una Lombardia invasa dall'acqua. Doveva assolutamente decidere cosa fare: tornare? Rimanere dov'era? Andarsene da un'altra parte? Dove? Una settimana sarebbe passata in fretta e non avrebbe potuto ragionevolmente prolungare il suo soggiorno lontana da lui. Ma sapeva che era perfettamente inutile parlargli: avrebbe continuato a sovrapporre il suo schema mentale alle esigenze di lei, a contrapporsi alle sue paure, incapace di ascoltare, di uscire, fosse solo per un attimo, da quel groviglio di pensieri mai espressi e tuttavia dati come condivisi. E quando, come poi, avrebbe potuto? Quella sera stessa? Il giorno successivo? Al telefono? Se lo immaginava alzarsi dalla poltrona disturbato dallo squillo, seccato e perché non aveva con se' il portatile, e perché parlare al telefono non gli piaceva proprio.
Era sempre stato una persona che non si fidava delle parole di una voce, fosse anche di una conosciuta negli infiniti toni che le molteplici situazioni di una vita vissuta insieme insegnano a modulare e riconoscere, incline a sospettare che gli altri mettano in atto chissà quali trucchi ed espedienti per prendersi gioco di te, imbrogliarti; uno che aveva bisogno di scrutare, visivamente indagare e valutare sorrisi, sguardi, espressioni del viso per credere, uno che solo una presenza frontale rassicurava. E se fino ad ora a lei era piaciuto esserci sempre, sentirsi utile, quasi indispensabile, adesso si rendeva conto che questo modo di esistere con lui la soffocava, le impediva anche di pensare, di muoversi autonomamente. Telefonargli? No, era inutile; ma quali scelte aveva?
Anna sapeva anche che non sarebbe stata in grado di ritornare e fingere che tutto procedeva bene; lei aveva bisogno di capire e trovava chiarezza nelle parole parlate, nelle sfumature di una frase; richiedeva precisazioni, anche banali e con troppa insistenza, in ogni circostanza; lei non voleva gesti o espressioni, voleva suoni, ritmi, armonie e anche silenzi, dissonanze, battute d'arresto. Solo così era capace di rendersi conto delle situazioni e, forse, di accettarle.
"Riuscirò a venirne fuori?" rifletteva.
Il contenuto dei cassetti era a questo punto a terra. Anna non sapeva in realtà cosa avrebbe potuto farsene di abiti, stoffe, lane che ormai nessuno più avrebbe indossato e che lei non era in grado di far rivivere. A ben pensarci, era anche un problema trasportarli a casa sua, e quando poi fosse anche riuscita a fare un pacco postale e ad averlo da lei, si sarebbe dovuta preoccupare di trovare nuovi spazi, di riorganizzare i suoi per conservare tagli di tessuti che erano stati gonne e camicette, rotoli di lana dei suoi golfini di bambina.
Ma non poteva davvero disfarsene, non se la sentiva di distruggerlo quel mucchio di cose. La rimandava a vecchie storie che non aveva ricordato, le raccontava momenti di una donna che nella loro cura, nella loro gelosa conservazione, aveva trascorso, sola, molte ore dei suoi pomeriggi, quando cercava di reinventarsi un ruolo, un lavoro, uno scopo.
Era stata attenta la sua mamma ad aprire le buste ogni tanto perché non si formassero macchie di umidità sui tessuti, per rinnovare la canfora e tenere lontano le tarme, a mettere rametti di menta come barriera per i topi! Ed Anna avvertiva che, ora, in qualche modo, poteva essere lei a continuarla quella storia, a raccoglierne la trama e farla proseguire. Anche questo non era le era facile, lontano da lì com'era il dove a lei toccava andare, lontano da dove gli altri erano rimasti o sarebbero, un giorno, tornati. Raccoglierla, sì, ma per chi, e perché?
"Calma Anna", pensò osservando quell'ammasso multicolore, "incomincia a guardare, seleziona, datti un criterio. I vestiti":
princesse Chantilly azzurro, forse proprio celeste.
1964. Sono le sette di sera. Incomincio a prepararmi. La casa è vicina ma ci vorrà più di mezz'ora a raggiungerla sempre che il freddo non riesca a sconfiggere la nebbia; sarà verso le dieci, se accadrà. Troppo tardi, alle dodici e mezza dovrò rientrare. Finiranno i 18 anni di Maria Elisa.
gonna velluto nero, casacca corta jersey di seta.
