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Era stata la scoperta dell'ultimo giorno, l'anno precedente, e me n'ero tornato a casa di umore indiavolato. Due lunghe settimane prigioniero di un paesino insulso, in un esilio che i miei carcerieri chiamavano vacanza, scoprivo una miniera in un capanno sul mare, isolato, pieno di cose da far impazzire d'entusiasmo qualunque ragazzino di tredici anni, a meno di essere matto.
Io ero matto solo di rabbia, per la scoperta tardiva, e disperato, perché a quell'età nutrivo insofferenza verso quanto non fosse immediato, e siccome avevo giurato a me stesso che non mi sarei più fatto fregare con vacanze del genere, pensavo di avere perduto per sempre l'occasione della mia vita.
L'anno scolastico mi portò altre vicende e scoperte ma quando, verso la fine, mi balenò davanti la possibilità di altre due settimane con gli zii, io sorpresi i genitori con un entusiasmo inatteso.
Pochi giorni dopo, ero di nuovo lì: dovetti friggere d'impazienza per un'intera giornata prima di potermi lanciare alla riscoperta di quel luogo. Superai senza guardare case, moli, spiagge, finché arrivai alla casetta: era ancora come l'avevo vista. Unica differenza, l'assenza del pescatore che l'anno prima mi aveva accolto cordialmente. Al suo posto una ragazza della mia età.
"Ciao."
"Ciao."
Era intenta a cucire con un ago molto grosso su una tela grezza.
"Non c'è nessuno?" dissi io, timido.
"Perché, io chi sono?" mi rispose, ma non scortese.
"Già, scusa. Ehm, il pescatore che abita qui?"
"Non c'è."
Ma guarda...
"Posso dare un'occhiata?"
"Fai pure."
Mi aggirai senza convinzione intorno alla casa, d'un tratto meno suggestiva. Solo per orgoglio stetti ad osservare un ammasso di oggetti sconosciuti cercando di darmi un tono competente, ma mi stancai presto.
La ragazza poggiò la tela ai suoi piedi.
"Mi dai quelle natte?"
Restai impietrito: cosa diamine erano le natte?
"I sugarelli. Li hai dietro."
Mi voltai: un assortimento di strumenti ignoti, nessuno con un cartellino sopra, recante il nome.
Si alzò. Prese, quasi di sotto ai miei piedi, un ammasso di sugheri tondeggianti tenuti da un cordino, raccolse una rete e si rimise a sedere.
"Scusa... sono proprio distratto. E già che avrei dovuto vederlo."
Sorrise.
"Tu non sapevi neanche cos'erano."
Di scusarmi ancora, non se ne parlava. Mi sentivo stupido.
"Sei in vacanza?" chiese.
"Sì. Sono arrivato ieri."
"Allora non sei mai stato neppure su un gozzo."
Ormai, la mia figuraccia l'avevo fatta; tanto valeva chiedere.
"Cos'è un gozzo?"
"Uno di quelli." rispose, allungando il mento verso il mare.
"Ah." dissi io, poco convinto.
"Vieni ché ti faccio vedere."
Scese dal pezzo di ferro su cui era appollaiata, una specie di paracarro che spuntava dal molo ma con una parte allargata verso terra. Avrei saputo solo più tardi che era una bitta.
La seguii.
Fatti pochi passi, saltò in una barca e si voltò, trionfante.
"Questo è un gozzo!"
"Una barca." replicai, infastidito.
Rise, ma non di scherno.
"Ma sono tutte barche. Anche quelle laggiù. Questo però è un gozzo, una barca tipica di questi posti."
Dovetti ammettere che c'erano differenze, anche se non le avevo notate.
"Dài, sali."
Lei aveva fatto un salto, e lo feci anch'io. L'atterraggio fu brusco ma rimasi in piedi.
Risi di imbarazzo perché la barca si muoveva; anche lei rise con me.
"Sediamoci. Adesso remiamo."
E senza aspettare il mio parere sciolse il gozzo dai cavi che lo tenevano, si sedette e cominciò ad allontanarsi dal molo.
Per me, era l'inizio di un'avventura. Una ragazza mi aveva già insegnato due parole speciali, e adesso mi avrebbe portato in chissà quale posto sperduto in mezzo al mare. Mi avvicinai, posi le mani sulle sue e cercai di aiutarla. Se un ragazzo di tredici anni può essere più felice, ditemi voi.
In realtà non facemmo molta strada, ma lei mi insegnò a manovrare sotto riva, dando di remo ora a babordo ora a tribordo, che sono poi i nomi dati per mare alla sinistra e alla destra.
