| Viaggio in Marocco di Inine Batir |
Piazza Jemaa El-Fna, a Marrakesh, è unica: di giorno è assolata e vuota, dalle ombre corte, con qualche
venditore disperso qua e là, e alcune carrozze coi cavalli ferme, pigre sotto il
sole; quando arriva la sera, cambia identità, si illumina,
si trasforma, comincia a brulicare di gente, a riempirsi di bancarelle,
tavoli, panchine, luminarie e mercanzie di ogni genere, diventa un enorme e
caotico ristorante all'aperto.
Ogni bancarella vende una specialità: c'è la bancarella delle uova e quella del cous
cous, chi frigge il pesce, sollevando
nuvole di fumo, chi arrostisce la carne, chi fa spremute d'arancia. Si
possono trovare in bella mostra delle teste mozzate d’agnello, con il
cervello accanto, vera prelibatezza locale.
Ci ritroviamo in mezzo a un capannello di gente: stanno guardando un
incantatore di serpenti, accovacciato per terra, che suona un flauto; da
un'altra parte danzatori, maghi, acrobati e cantastorie; in un angolo, una donna in chador si fa decorare il dorso delle mani con
l'hennè.
Catini di spezie multicolori abbondano sui banchi.
Il naso si riempie di odori pungenti, gli occhi di colori e la testa di
suoni: in lontananza, il tam tam dei tamburi rimbalza nell'aria.
E' tutto così tumultuoso, offuscato e sporco, e, inspiegabilmente, così
invitante.
Siamo partiti in macchina per Zagora: il viaggio è molto
lungo, circa 500Km, e la strada è stretta, ma rettilinea, affiancata da file
di una pianta locale, l'argania spinosa. Il suo aspetto è di un piccolo albero dal tronco grosso di un legno duro
e pesante, simile al nostro ulivo.
E' divertente vedere ogni tanto qualche capra che si arrampica sui rami
più alti per divorarne ogni parte.
Dai frutti di questa pianta, simili ad olive, si estrae un olio
officinale profumato, di colore arancione, l'helgan, molto usato sia in
cucina, che per curare anche affezioni di tipo reumatico.
Costeggiando l'Atlantico, incontriamo diversi paesi.
In uno di questi, Sidi Ifni, un villaggio di pescatori, ho visto una
spiaggia particolarissima: ci sono degli immensi archi di roccia rossa che
finiscono in mare, sopra un arenile deserto.
A Sidi Ifni c'è solo una piccola trattoria dove è possibile gustare
pesce cucinato nella Tagina, una pentola di terracotta a forma di imbuto
rovesciato.
A conclusione del pasto, si sorseggia il the verde aromatizzato con
foglie di menta.
Versare il the è un rito: in Marocco usano teiere d'argento o di altri
metalli, e i bicchieri sono piccoli, con decorazioni dorate; la bevanda è
versata nel bicchiere partendo dall'alto, come segno di rispetto verso
l'ospite.
Siamo al tramonto e, dalla terrazza della trattoria, si vede il cielo
colorato di arancione sul mare.
La notte qui sarà buia: non ci sono lampioni, solo candele e qualche
lampada a olio.
La strada per Zagora è ancora lunga.
Nonostante l'ora, incontriamo lungo la strada uomini inginocchiati a
terra in preghiera, qualche bimbo che scorazza in giro e
rare donne in chador che portano a casa l'acqua nelle giare.
Attraversiamo alcuni villaggi con case costruite in pietra e terra, coi
loro palmeti di datteri a fianco.
Ci avviciniamo al deserto ed il caldo diventa insopportabile: Zagora è
l'ultima città prima del Grande mare di sabbia.
E' facile incontrare qualche Tuareg a dorso di dromedario, avvolto nel
tipico turbante blu.
I Tuareg sono un popolo di pastori nomadi che si spostano nel deserto in
cerca di acqua e pascoli.
Alle porte di Zagora, vediamo un cartello colorato su un muro con
l'indicazione per Tombouctou ed il tempo di percorrenza: occorrono
cinquantadue giorni, in sella ad un dromedario, per raggiungere il villaggio
del Mali, vicino al Niger.
Si vedono le prime dune e una distesa di sabbia a perdita d'occhio.
Stanotte dormiremo in una tenda, dopo aver cenato alla luce delle candele.
A farci compagnia solo la luna...
© Inine Batir - 2002