Troppo accollata, quattro catenine d'oro disegneranno lo scollo. Nella villa di Somma tutte le luci si accenderanno alle otto e mezza. Dal parrucchiere mi truccherò anche. Partirò da lì. Stasera da Alessandra sarà notte intera. Dormirò a casa sua, la festa non finirà che alle prime luci dell'alba e domani nel pomeriggio il "De rerum natura".
lungo, rosa fucsia ed oro.
Larghe le spalle, troppo coperta la schiena, tre strisce dorate sui piedi, fili d'argento tra i capelli, fondo tinta ocra, fard mattone. E' la sera di un capodanno, 34 anni prima probabilmente, nelle Prealpi innevate. "Riuscirò ad andare da Anna Maria?"
camicetta di seta nera, opaca. Nervature di foglie verdi e dorate, collo alla coreana.
Sabato grasso, forse; in via Verdi, di fianco alla Scala; in piazza del Duomo nevicherà! "Corriamo fino a Diaz." Arriveremo bagnati. Che gelo la macchina col vetro ghiacciato! Giacomo si ammalerà.
macramè blu e chiffon con soprabito.
Alessandra si sposa un pomeriggio, settembre 1967. La chiesa romanica che controlla il Ticino è piena di fiori. Margherite bianche e rose rosa. Non si può rimanere sul prato già umido, incomincia a far freddo. Alessandra e Carlo si trasferiscono domani a Los Angeles.
Poi più nulla, solo un velo, bianco, di quelli delle messe della domenica, che Anna aveva anche usato per andare a sposarsi un giorno lontano. Nient'altro. Il giaccone impermeabile verde, il suo, pieno di ragnatele, la fodera no, non c'era, l'avevano mangiata i topi, su un chiodo nel muro di fianco alla porta della cantina. "Già", pensò, "questo l'ha conservato, serviva per uscire in campagna d'inverno". Più nulla. Si bloccò davanti ad una parte della sua vita negata, uccisa.
Decise: in giardino, adesso che ha smesso di piovere, un fuoco.
"Non si può più. Ti danno la multa." le pareva di sentire la voce di sua sorella ripetere. "A me? e chi lo sa che sono qui? In questa casa disabitata? Vivo lontano da anni. Chi mi conosce più? Io li brucio. I miei li brucio proprio, e tutti." rispondeva mentalmente mentre si apprestava a raccogliere i pezzi che aveva posato su un tavolo. Ne prese uno dietro l'altro, con calma determinazione: prima il blu, poi il rosa, dopo il nero, infine l'azzurro, una spruzzata di benzina - da quanto tempo era lì per il tosaerba?-, in un angolo a destra la pagina sportiva del Corriere di oggi 3 novembre 2000, un fiammifero. Così: adesso.
La terra era zuppa d'acqua, una gelida cappa di umidità annullava alberi e case ma il fuoco incominciava ad accendersi, a bruciare; ormai inceneriva i primi vestiti e allora... niente più cernita, nessun criterio, via anche le stoffe e le lane e le borsette e quelle stupide fotografie davanti a Saint
Honorè con 18 candeline accese e quelle altre, in posa per un fotografo. Un bel fuoco con le fiamme arancio che vanno in alto e trasportano con loro, ancora più in su, leggeri frammenti, grande, tanto, ma che non sa riscaldare.
Anna ritornò in cantina, indossò quel che rimaneva del vecchio eskimo, raccolse il velo bianco caduto per terra e andò a controllare il fuoco che si affievoliva, quasi si esauriva in alcuni punti. Con un bastone lo mosse, lo riattizzò e fu di nuovo una rossa estesa vampata che viveva di azzurro e di rosa e di nero. Rimase lì un po' inebetita da quelle fiammate che si portavano via il fascio di anni ingenui che non aveva amato e gettò nel fuoco anche quel velo che le era rimasto in mano.
Alzò il telefono, selezionò il numero di casa sua. Rispose la segreteria. "Ciao, sono io", disse. "Non so quando ritornerò. Ti faccio sapere."
© betta - 2002