"Irene!"
Un vecchio si stava avvicinando: era il pescatore dell'anno passato.
La ragazza mi scansò e prese a manovrare per l'attracco.
"È mio nonno." disse.
"Lego la corda."
"Si chiama gomena." precisò lei distrattamente.
Gettai un capo sul molo e per fortuna fu il pescatore a fissarlo, con una manovra precisa che non avrei saputo ripetere.
L'uomo mi allungò una mano e potei salire senza difficoltà.
"Hai pescato qualcosa, vedo." disse il nonno alla ragazza. "Come ti chiami?" e allora compresi che il pescato ero io.
Prima di ascoltare risposta, mi invitò nel capanno e si avviò senza aspettarmi. Era un uomo rude; ai miei occhi quasi un personaggio mitologico. Fui contento di averlo ritrovato.
Ci sistemammo in tre nel poco spazio, non troppo luminoso nonostante la giornata di sole.
"Sei in vacanza?"
"Sì."
"Sei stato alla caverna?"
Guardai la ragazza.
"È la storia preferita del nonno."
"Che cosa c'è lì?"
"Oh, niente ora." disse l'uomo e, guardando la nipote, aggiunse: "Almeno credo."
"C'erano le sirene."
"Sì, Irene."
I due risero di un gioco che evidentemente facevano da tempo.
"Dovrai portarcelo." disse l'uomo alla nipote; poi mi chiese: "Quanto ti fermi?"
"Due settimane."
"Proprio in tempo per la luna piena." commentò.
Detto questo, cominciò ad illustrarmi il contenuto della casetta con la tecnica della nipote: nominava qualcosa da passargli per un certo lavoro e io mi guardavo in giro cercando di capire che fosse. Poi mi faceva provare a sistemare una rete, a preparare una lenza.
Il pomeriggio trascorse così, avendo io l'impressione di diventare grande, esperto di mare, pronto per chissà quali viaggi.
Quando venne il momento di rientrare a casa, passai davanti a moli pieni adesso di cose note, tutte con un nome e una funzione.
Tornai al capanno ogni giorno, sentendomi ormai pronto a imprese memorabili. Col permesso degli zii, feci anche un giro a pescare e mentre l'attesa, l'ingrediente maggiore in quel lavoro, permetteva di distrarsi, restai ad ascoltare la storia del pescatore.
"Tanto tempo fa," diceva "lungo la costa non abitava nessuno. E sai perché? Perché in una grotta vivevano le sirene. Erano esseri crudeli, che godevano a far naufragare le navi anche grandi. Vedi gli scogli là in fondo? Le attiravano con il loro canto per farle incagliare, poi uscivano dall'acqua, acchiappavano i marinai e li divoravano!"
Accompagnò le ultime parole con i gesti, facendomi sobbalzare.
"Il loro rifugio era in una grotta là, fra quelle rocce. Anche la gente di terra era in pericolo: se passavano vicino, le sirene arrivavano all'improvviso e se li portavano sotto, al nascondiglio."
"E che fine hanno fatto?"
"Nessuno lo sa. Si dice che un eroe, passando da queste parti, ne abbia uccise diverse e che le altre siano fuggite nelle profondità del mare. Ma sembra che molto tempo dopo, ancora dei passanti siano spariti misteriosamente, e qualcuno parlò di una sirena sopravvissuta."
"E adesso?"
"Da tanto tempo l'acqua in quella grotta non si muove."
E con questa frase misteriosa l'uomo terminò il racconto. La pesca, poi, ci richiamò all'opera; tirammo su le reti e dividemmo i pesci, io ne imparai i nomi e le usanze.
Il giorno dopo, con Irene, passeggiammo per le banchine del porto, che vedevo oramai con occhi diversi. Mi mostrò un'imbarcazione piuttosto grande.
"Il padrone di quella barca ci è andato in Sud America."
"Con quella?"
"Sì, e quasi naufragava per una tempesta nell'oceano. Ma ogni tanto ci va ancora fino in Africa. Là conosce un sacco di persone."
Restai a guardare il natante, cercando di immaginarmelo mentre le onde lo sbattevano da ogni parte. Mi vidi sul castello a dare ordini all'equipaggio, presso le vele a sciogliere cime, nel pozzetto a gettar secchiate fuori bordo per non affondare.
"Senti," dissi alla mia amica "tu lo sai dov'è la caverna delle sirene, vero?"
