| "Stanza n. 336" di Inine Batir |
Sono andata l'anno scorso in settembre con mia figlia a Torino a trovare dei suoi amici. Ho voluto prenotare all'Hotel Roma vicino alla stazione.E' l'albergo dove nell'estate del 1950 si è suicidato Cesare Pavese. Un albergo che ha ancora il sapore di quegli anni,arredi un po' retrò, corridoi lunghi e stretti col parquet un po' scricchiolante , tappeti rossi, mobili fuori moda, essenziali, ma l'albergo ha visto sicuramente tempi migliori, probabilmente in quegli anni era frequentato da personaggi importanti. Ho chiesto sottovoce se era possibile avere la stanza di Pavese, ma era già occupata ed inoltre era singola. Avrei voluto dormire lì e ripercorrere con la mente le ultime ore della sua vita. Allora mi sono chiusa nella mia camera, mi sono sdraiata sul letto, ho chiuso gli occhi e ho cercato di captare i suoni che forse aveva avvertito lui negli ultimi istanti della sua vita, quelli che provenivano dalla strada e quelli che provenivano dall'interno dell'albergo. Ho cercato di immedesimarmi nella sua sofferenza, ho volato con la mente tra le sue brumose langhe e ho pensato alla sua bellissima donna , un'attrice americana, che lui amava tanto e che lo aveva lasciato. Ho ripercorso da sola il lungo corridoio buio del terzo piano fino in fondo . L'ultima stanza a sinistra era la sua , la N° 336. Ho sfiorato la sua porta pensando a come è strano che una donna qualsiasi in un momento così lontano nel tempo abbia potuto desiderare di cercare una persona che da 50 anni non c'è più. © Inine Batir - 2002 |