"Sì, ci vuoi andare? Guarda che è difficile arrivare fin lì. Bisogna arrampicarsi."
"Non c'è problema."
Ero ormai un marinaio provetto, e non mi spaventavo di nulla.
Dopo pranzo, ci trovammo fuori dal paese e cominciammo l'escursione. Per raggiungere la baia delle sirene si poteva andare in barca oltrepassando una cresta assai lunga; oppure si saliva dall'interno, superando una zona disabitata ma non impervia.
Ricordo un tempo lunghissimo, di silenzio e cielo azzurro, il solo rumore del nostro respiro ad indicare la fatica. La zona attraversata era ai miei occhi una giungla esotica. C'erano insetti mai visti, piante d'ogni tipo e all'improvviso scorsi il rapido movimento di qualche animaletto che si rintanava. I miei sensi erano acuti e vigili, godevo di ogni passo sentendomi il protagonista di una vicenda meravigliosa.
Arrivammo alla baia attraversando una striscia sabbiosa e giunti all'acqua Irene disse semplicemente: "Eccoci qui."
"E la caverna?"
"È là."
Mi portò lungo le rocce, un po' in acqua e un po' all'asciutto, dietro una sporgenza. Da lì potei vedere una pozza d'acqua più fonda, tanto che era di un colore assai scuro.
"Quella è la porta che dà al rifugio delle sirene." disse la ragazza, abbassando istintivamente la voce. Eravamo al cospetto di un luogo misterioso e magico.
Restammo a scrutare l'acqua calmissima, riparata dalle onde. Il cielo si scurì e guardai in alto: un nuvolone solitario copriva il sole. Venne un vento freddo e mi sembrò un presagio.
I colori dell'acqua erano cambiati in accordo col cielo. La grotta nell'oscurità era diventata inquietante. Trattenevo il fiato.
Irene sussurrò:"Il nonno dice che quando c'era la luna piena, le sirene uscivano a ballare sulla spiaggia."
L'oscurità mi sembrava adatta a replicare lo spettacolo.
Proprio mentre il sole tornava allo scoperto, e la vista doveva riadattarsi, un sasso cadde chissà perché in mezzo alla pozza. Irene si aggrappò al mio braccio con un gemito e io, colto di sorpresa, detti un grido.
In un baleno fummo sulla striscia sabbiosa, la percorremmo di corsa e ci gettammo fra la vegetazione.
Ci voltammo: nessun essere spaventoso ci aveva inseguito. Ridemmo di sollievo e di sconcerto, stupiti noi stessi della reazione esagerata.
Mentre le risate si prolungavano, tanto che mi sembrava di scoppiare, vidi Irene come una compagna forte e affidabile. Noi due eravamo davvero pronti ad affrontare qualsiasi vicissitudine; avevamo fronteggiato insieme il pericolo e questo ci univa indissolubilmente.
"Ti sei spaventato!"
"E tu allora?"
Ci alzammo. Eravamo rivolti alla sporgenza, ma non avemmo voglia di avvicinarci ancora: l'emozione era stata sufficiente. L'ora avanzata giustificò il ritorno. Ancora avvolto dal fascino dell'emozione, non feci caso più di tanto alla strada.
Naturalmente, fui sempre ben lieto di passare le vacanze in quei luoghi, fino al giorno in cui ebbi il mio vero battesimo sul mare: fu proprio la grande imbarcazione che Irene mi aveva mostrato, a portarmi sulle coste dell'Africa.
Ma quella è una storia diversa.
Ieri, col mio primogenito, ho ripercorso la strada che porta alla baia. Gli ho mostrato la sporgenza e l'ho accompagnato fino alla grotta.
"Ecco," gli ho detto "tua mamma e io venimmo qui, la prima volta, quando avevamo la tua età."
Non ha detto nulla. Io speravo che un nuvolone, almeno, riportasse un briciolo dell'incanto di allora, ma niente: il cielo era velato.
La grotta era decisamente piccina, e mi sembrava impossibile crederla porta di un misterioso antro marino. Mi sono guardato intorno: la sabbia era sporca di catrame, degno finale di un percorso invaso da erbacce e stenti alberi mezzo marciti.
Mi sono avviato, considerando che la memoria doveva avermi ingannato.
Mentre eravamo in mezzo agli sterpi mio figlio ha detto, con un tono assorto:
"Certo che avete avuto un bel fegato, a venire fin qui!"
Mi sono voltato: si muoveva con il cipiglio dell'avventuriero esperto.
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